Il 1889 segna due date fondamentali: una nella Storia europea, l’altra nella nostra ben più modesta storia.

La cosiddetta Belle Époque viene convenzionalmente ricompresa fra il 1889, con la morte di Rodolfo d’Asburgo (figlio dell’imperatore d’Austria-Ungheria) e della sua amante Mary Vetsera a Mayerling, e il fatidico 1914 con lo scoppio della Grande Guerra.

Per quanto riguarda invece le vicende di Vittorio, di Palagonia e della famiglia D’Alessandro-Castronovo, è proprio all’inizio di quel quarto di secolo – immaginato retoricamente come un’éra di pace e progresso – che nasce tutto. Cioè l’amore fra quelle due persone che avrebbero generato nove figli, l’ultimo dei quali protagonista di queste pagine. Senza la fusione di Natale D’Alessandro e di Maria Castronovo in una coppia di fidanzati, quindi di sposi e infine di genitori non ci sarebbe proprio nulla da raccontare. E Villa Palagonia chissà che fine avrebbe fatto: magari venduta a forestieri.

Essendo giunto al mondo nel 1859, il giovane dottore aveva trent’anni quando ebbe inizio la belle époque, disponeva di una condotta medica ben avviata ed era appena rientrato da un anno di pratica clinica a Milano, in uno fra i migliori ospitali di quei tempi.

L’incontro con la grande città, già allora la più moderna di un’Italietta non ancora giolittiana, era stato molto intenso ma non sconvolgente. Natale era un giovane decisamente solido di carattere e senza particolari grilli per la testa, immerso nel lavoro concepito come vera e propria missione. Se c’era qualcuno fra i tanti dottori in medicina che avevano scelto quel duro ramo di studi non certo per la triade soldi-potere-prestigio sociale era proprio il giovane D’Alessandro, desideroso di aiutare le persone. Soprattutto quelle prive o poco dotate di mezzi. Inoltre, sin da ragazzino era affascinato dalla complessità dell’animo umano, dal “modo di stare al mondo” – come lo chiamava – la ricchezza di visi e caratteri e personalità e stili di vita. Sin dal primo biennio emerse il suo autentico talento clinico, la capacità di diagnosticare, spesso con pochi sintomi e dati a disposizione. Tanto che al quarto anno, il giorno successivo a uno dei soliti esami superati brillantemente, venne convocato dal professore che dirigeva uno dei principali istituti della facoltà. Gli propose di diventare suo allievo per la tesi e per la futura specializzazione. Il barone universitario, anche vice preside, rimase di stucco nel sentirsi molto educatamente rifiutare sia la proposta di futura carriera universitaria che la stessa specializzazione. Quel ragazzotto di Bagheria non alto, mezzo calvo, baffi alla Umberto I (assai di moda a fine Ottocento), libretto universitario pieno di trenta e diverse lodi, dichiarò che voleva una cosa sola: una volta laureato tornarsene nel suo paese e ritirare la condotta medica dall’ormai quasi settantenne e stanco titolare, il dottor Gerbasi. Ringraziò con un lieve inchino, strinse la mano al luminare (gesto per quei tempi di azzardata confidenzialità) e sgusciò fuori silenziosamente dal grande studio al secondo piano di via Maqueda. Il professore restò scandalizzato e non mancò di raccontare a destra e a manca l’inquietante episodio (senza però fare il nome, visto che era pur sempre un gentiluomo). Un tale rifiuto sarebbe stato poi una delle ragioni per cui Maria s’innamorò di quello studente con le idee tanto chiare quanto anticonformiste.

Nel capoluogo lombardo, seconda città italiana ma già capitale economica e scientifica, Natale non si trovò nè bene, né male: semplicemente non se ne accorse. Se fosse stato costretto a vivere dentro il reparto in cui prestò servizio per un anno esatto, come agli “arresti ospedalieri”, probabilmente nemmeno avrebbe protestato. Al rientro a Bagheria, a chi gli chiedeva dell’anno trascorso parlava diffusamente non di strade e piazze, cucina e musei, negozi e concerti, teatri e chiese, bensì di metodi clinici e colleghi più anziani, di attrezzature e verifiche quotidiane in reparto, di scambi con numerosi laureandi e specializzandi europei (più un canadese e uno statunitense), nonché di un corso semestrale di clinica infantile e adolescenziale cui aveva felicemente partecipato – con tanto di esame e attestato finale, naturalmente summa cum laude.

