A cavallo fra prima e seconda metà anni Venti, come sappiamo, Vittorio, Ciro e i loro amici scorazzavano sulla terraferma in bici, a piedi, magari anche di corsa; mentre sul mare si limitavano a nuotare, non disponendo nemmeno di una barchetta a remi. Qualche volta, però, trovavano un piccolo equipaggio di pescatori ospitali che, se non si spingevano troppo al largo, li faceva salire per qualche ore di pesca, abbronzatura e nuotate.

Ciro aveva accompagnato due volte il padre a Tunisi per affari. Il ragazzino raccontò meraviglie di quel paese che sembrava così remoto, eppure a una sola notte di nave dalle coste trapanesi. Una terra dopotutto molto simile alla Sicilia, che restava attaccata a un’anima profondamente arabeggiante.

A partire dal ‘25 alla banda si aggregò spesso un ragazzo di due anni più grande di Vittorio, che frequentava il liceo artistico e si chiamava Renato. Qualche amico di Angelo e Giuseppe, giovani pittori un po’ bohémien e della cui frequentazione i due D’Alessandro andavano molto fieri, avevano raccontato mirabilie riguardo alle capacità pittoriche del quattordicenne.

Era abbastanza alto, capelli neri, viso più maturo della sua età, fumava già un pacchetto al giorno di Macedonia ed era di modi eleganti. Aveva un che si seduttivo fin da adolescente: al fisico robusto ma snello, man mano che crebbe si aggiunsero tratti del viso assai belli, un’andatura dinoccolata, la sigaretta perennemente penzonante dal labbro inferiore. E ben presto l’aura di pittore un po’ maledetto e, soprattutto, felicemente squattrinato. Per di più in odore di antifascismo – giustamente, considerando l’adesione nel 1928, a diciassette anni, alla Federazione giovanile del Partito comunista.

Il ritratto portava a una serie di conseguenze più che naturali. Nel gruppo di amici la personalità di Ciro venne ben presto messa in ombra da quella assai più forte del giovane pittore. Soprattutto per l’efficace combinazione fra costituzione di leader naturale e assoluta strafottenza verso regole, comandi, autorità. A cominciare da quella che gli riconoscevano. Impiegò un pò a convincere i ragazzini a non chiamarlo boss – come avevano imparato dai fumetti e dai films di gangster. Quando poi quelli continuavano a chiamarlo così, lui cominciò a non rispondere, né a voltarsi. Lo faceva se invece veniva chiamato col suo nome. Allora finalmente capirono.

Una volta, nell’estate 1927, mentre in sei erano sdraiati su quella che Mussolini si compiaceva di chiamare “il bagnasciuga” a prendere il sole, stanchi dopo una lunga nuotata, Renato, già senza più fiatone, si accese una delle innumerevoli sigarette e riflettè. Quasi più ad alta voce con sé stesso, che per discutere con gli altri.

<<A me interessa una minchia di adunate, scuola, carriera, servizio militare, matrimonio. Tutte cazzate borghesi>>. E la esse della parola per lui massimamente dispregiativa, <<borghesi>>, si smaterializzò nell’aria bollente assieme al fumo che usciva dalla bocca dal taglio sensuale.

<<Ma allora chi schifiu vo fari quanno si granni? 127>>, chiese incuriosito Saro, che sembrava il più attratto dalle dichiarazioni esistenziali dello studente dell’artistico.

<<Ah, facilissimo, Saruzzu beddu: fari u pitturi, viaggiari e fimminiari 128>>.

Il termine fimminiari era una gran bella invenzione delle sue: letteralmente intendeva “femminare”. Ma, essendo sia un signore che un vero donnaiolo, non raccontava mai nulla di quelle che Lorenzo Da Ponte chiama “sue donnesche imprese”. Nei lunghi anni di amicizia solo Vittorio fu a volte a conoscenza di un paio di storie: ma esclusivamente quelle d’amore vero. E senza che a Renato sfuggisse mai un nome. Tanto ormai la fama l’aveva, eccome. Non erano pochi i giovani e meno giovani fra gli uomini del circondario che cercavano di tenere lontane le loro mogli, sorelle, figlie e fidanzate da quel pericoloso, affascinante, giovanissimo tombeur des femmes.

