I primi mesi in cui la condotta medica bagherese e dei dintorni passò dalle mani dell’anziano Gerbasi a quelle del giovane D’Alessandro non furono facili. Non per il settantino che si annoiava al circolo a giocare a carte e passeggiare; poi a poco subentrò un misto di rassegnazione e coraggio nell’affrontare l’ultima fase della sua vita. Il dottor Gerbasi si dedicò allora ai nipoti in modo intelligente: li aiutava a studiare le materie scientifiche fra liceo e scuola media (ne aveva cinque, prodotti dai tre figli), li seguiva negli sport (da giovane era stato campione regionale di lotta libera) e li consigliava nelle letture prestando libri su libri dalla sua fornitissima biblioteca che gli occupava quasi mezzo appartamento. Ogni tanto Natale lo rendeva felice chiamandolo per qualche consulto, onorando così l’indubbio talento clinico che avevano in comune. Anche se era lo stesso Gerbasi a tenere nella più alta considerazione il giovane erede.

Ancor meno facile fu quel primo periodo proprio per il successore, che si trovò a gestire un gran numero di pazienti, il carico burocratico e le conseguenti responsabilità. Anzitutto, non era abituato alla realtà di centinaia di persone che affidavano con crescente fiducia le vite loro e dei cari alle mani, agli occhi, al sesto senso di un medico non specializzato e appena ventinovenne.

Non si potè mai dire che non avesse fiducia in sé stesso, sebbene la modestia gli consentisse di non risultare mai un antipatico pieno di sè. Piuttosto, non era ancora entrato in quell’ovvio tran tran quotidiano che, lungi dal significare superficialità, piuttosto lo aiutò in poco tempo a prendere le cose con spirito pratico e minima preoccupazione. La paura di sbagliare se ne andò con relativa facilità, pur essendo un medico assai scrupoloso. L’avrebbe sempre aiutato la motivazione alla base dello scegliere il lavoro medico: il desiderio d’aiutare il prossimo, specie se colpito dalla miseria, dall’ignoranza, da una faticosa vita di stenti per sé e la per famiglia.

In ogni caso il primo anno, anno e mezzo volò con appena una settimana di ferie distribuite qua e là. Quando il dottore non ce la faceva più e staccare un po’ diventava questione di vita o di morte, per lui e ancor più per i pazienti. Lavorava dalle nove alle dodici ore, sabato compreso e a volte un paio anche la domenica. Non se la sentì mai di sbolognare a Palermo o ad altri colleghi casi non urgenti.

I genitori di Natale erano costantemente preoccupati per il futuro familiare del figlio maggiore quando apparve improvvisamente all’orizzonte una figura femminile, forte e candida nello stesso tempo.

Le circostanze dell’incontro furono sempre ricordate quasi con accondiscendenza dai due coniugi, tale fu la mancanza di originalità. Le prime volte che raccontavano come si conobbero, lui quasi si scusava per la banalità; ma quando lei protestò pacatamente di smetterla e che ogni incontro fra due persone che si ameranno ha sempre una propria segreta magia, allora lui smise di scherzarci su. La differenza è che in alcuni casi la magia è esclusivamente leggibile dai due protagonisti. Ed era proprio il loro caso.

Una mattina di assoluta caldana dell’agosto 1889 un inappuntabile dottor D’Alessandro, con tanto di panciotto grigio, si recò in visita nel calesse guidato da Annibale, il padre del fido Tobia (due cavalli sauri che si diedero anagraficamente il cambio nel servire con affetto il loro padrone nel corso di oltre un trentennio – sostituiti infine da una prosaica automobile, la Fiat “Topolino”). L’appuntamento era fissato per le undici a casa del notaio Castronovo, assai benestante, con quattro figli, che abitava la stravagante quanto bella villa posta quasi al centro del paese, in piazza Garibaldi. Il medico non vi aveva mai messo piede, ma solo sbirciato fra il ferro battuto della cancellata, da ragazzino con gli amici che ogni tanto andavano a chiamare Nanni, il figlio maggiore dei Castronovo, abile giocatore di calcio. Nel corso degli anni si erano persi di vista, mentre Natale non ricordava di aver mai conosciuto la sorella Maria, né altri membri della famiglia.