A sentirlo raccontare molti non approfondivano e se ne andavano salutandolo perplessi. Ma in famiglia uno zio gli chiese a bruciapelo:

<<Natale, ma ‘a città a vidisti macari una o du vote? 125>>

Il nipote rimase un po’ perplesso e farfugliò imbarazzato

<<Mah … si … che un’idea me la sono fatta. Però, è vero, che … passavo ogni settimana circa … dunque, diciamo, una settantina di ore in reparto. E poi mica ci sono andato per fare il turista, no? Ma per fare pratica e per perfezionarmi. Non faccio la specializzazione, vero: ma anche per una modesta condotta medica di paese dodici mesi di pratica più i sei mesi di corso importanti erano. Sempre che non voglia triplicare il tasso di mortalità della zona>>, e con una risatina delle sue lasciò alquanto perplessi i parenti che lo stavano ad ascoltare.

Lo zio ripetè un paio di volte, ma solo fra sé e sé e a bassa voce,

<<Mizzica, u sacciu cà dutturi è, però qualchi vota puttiva puru nesciri e farisi ‘na tampasiata a Milano. Mah, unnu capisciu a Natale 126>>

In realtà quella sera lui stesso si rese conto di aver vissuto come in uno stato di trance lungo trecentossessantacinque giorni, preso esclusivamente da lavoro, lezioni, consulti, scambi d’idee, e dalla triade anamnsesi-diagnosi-prognosi, prescrizioni.

Neanche per le infermiere aveva testa. Vero è che si sta parlando del 1888, con la rigida etica vittoriana imperante. Peraltro a Milano, rispetto per esempio a Roma o Napoli (dove Natale era stato più di una volta e per svago) si percepivano ancora i non pochi residui della pluridecennale tradizione austriaca nel modo di fare delle persone, nelle linee di separazione sociale, nell’etica calvinista di lavoro e dedizione. E a Natale tale modo di vivere era sin dal primo giorno calzato come un comodo e caldo guanto isolante.

In quei tempi non era concepibile la familiarità che avrebbe cominciato a instaurarsi fra medici e infermiere grossomodo dagli anni Cinquanta del ‘900. Almeno ufficialmente: visto che qualche caso d’intimità accadeva sicuramente. Ma anche in questo campo, come nell’esercizio della professione, il giovane bagherese era assolutamente irreprensibile e cristallino. A rischio di sembrare un po’ bacchettone. Si era perfino rifiutato di seguire un gruppo di amici nel classico casino palermitano durante il primo o secondo anno d’università. Gli si conosceva esclusivamente un lungo flirt con una compagna di liceo (beninteso in classi diverse visto che quelle miste sarebbero arrivate qualche decennio più tardi), durato giusto fino alla partenza per Milano – dunque la bellezza di undici anni. La relazione sembrava destinata prima o poi a sboccare in matrimonio, avendo anche resistito per quattro anni alla distanza con Napoli, dove la ragazza era andata a studiare italianistica e storia. Eppure, dopo un mese che si trovava nel capoluogo lombardo, Natale le scrisse una lunga lettera. Raccontò poi che non aveva quasi chiuso occhio per una settimana e che aveva scritto e strappato non meno di una ventina di versioni di quella lettera. In sostanza, con una bizantina e poco chiara serie di spiegazioni e scuse, riteneva meglio per entrambi, ma soprattutto per lei (sottolineava più volte) chiudere il rapporto. Che non si era in effetti mai trasformato in fidanzamento vero e proprio.