<<E col servizio militare di due anni come la mettiamo? E col partito? Non ti si è visto manco una volta al “sabato fascista”>>, chiese Milo, il più fascistello del gruppo. O forse l’unico che lo fosse veramente.

<<Picciutteddu, ca politica mi ci struiu ‘u culu, mi capisti 129?>>

I ragazzi scoppiarono a ridere, compreso Milo, anche se istintivamente si guardò in giro per vedere se nessuno avesse sentito la dichiarazione degna di un processo al tribunale dei minori e un annetto di riformatorio per lui e confino per il padre.

<<Ma non c’hai paura che ti senta qualche cornutazzo dell’OVRA 130?>>, gli domandò Ciro sorridendo.

<<L’OVRA a mia ma suca, capisti? E pure du figghi ‘i pulla ‘i Muzzolini, comu dici bonu don Calò Rappisi 131>>, sorrise Renato. Altra sonora risata, tranne per Milo, che questa volta si arrabbiò.

<<Ah, già: don Rappisi. Certo, bella gente frequenti. ‘A stissa razza, siti. 132

<<Che minchia vuoi dire, cornutazzo?>>, lo minacciò Ciro drizzandosi in piedi.

Ma Renato, continuando a gustarsi la sua Macedonia con imperturbabile voluttà, lo bloccò. Si sollevò appena col busto e guardandolo negli occhi chiese a Milo di spiegargli. Magari aveva proprio ragione lui.

<<Beh … intendevo dire che dovreste parlare di meno, sia tu che Rappisi. Però tu … sei meglio di lui>>, spiegò un po’ farfugliando un Milo impallidito e molto meno gagliardo del consueto.

<<E invece qui ti sbagli due volte: uno, perché faremmo meglio a parlare di più. E non solo io e l’ottimo don Calò, ma tutti quanti siamo, siciliani e italiani. E due, mi onoro se mi paragoni a quel gran brav’uomo, che di coraggio ne ha da insegnare a te e ai milioni di coglionazzi in camicia nera>>

<<Mmhhh … Renato, te lo dico da amico. Un giorno o l’altro male ti finisce se non ti taci>>, replicò Milo improvvisamente più sicuro di sè.

<<Eh no, Milo caro. Qui se c’è uno che deve stare molto attento a tenere la bocca chiusa sei proprio tu>>, sibilò Vittorio in faccia al ragazzetto convinto fascista serrandogli le mani sul collo. All’inizio sembrava una semplice minaccia di pochi secondi: ma poi i ragazzi si accorsero che Milo era velocemente diventato paonazzo e cominciava a non respirare più.

Gli altri si limitarono a spaventarsi e a intimare ad alta voce al piccolo D’Alessandro di fermarsi. Ma Renato fu più lesto ed efficace facendogli mollare energicamente la presa.

Vittorio non aveva mai reagito con tale rabbia e al contempo convinta energia. Renato ne fu colpito interpretandolo come un esagerato ma sincero gesto di profonda amicizia. Prima lo prese per il collo, ma con molta meno forza, dicendogli di non fare mai più una cosa simile e che a momenti strozzava il loro amico. Renato si disse sicuro che non avrebbe mai detto nulla a nessuno. E alle sue spalle Milo confermò che aveva ragione. Poi abbracciò con foga Vittorio, un gesto di un’intensità che valeva mille discorsi. Da quel giorno divennero quasi inseparabili.

Una settimana più tardi passò dalla villa, con un’improvvisata per chiedergli se voleva venire a Palermo con lui a vedere una lezione di pittura. Le scuole erano già chiuse per le vacanze estive, mentre il liceo artistico offriva una volta a settimana e fino a luglio inoltrato, lezioni di pittura, disegno artistico e scultura. Sia a chi doveva “riparare a settembre”, che agli appassionati che desideravano approfondire. Ovviamente l’amico di Vittorio era fra questi ultimi, avendo concluso il secondo anno con il massimo dei voti. Il padre cominciava ad abituarsi: ma l’anno precedente per un pelo non rischiava un colpo apoplettico, avendo fatto il callo a rimandature e punizioni, insufficienze e una bocciatura in prima media. Finalmente quel figlio ingovernabile sembrava aver trovato la propria strada.