Quella giornata di fuoco con i termometri che si liquefacevano per gli oltre 40°, Natale entrò nel giardino di Palagonia sudato e insonne, dopo aver letto fino alle quattro del mattino alcune riviste mediche, numeri arretrati per il necessario e costante aggiornamento.

Il malanno che affliggeva il padre del notaio non era grave. La gotta a quell’epoca era alquanto diffusa fra gli anziani e se trascurata poteva anche diventare pericolosa; ma non era certo il caso del nonno di Maria e degli altri tre figli Castronovo. Per di più il settantacinquenne era ancora gagliardo, senza altri problemi che non fossero la passione per il fumo e i cibi grassi (che non potevano che alimentare la suddetta gotta). Altre volte Natale l’aveva visitato in ambulatorio o nel modesto studio di corso Giulio Cesare. Ma quella giornata infernale aveva regalato un bell’attacco al paziente, con la generosità maligna tipica delle peggiori estati africane che tempestano l’isola. Risultato: il vecchio Castronovo non si poteva letteralmente muovere, nemmeno con l’ausilio di due bastoni. Se si volesse fare una stupida rima si potrebbe dire che per i due futuri sposi <<galeotta fu la gotta>>. E in realtà il perfido Fefè, che in quella mattina era a Palermo a sostenere l’esame dell’ultima materia prima della laurea, una volta aveva osato recitare la facezia. Ma lo sguardo fulminante della sorella, tirata in ballo da quella che a Roma si definirebbe ‘na frescaccia, lo spinse a non fare mai il bis. Maria era una ragazza dolce ma sapeva essere assai convincente.

La sala d’ingresso al pianterreno era semibuia: di lì a una decina d’anni, una volta formata l’affollata famiglia del dottore, con alcune mani di vernice bianca e mobili più luminosi avrebbe fatto ben altra figura.

Natale chiamò un paio di volte prima che comparisse una figura abbastanza alta, snella, vestita di grigio chiaro, una lunga collana di perle che sembravano autentiche e che arrivava fino allo stomaco. Il viso apparve per ultimo e alla luce fioca del sole che penetrava nella grande stanza disadorna si delineò un’espressione di dolcezza mai vista. Gli occhi erano due piccole castagne collocate sopra gli zigomi un pò aguzzi, mentre le orecchie discrete erano semicoperte dalla folta capigliatura castana.

Con una voce vagamente roca gli chiese se fosse il medico che attendevano per visitare il nonno.

<<Sono io. E voi immagino siate una delle figlie del notaio. Da ragazzini si giocava, i miei amici e io, con Nanni … vostro fratello>>, sparò come una fucilata tutto d’un fiato un imbarazzato Natale.

Riflettendoci, al rientro all’ambulatorio per il rimanente delle visite, il giovane capì subito che l’imbarazzo era dovuto esclusivamente a un’unica causa: lo splendore imprevedibile sprigionato dalla figura di quella ragazza che dimostrava venticinque anni. Natale non riusciva a ricordare un’altra occasione, nella sua pur breve esistenza, in cui fosse rimasto così scosso nel profondo dall’immagine di un essere umano.

<<Si, lo so chi è Nanni>>, sorrise la fanciulla rendendo l’imbarazzo dell’interlocutore sempre più difficile da tenere sotto controllo. D’Alessandro era attratto irresistibilmente da quella ragazza; ma nello stesso tempo avrebbe preferito mille volte dover aprire un paziente anestetizzato per un’operazione. Lui che aveva deciso di non specializzarsi perché non si pensava come chirurgo. Manco fossero le uniche specialità esistenti, quelle chirurgiche.