Il primo risultato della lettura della missiva da parte della ormai ex compagna, risultato eclatante ma non impossibile da prevedere, fu il tentato suicidio. E non certo dimostrativo, visto che la salvarono per puro caso. Aveva provveduto a chiudere a chiave la sua camera, tagliarsi le vene, ingerire un flacone intero di sonniferi. Si era accertata che padre e fratelli fossero usciti a lavorare; la madre era già assente da qualche giorno per recarsi a Ragusa da una zia mezza moribonda. La zia si ristabilì perfettamente quanto miracolosamente, mentre quella che per pochissimo rischiò di andarsene all’altro mondo fu la giovane e intelligentissima figlia, laureata, specializzata e da qualche anno già in cattedra nel miglior liceo palermitano. Fortunatamente, il fratello minore aveva dimenticato un plico di documenti importantissimi dell’avvocato presso cui stava facendo l’ultima parte della pratica. Era dunque dovuto rientrare di gran carriera a casa. Gli venne in mente di chiedere alla sorella se poteva darle un passaggio in città. Ma dopo aver bussato varie volte alla porta e avendo visto il cappotto regolarmente appeso nell’ingresso, s’insospettì finendo con lo sfondare la porta che risultava stranamente chiusa dal di dentro e a doppia mandata. Portata di corsa proprio all’ambulatorio del dottor Gerbasi (che D’Alessandro di lì a un anno avrebbe sostituito), quindi all’Ospedale Civico di Palermo, la ragazza venne salvata appena in tempo con la classica lavanda gastrica.

 

Rientrato da Milano, nel gennaio 1889, Natale riprese subito il lavoro a Bagheria. Venne anche il momento, nel mese di marzo, del ritiro del dottor Gerbasi, che dopo la bellezza di quarantacinque anni era proprio stanco e stufo di corse a cavallo e col calesse, consulti a Palermo, prescrizioni, parti, funerali e certificati. Aveva iniziato a esercitare sotto i Borboni, nel remoto 1846, due anni prima della deflagrazione rivoluzionaria che avrebbe incendiato una decina di Stati della vecchia Europa, ritornata ai privilegi e alle parrucche da Ancien Régime.

Fiero di poter ricoprire il ruolo che aveva desiderato e per il quale studiava e lavorava alacremente da dodici anni, Natale ci mise ancor più impegno a fare giri di pazienti, visite nel piccolo studio ambulatoriale, a volte consulti con colleghi, a Palermo o nei paesi vicini.

Però si accorse ben presto di avere come un retrogusto amaro in bocca; e non solo metaforico. Non riusciva a lasciarsi andare nella lettura di un buon romanzo – era sempre stato un gran lettore, spesso di letteratura e di saggistica storica e filosofica, oltre che medica; o si distraeva senza poter godere totalmente a uno spettacolo drammaturgico o lirico, o durante un concerto, o con i discorsi degli amici che lo annoiavano. Mentre evitava come la peste la maggior parte degli impegni di famiglia e ancor più con la parentela allargata.

Un giorno di fine primavera il padre, con una scusa e senza manco avvertirlo, lo andò a trovare in ambulatorio all’ora di pranzo, portantosi dietro tanto di cestino con panini, salame, formaggio e quel vinello rosso che tanto piaceva a Natale, anche se in dosi moderate.

Il figlio perspicace capì subito che suo padre doveva avere qualcosa d’importante da discutere. Si sedette, distese una vecchia tovaglia inamidata, dispose un paio di piatti, due coltelli, un tagliere per il formaggio, una per il salame e riempì generosamente di vino due bicchieri. Quindi, riempiendosi la bocca con una grossa porzione di affettato e una di pane, si dispose ad ascoltare il babbo. Anche se, conoscendolo, prevedeva già il tono un po’ retorico e il suo tipico intercalare intessuto di <<è vero….>>, strascicati con la erre moscia. Era un piccolo proprietario terriero, poco meno che benestante, ma si esprimeva come un visconte da romanzo d’appendice francese.