In treno verso la città Renato aveva già in mano l’ormai inseparabile blocco di fogli da disegno, e con gessetto e matita riprendeva come un fotografo il paesaggio con le colline brulle prima, poi il mare. Ogni tanto accendeva una sigaretta e sorrideva. Vittorio per un attimo lo vide come un enorme gatto sfumacchiante e sornione, impegnato a emulare Van Gogh o Picasso. Sicuramente il giovane studente del liceo d’arte era appassionato di grande pittura italiana del Quattro/Cinquecento, e d’impressionisti, espressionisti e cubisti. Il resto lo studiava, per carità: ma più per dovere di cultura pittorica e di studio della tecnica che di sincera ammirazione.

Comunque, non c’era confronto con l’ambiente delle medie o con la caciara che provocava alle elementari. In ambo le scuole era stato davvero un’impresa contenerlo e insegnargli un po’ di buone maniere. Invece, l’autodisciplina l’aveva imparata presto e tutta da solo: poiché, quando si trattava di una materia o di un argomento che lo interessava, non c’era bisogno di dire o fare nulla per bloccarlo come una statua che ingurgitava con passione ogni parola del docente. Il padre era stato dubbioso sulla scelta del figlio (pur essendo lui stesso acquerellista dilettante): ma la sagace nonna di Renato l’aveva convinto a lasciarlo provare. E anche la madre sembrava incuriosita sull’ipotesi di un figlio artista. L’importante era che s’impegnasse e fosse disposto a seguire in ogni caso la carriera di professore d’educazione artistica alle medie o di disegno alle superiori. L’ideale sarebbe stato, secondo suo padre, arrivare alla laurea in lettere a indirizzo storia dell’arte, in modo da vincere il concorso a cattedra e sistemarsi al liceo. Poi, se fosse anche riuscito come pittore tanto meglio; altrimenti avrebbe continuato a far mostre in privato e fra amici, senza che gli mancasse di che sfamarsi decentemente e metter su famiglia. Il furbo giovane accettò tutto, per poi riuscire a sganciarsi nel modo cui accenneremo fra un po’.

Il professore Sebastiano Fratta veniva da Roma, da dove era scappato – si mormorava in giro – per un brutto giro di debiti di gioco. Era un trentino un po’ esagitato e gran puttaniere; nel senso che teorizzava i rapporti mercenari, rifiutando d’impegnarsi seriamente anche per una sola notte. Capelli lunghi, barbone alla Marx, di vaghe simpatie anarchiche, statura media, non bello ma con un sacro fuoco nello sguardo, soprattutto se dipingeva o ammirava un quadro. La scultura la rifiutava categoricamente, dichiarando che dipingere era l’unica vera arte visiva.

La prima lezione che tenne fu un mezzo scandalo visto che affermò con fulminante capacità di sintesi

<<Cari ragazzi, per me contano due realtà: si ai quadri e no alle statue. Supreme opere, o al minimo tentativi nel primo caso; meschine cazzate le seconde>>.

Fra la potente consorteria degli scultori che si adirò per una simile quanto stramba teorizzazione, le dame timorate di Dio del consiglio d’Istituto che commentarono con un <<Ohhh ….>> la parolaccia volutamente pronunciata dal giovane reprobo, nonché i genitori di alcuni studenti scandalizzati, il povero preside non sapeva più che pesci pigliare. Per fortuna sua e di tutti ebbe due idee assai semplici: parlare con Fratta riuscendolo a convincere a scendere a più miti consigli; lasciare in sospeso per due settimane la questione dell’eventuale licenziamento, giusto per verificare di che pasta di docente fosse fatto quel romano stravagante.

I fatti dettero ragione al dirigente scolastico, visto che i ragazzi erano letteralmente entusiasti del nuovo professore. La libertà creativa che lasciava loro, la febbre artistica che comunicava come un sacro bacillo, l’acutezza dei giudizi, le lezioni erudite ma al contempo appassionanti di storia dell’arte (eslcusa ovviamente quella della scultura), la capacità di tenere la disciplina con autorevolezza ma senza autoritarismo, furono le monete preziose con cui Fratta ripagò il liceo artistico di Palermo, i colleghi, il preside, le famiglie e anzitutto gli studenti. In fondo gli unici che stessero davvero a cuore all’insegnante. Che in realtà sapeva già che dopo due anni sarebbe ritornato a Roma, città che amava come fosse una donna; e in cui era già a stretto contatto con la Scuola romana, che fra gli anni Trenta e Cinquanta, al netto di ogni retorica, tanto lustro avrebbe dato all’arte italiana in Europa e nel mondo. Fratta, infatti, ne sarebbe stato protagonista assieme agli amici Scipione e Fausto Pirandello, Cagli e Mafai, oltre che come redattore della mitica rivista Valori plastici, fondata da Carrà nel ’21 e assai influente per i “romani”.