<<E dove si trova …. Vostro padre?>>

<<Vi accompagno, dottore. Faccio strada>>

La seguì vagamente inebetito, come un allievo spirituale segue il proprio santone.

Il corridoio che traversarono era scuro e impregnato d’umidità. Il visitatore pensò che fosse normale, come se quella grande villa, circondata dai famosi mostri che da oltre un secolo spargevano inquietudine a piene mani attraverso il paese, non fosse mai stata arieggiata dal 1737.

Alcune delle mattonelle del pavimento erano incerte sotto i piedi, facendo vagamente oscillare chi vi camminava sopra. Quindi, salirono una scala abbastanza fastosa. Natale la immaginò per qualche istante rimessa a nuovo, con centinaia di candele e una lunga guida rossa dai bordi dorati che l’avrebbe resa paragonabile a una scalinata d’un elegante castello della Francia di Luigi XIV.

Al primo piano girarono subito a destra sboccando in una piccola stanza modestamente arredata, intrisa d’un vago tanfo di medicinali e malattia. Sembrava che anche lì l’aria esterna non vi penetrasse da decenni.

Oltre al malato e alla di lui figlia nella stanza era presente un giovane, che si poteva immaginare come uno dei due figli maschi. Scoprì poi che si trattava del suo futuro grande amico e cognato, l’eccentrico e coltissimo Ferdinando – che a quei tempo ancora nessuno chiamava Fefé. Alto più del normale, con un paio di larghe spalle da lottatore, fissò il giovane medico con uno sguardo indecifrabile.

Sul letto con tanto di baldacchino, che stonava con il rimanente arredamento, giaceva sdraiato un vecchio che sfoggiava un sorriso indecifrabile, al cui angolo sinistro pendeva una sigaretta non ancora accesa.

<<Oh, il ben noto dottore giovane. Per distinguerlo dal vecchio>>.

Il malato gli porse una mano nodosa e magra, dalla presa d’insospettabile energia. Quasi una scossa elettrica.

<<I miei omaggi, cavaliere>>. Natale sapeva che aveva ricevuto il titolo per meriti professionali dal principe di Villafranca, in nome e per conto di re Umberto I in persona.

Il medico s’immerse silenziosamente nella visita, senza pretendere che nessuno uscisse. Il capostipite dei Castronovo stava abbastanza bene. Il giovane medico quei dolori li avrebbe curati con una pomata d’invenzione recentissima e tedesca – dunque garanzia, difficilmente smentibile, d’efficacia e serietà. In effetti, l’anziano di lì a pochi giorni si riprese perfettamente.

Restavano i due capitoli considerati in famiglia come “scabrosi”: fumo e alimentazione ricca di grassi, dal formaggio alla carne rossa. In entrambi i casi per il cavalier Castronovo si trattava di entità paragonabili a due splendidi e procaci femmine ventenni per un loro coetaneo maschio, con tutte le effervescenze ormonali in entusiastico funzionamento. Ma delle due questioni avevano già discusso. Il giovane medico era stato un po’ redarguito dal figlio del malato, visto che dava pienamente ragione a quest’ultimo.

<<E con sigarette, sigari, formaggi, carni come va, cavaliere carissimo?>>, chiese sorridendo un Natale che conosceva perfettamente tanto la risposta che il tono con cui sarebbe stata pronunciata dal furbo anziano.

<<Benissimo, caro dottore. Coltiviamo un rapporto di fraterna, direi quasi sensuale, intimità da ormai lunghi e consolidati decenni. Ah, ah, ah … >> e se ne uscì con una delle sue famose risate che era difficile non definire “omeriche”.

Natale sollevò uno sguardo divertito verso il rassegnato figlio del testardo paziente. Mentre i due figli sembravano condividere in pieno l’attitudine dell’intelligente dottore.