<<Natale, figlio mio primogenito, mi sento di confidarti una sorta di pena sotterranea, è vero … che mi tormenta da settimane. Anzi, sin dal tuo ritorno da Milano, quando notai sul tuo viso come un velo di malinconia. So bene, è vero …. che avete rotto il fidanzamento tu e la tua promessa. Il punto è che promessa vera non fu mai, visto che siete arrivati, è vero … alla bella età di trent’anni e dopo undici insieme … anzi, dodici, il risultato, è vero …. è che siamo punto e daccapo. Peggio … perché sei già bruciato, in parte. Io non ritengo che tu sia consapevole, è vero …. fino in fondo che a trent’anni e con questo precedente, come direbbe un giudice, ti comprometti qualsiasi matrimonio con una ragazza che sia, è vero …. un buon partito. Ma, mio caro figlio, devi essere realista; anche se, è vero …. conosciamo tutti la tua superiorità al fatto puramente, come dire, contabile …. ecco, finanziario. Superiorità non certo disprezzabile, non dico di no, ma, capisci, è vero …. tu hai scelto, con la tua solita, pur rispettabile, cocciuta, convinzione di non specializzarti. E quindi rifiutare la carriera accademica che quel professore ti offrì su un piatto d’argento … è vero, a te, nemmeno al quinto anno. E ancora non andava bene la carriera clinica, anch’essa servita lì, bella e apparecchiata. Ma tu no, niente …. Ostinarsi a divenire medico condotto, e a Bagheria, è vero …. Avrei capito a Montecarlo o a Cortina d’Ampezzo. Insomma, sembra, è vero …. che tu non sia in pace con te stesso. E la cosa mi afflige non poco. Vorrei sapere se qualcosa la posso fare per te, è vero …. Sarò anche quello scocciatore moralista, e ormai quasi vecchio di cui ciancia quella santa donna della tua madre. Però l’affetto che ti reco è profondo, e credo tu ne sia a conoscenza>>, e una traccia di umido si materializzò all’angolo della pupilla sinistra. Assolutamente il massimo di commozione che il padre del nuovo medico condotto di Bagheria fosse in grado di produrre.

Natale fece un sospirone, inghiottì il delizioso pezzo di caciocavallo che gli ballonzolava in bocca da un pò, annegandolo a posteriori con una spruzzata d’intenso rosso di Messina. Cercò di prenderla larga, come si dice. Anche perché non era dell’umore adatto per aprirsi. Per giunta con suo padre, affettuoso quanto ampolloso. E non era un caso che i due termini facessero rima.

<<Padre carissimo, mi colpisce la vostra preoccupazione. In effetti vi mancherei di rispetto se negassi che sono un po’ rattristato, giacchè sarebbe una bugia bella e buona. Ma lo sono in generale, sia per qualche dubbio sull’essere in grado, io, di reggere un’intera condotta medica che fa capo, figuratevi …. a centinaia e centinaia di pazienti. Non pochi dei quali versano in tragiche condizioni economiche. E vi prego di non cominciare con le lamentele di avere un figlio socialrivoluzionario. Sapete bene che, ammesso che la politica m’interessi (affermazione già discutibile), sarei un liberale aperto, non conservatore. Punto a capo e discorso chiuso. Quanto alla fine della relazione amorosa, ché tale è stata e con tutti i crismi della serietà, ve lo potrò garantire finchè campo …. Beh, non era più tale da tempo. La mia sparizione di un anno per Milano altro non fece che mettere in evidenza tale triste stato di cose. Non dispero d’incontrare un’altra giovane donna, sperando sia quella più giusta per me. E vi rassicuro che non cerco sicuramente Sarah Bernardt o la bella Otero>>

<<Va bene, mi sento meno oppresso da quanto mi dici, Natale mio. Però, abbi pazienza … se non ti degni, è vero …. di recarti a qualche ballo …. dico qualche, non certo ogni sera, beh … e se non metti il naso fuori di casa che per recarti allo studio e in giro per visite mediche, ma come pretendi, è vero …. di trovare quella che adesso sembra di moda chiamare “anima gemella”>>

Un’alzata di spalle e un impegno a darsi almeno un pochino alla vita mondana, ma formulato con una vaghezza degna di uno caposcuola degli antichi scettici greci, chiusero la discussione pacata, e per il giovane alquanto noiosa.

Il commendator D’Alessandro se ne tornò ai suoi vasti campi in uno stato d’animo a metà fra il perplesso e il vagamente speranzoso. Ma se gli avessero chiesto su cosa si basasse tale “speranzosità”, non sarebbe proprio stato in grado di spiegarlo.

125 ma la città l’hai vista almeno una o due volte?

126 Accidenti, lo capisco che è un medico, però qualche volta poteva pure uscirsene a farsi una passeggiata a Milano. Mah, Natale proprio non lo capisco

Se ti è piaciuto questo capitolo condividilo con i tuoi amici o lascia un commento sotto. Grazie

Share This