Per quanto riguarda il rapporto con il giovane bagherese, li legava l’amore per l’espressionismo e l’interesse per quanto cominciava a fare la Scuola romana (Fratta si era portato dietro alcune decine di copie e schizzi opera di amici del gruppo). Nonché le prime idee per un realismo inteso come presa di posizione, via via più forte, nei confronti di una società in veloce e spesso drammatica trasformazione.

Renato, dal canto suo, accompagnò più volte il suo amato maestro, assieme a un manipolo di altri fedelissimi studenti, in giro per mezza provincia palermitana. A cominciare proprio da Bagheria e le due ville vicino alle quali abitava: Valguarnera e Palagonia. Venne perfino organizzata una gran tavolata cui partecipò l’intera famiglia D’Alessandro/Castronovo in versione allargata, assieme ad alcuni studenti, al docente e a Renato. Le ventisette persone attorno al tavolo imbandito animarono una serata memorabile che si protrasse fin oltre la mezzanotte; con un’altrettanto memorabile eccezione alla regola di spedire i figli minorenni fra le coperte non oltre le dieci.

 

Entrando per la prima volta nell’aula magna del liceo artistico, sito nel centro storico di Palermo, Vittorio ricevette il permesso di Fratta di assistere alla lezione di disegno dal vero. Vi erano sempre degli estranei, essendo l’ingresso libero; però, dopotutto, nel 1926, un tredicenne in ammirazione di una ragazza completamente nuda, senza nemmeno la scusa di esser lì a dipingerla, poteva essere cosa ben disdicevole. Fratta, gran spirito pratico, risolse dando un blocco di fogli, pennelli e matite anche al ragazzino.

<<Così si a quarcheduno je viene da rognà a vedé un regazzino davanti a ‘sta bella mignottona nuda, se sta zitto e nun ce rompe li cojoni 133>>, chiarì con il suo inconfondibile eloquio romanesco e diretto. Renato e gli altri praticamente seguivano doppie lezioni in contemporanea: arte e dialetto di Roma. Anche se il docente era capacissimo di tirar fuori un forbito italiano, preferiva che ognuno parlasse il proprio dialetto. Difatti, nel giro di un anno era in grado di capire il siciliano e di parlarlo decentemente.

L’aula era illuminata dall’alto e ai lati da una decina di finestre e finestroni che facevano penetrare il potente sole di luglio. Una ventina di postazioni erano disposte a centottanta gradi, ciascuna con tanto di cavalletto, tavolino per i pennelli, pezzuole e altri utensili da pittore. Al centro del circolo una pedana di legno impolverata, sopra la quale troneggiava una copia di una seggiola di pelle e legno stile in tardo medioevale su cui era seduta una ragazza – ‘a bella mignottona, pensò Vittorio – vestita con un tailleur di discreta fattura. Dimostrava intorno ai venti/ventidue, capelli rossicci tagliati a caschetto, intensi occhi azzurri e una cascata di deliziose efelidi su un viso leggermente squadrato. Fumava una sigaretta da un lungo bocchino, atteggiandosi a jeune femme fatale. Sarebbe stata perfetta nel salotto parigino di Alice Toklas e Gertrude Stein, mischiata ai vari Faulkner e Fitzgerald, Hemingway e Dos Passos, con Gershwin a snocciolare le sue melodie al piano. Splendida creatura assolutamente anni Venti.

Vittorio si andò a sedere giusto dietro il suo amico, in modo da osservare bene sia il suo lavoro che il centro dell’aula, fra l’immobilità della modella e il su e giù nervoso di Fratta, che andava consigliando i meno bravi o cazziando chi non sembrava impegnarsi.