In quell’epoca, dall’aristocrazia principesca fino alla piccola borghesia, che un giovane frequentasse una giovane era inconcepibile al di fuori di un minimo di ufficializzazione. L’”impegnarsi” rappresentava indubbiamente lo spettro che, prima di chiedere a una giovane donna d’incontrarsi, faceva riflettere dieci volte un uomo sano di mente, e che non fosse un mascalzone. Ci vorranno diversi decenni prima che ci si frequenti liberamente, senza per questo dover finire prima o poi davanti al prete. Naturalmente, c’era sempre spazio per i cacciatori di dote e i donnaioli incalliti, così come per le ragazze “leggere”.

Natale scelse quindi una strada forse non originale, ma decisamente sicura per poter almeno vedere qualche minuto la ragazza che l’aveva colpito tanto per l’aspetto e il modo di fare. Forse anche di essere: ma ci vollero alcune settimane per scoprirlo e in modo lecito. In pratica, con la scusa di non far stancare il vecchietto – che in realtà, gotta a parte, mostrava invece di possedere energia quasi inconcepibile in un soggetto della quarta età di allora – il medico decise di non farlo più muovere da casa. Sarebbe stato lui stesso a recarsi alla “villa dei mostri” per visitarlo e prescrivere eventuali farmaci.

Stranamente Maria era sempre lì, malgrado desse lezioni private in quantità alle ragazze bisognose di ripetizioni, in paese e dintorni. Si muoveva col calesse di famiglia, che al notaio serviva ben poco, dato che teneva studio nella villa – come avrebbe poi fatto Natale. Eppure, come si seppe più tardi, la giovane decise inspiegabilmente di tenere tutte le lezioni nella sua stanza di Palagonia. In tal modo non sarebbe mancata ad alcuna visita del giovane e interessante dottore che si annunciava all’ultimo momento – a dipendenza dei numerosi impegni con le centinaia di malati.

In un primo tempo lui non si accorse che lei si faceva trovare appositamente in casa, piuttosto che esservi per puro caso. Giacchè anche per Maria quella rappresentava l’attesa occasione d’incontrarlo. Ma in un’epoca che sappiamo così complicata per un minimo d’iniziativa e libertà di due giovani che si piacevano, era anche difficile comprendere se nel proprio sentimento si fosse o meno ricambiati; o quantomeno, ci fosse “una speranza”, come si legge in tanti romanzi.

In realtà Natale non si pose il problema, nemmeno dopo il primo incontro. Era già “fulminato” e agiva d’istinto, pur negli ovvi limiti della creanza e delle regole non scritte di quella società e delle classi di appartenenza.

Come in seguito non si sarebbe neanche interrogato fra sé e sé sulla notevole distanza sociale. Se suo padre aveva potuto permettersi di far laureare il figlio maggiore in medicina (studi lunghi e costosi) – e di cofinanziarlo nel corso dei dodici mesi di pratica ospedaliera a Milano (pagato una miseria) – è anche vero che ben difficilmente si sarebbe potuto accostare la famiglia D’Alessandro a quella Castronovo dal profilo prettamente finanziario. Il nonno curato da Natale e il figlio notaio erano uno più benestante dell’altro – anche se non si era ai livelli di una “casata imprenditoriale” come i Florio, o gli svizzeri Caflish e Rageth und Koch (pasticcieri e ristoratori).

Dal canto suo, il “dottorino”, come lo chiamava affettuosamente il nonno, aveva fatto breccia nel cuore del paziente. Nel giro di un paio di settimane, con ben quattro visite complessive, iniziarono a chiacchierare: prima del più e del meno, poi di Milano, delle potenze europee (il cavaliere Castronovo era un grande appassionato di quella che oggi chiamiamo geopolitica, e anche D’Alessandro non se ne disinteressava), di letteratura e di teatro. Entrambi erano dotati di solida cultura; anche se dall’alto di due volte e mezzo l’età del giovane, l’anziano aveva tante esperienze di vita e letture e viaggi e concerti e serate teatrali in più.

Alla fine di quella lunga e intollerabile estate (anche per gli stessi siculi, tormentati da millenni di clima infernale fra maggio e settembre) nonno Castronovo decise improvvisamente d’invitare a cena il dottore. E lo disse solo un’oretta prima dell’inizio del pasto, suscitando le ire delle donne di cucina. Ma le rassicurò con la sua solita pacata strafottenza informandole che il “dottorino” era di bocca buona; si preoccupò anche di specificare che non avrebbe avuto nulla da ridire sulle “porcheriole” che sfornava la cucina di Palagonia. Nessuna delle addette ai viveri della villa, comprese figlia e nuore, si azzardarono a replicare; ma al vegliardo impertinente non vennero risparmiate occhiatacce, esplicative quanto un trattato in più volumi di buona creanza.

La prima cena in comune avvenne alla nutrita presenza di familiari, curiosi di conoscere meglio o d’incontrare per la prima volta l’ormai famoso “dottorino”. La maggior parte dei quindici membri della folta delegazione dei Castronovo e annessi vari era interessata a capire le dinamiche di quella strana amicizia esplosa fra il trentenne e il settantacinquenne. Pochi fra loro, i più esperti di tattiche amorose e sociali, avevano scoperto il coup de foudre fra i due giovani. Il risultato, già dopo il primo convegno di famiglia, fu un ammaliamento generale per quell’uomo stempiato, non alto, generosamente baffuto, di grande compostezza: eppur dotato di carattere e mai disposto a lasciarsi mettere i piedi in testa da nessuno. Oltre che ottimo clinico, già popolare in tutto il paese e nei dintorni, financo a Palermo. Come confermò uno zio di Maria, raccontando di un pranzo in città con un suo vecchio compagno di studi liceali, diventato luminare dell’otorinolaringoiatria, che gli disse mirabilie del dottor D’Alessandro.

Perfino la domanda rivoltagli senza giri di parole dalla moglie del suddetto zio, sul perché avesse rinunciato a specializzarsi, a seguire la carriera universitaria e invece deciso di rintanarsi in una zona paesana e povera, rappresentò l’occasione per una breve esposizione, appassionata ma non esagitata, della visione del mondo e della professione medica di Natale. La sua umanità, aliena da anarchismo o socialismo, semplice e spontanea, fece breccia in pressoché tutti i cuori dei presenti. Ovviamente in Maria più di tutti.

Alle cene si aggiunsero in breve tempo aperitivi o caffè pomeridiani durante i quali i due chiacchieravano sotto gli occhi vigili, ma nemmeno troppo, di un familiare – fratello o sorella. La madre era scomparsa anni prima per un cancro; quanto al notaio, era naturalmente impegnato con la clientela nello studio al primo piano.

Non ci volle molto per scoprire i reciproci interessi, che per la maggior parte coincidevano con letteratura e musica, teatro di prosa e più moderatamente cinema. Escludendo invece la geopolitica che non veniva degnata della minima attenzione dalla ragazza.

In più, le lingue erano decisamente la sua specialità:   ottimi inglese e francese, buon tedesco e discreto spagnolo.

Natale, invece, se la cavava benino con il francese e basta. Maria avrebbe provato a fargli imparare almeno un po’ d’inglese ma trovando un marito perennemente refrattario, diviso fra lavoro, famiglia, giornali, romanzi e aggiornamento medico.

Quanto alla politica interna, la figlia dei proprietari di Palagonia se ne disinteressò quasi sempre. Con l’eccezione della marcia su Roma (che giudicò una buffonata in wagon-lits) e della seconda guerra mondiale (mentre la prima non l’aveva praticamente mai seguita). Quando nel maggio-luglio del ’45 apparvero foto e reportages dai campi di sterminio nazisti, non riuscì a mangiare né dormire per diversi giorni.

Il fatto, poi, di avere ben tre figli di simpatie sinistrorse non l’avrebbe mai turbata; mentre dichiarò più volte che si sarebbe vergognata se avessero fatto carriera nel Partito Nazionale Fascista, o se, peggio ancora, fossero stati simpatizzanti della Germania nazionalsocialista, quindi antisemiti e guerrafondai. Solo un paio di volte raccomandò prudenza ai due comunisti di casa, Vittorio e Angelo.

Finita l’estate bollente il tempo regalò un autunno di una mitezza commovente, con leggeri colpi di vento che ammorbidivano i visi stremati dalle settimane di scirocco.

Natale e Maria cominciarono a fare belle passeggiate in calesse, per poi camminare a Mongerbino, Aspra, Porticello, spingendosi fino a Palermo, Mondello e dintorni. Sempre accompagnati da un occhiuto rappresentante della famiglia Castronovo, a verificare che non vi fossero avvicinamenti di alcun tipo fra i due giovani, ormai innamorati e decisi a fare sul serio.

In occasione della terza o quarta gita Natale osò dichiararsi mentre Ferdinando, il più accondiscendente fra i parenti di lei, si era allontanato a sfumazzare uno degli adorati sigaracci, i puzzolenti “toscani”. Il dottore depositò sul palmo della mano della sua innamorata un pacchettino che non poteva che secernere ciò che lei aveva già indovinato. Eppure, l’atmosfera da momento unico nella vita non fu minimamente intaccata, come una cattedrale invisibile che resiste a tutti i maremoti dell’universo.

Disfece il minuscolo pacco delicatamente, con una lentezza per Natale esasperante; ma per lei dilatava all’infinito una sospensione del tempo che desiderava poter gustare e conservare dentro di sé, per i giorni a venire accanto a quell’uomo per lei ormai unico. E proprio perciò assolutamente adorabile.

Alla fine emerse, fra la carta grigio chiaro e la scatoletta nera da aprire premendo un bottoncino dorato, un anello, semplice ma di disegno assai personale. Natale, del tutto ignorante di questi aspetti del vivere, si era appositamente recato dal miglior gioiellere di Palermo, sito nell’elegante viale della Libertà, poco prima del Teatro Politeama. Il proprietario in persona, al quale il giovane cliente aveva addirittura annunciato l’arrivo con un telegramma (non si poteva certo contare su una rete telefonica efficiente nell’isola) si mise a completa disposizione di quell’uomo baffuto e dagli occhi quasi spiritati. Il gioielliere, dallo sguardo clinico quanto quello del dottore che aveva davanti, comprese subito che si trattava semplicemente dell’antichissimo fuoco d’amore che divora le genti per essere felici e riprodursi – come ripetè a sé stesso con gusto del tutto tardo romantico e di fine Ottocento.

Aveva indovinato le complicate spiegazioni di D’Alessandro, chiamato il suo miglior disegnatore di gioielli, fatto fare almeno una dozzina di schizzi prima di trovare quello che maggiormente soddisfaceva l’immagine che il cliente si era fatto. Ne venne fuori un disegno del cui successo Natale non aveva la minima idea. Si era basato su alcuni aspetti del gusto molto fine della ragazza e aveva lavorato su quelle impressioni.

Fatto sta che Maria rimase letteralmente basita ammirando l’anello, il disegno, l’eleganza semplice, la squisita fattura. Senza controllare se ci fossero lì vicino Ferdinando o qualche passante, un incontrollabile Natale, al settimo cielo per l’espressione sul volto dell’amata, le disse, dandole per la prima volta del tu, che l’amava follemente e che desiderava sposarla già l’estate successiva. E senza nemmeno attendere che il soggetto del più assoluto desiderio che avesse mai coltivato nei suoi ventinove anni si esprimesse, osò l’inosabile dandole un bacio sulle labbra. È impossibile calibrare l’impatto visivo su estranei di un gesto simile compiuto ben centoventotto anni fa, nel cuore dell’ancora borbonica Sicilia. Ma l’importante non fu che nessuno passava vicino alla panchina su cui erano immersi i due innamorati. L’unica cosa che poteva rendere semplicemente perfetto quel gesto era che lei lo ricambiasse. E perfezione fu.

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