Si fece silenzio e il rito iniziò. Per oltre due ore si sentirono soltanto alcune parole sussurrate dal docente alle orecchie di qualche allievo, il fruscio dei fogli da disegno e i gessetti che scorrevano sulla carta ruvida. Chi dipingeva, chi disegnava, chi usava colori a olio, chi acquerellava: libertà assoluta. L’importante, come ogni tanto veniva ricordato dal maestro, era dare sé stessi. Soprattutto vigeva un secco e assoluto NO ai ritratti “fotografici”: meno somigliante non voleva dire migliore. Occorreva metterci il massimo di personalità e originalità d’esecuzione. Che doveva essere, ripeteva Fratta, non rappresentazione, bensì interpretazione.

Renato arrivava a sudare copiosamente, malgrado il relativo fresco che regnava nell’immensa sala semivuota, con una ventina di persone. Fumava una sigaretta dietro l’altra, senza alcuna protesta da parte dei compagni, pochissimi dei quali lo imitavano.

C’erano solo cinque ragazze. Era un’eccezione che vi fossero classi miste; ma per Fratta l’arte non poteva certo subire confini di sorta.

La lezione di quella mattina si divideva in due parti: disegno dal vero con figura femminile vestita e poi con figura femminile nuda. Alla metà esatta dell’orario un precisissimo bidello venne ad avvertire per l’intervallo. Tutti uscirono, chi a bere un caffè, chi a fumare o a farsi uno spuntino. Restarono soltanto Fratta e Renato a parlare fitto fitto, gesticolando e sfumazzando come ciminiere: l’uno il sigaro pestilenziale, l’altro le preferite Nazionali (che alternava alle altrettanto amate Macedonia). Entrambi portavano pantaloni larghi, alti alla cintola, bretelle, camicia bianca e al posto della cravatta un vezzoso foulard. Il giovane aveva preso la mania di girare “scravattato” proprio da Fratta – più volte, quanto inutilmente, richiamato dal povero preside che latrava al vento.

Vittorio s’aggirava per i corridoi umidicci, pregni di aria viziata ma tutt’altro che fastidiosa, grondante odori misti di carta, colla, legno, trementina. E su tutto, olii e pitture di mille generi. Divertito, starnutì più volte per la pungente mistura alla quale non si poteva sfuggire: nemmeno nei bagni con cessi alla turca e acqua calda. Come Renato gli spiegò poi, un lusso, quest’ultimo, per aiutare a fare sparire le macchie di vernice più resistente.

Nessuno fra gli studenti e le studentesse fissò il ragazzino con curiosità o gli chiese qualcosa, anche se i quattro-sei anni di differenza si notavano. Una ragazza dell’età di Renato gli fece addirittura un breve ritratto a carboncino che poi gli regalò con uno schioccante bacio sulla guancia. Vittorio divenne un’unica entità rosso fuoco.

<<Sembri un lapillo infiammato schizzato fuori dall’Etna>>, lo sfotticchiò un’altra ragazza con un sorriso a trentadue denti, chiedendogli come si chiamava. Ce ne saranno altri quattro o cinque di ritratti di Vittorio nel corso dei trent’anni successivi, eseguiti dagli amici pittori Nino Garajo e Renato, Mafai e Fausto Pirandello.

All’inizio della seconda parte di lezione tutti ripresero il proprio posto come se nulla fosse. Ma per il giovane D’Alessandro, appena effigiato a carboncino, un solo particolare bastava a cambiare profondamente, quasi a sconvolgere il panorama di quell’aula improvvisamente piccolissima. Il suo sguardo, dopo essersi chiuso la pesante porta alle spalle, come richiesto dal docente, e riabituatosi alla luce ridotta, grazie ad alcuni spessi tendoni, fu attirato da una “cosa” che sulle prime gli sembrò provenire da Marte. O meglio, da Venere. Era una giovane dalla pelle chiara, lo stesso taglio di capelli rossicci della ragazza precedente, la medesima sigaretta incastonata nel lungo bocchino nero come pece. Guardandola in viso e cogliendo il medesimo sguardo da fatalona, si accorse con perplessità che, pur sembrando completamente un’altra ragazza, era in realtà la stessa. Quello che aveva fatto perdere l’orientamento all’adolescente era il cambiamento che aveva subito non la faccia bensì il corpo della modella: non aveva più un solo capo di abbigliamento né di biancheria. Le due parole, donna e nuda, risuonarono nella testa dell’amico di Renato. Fu la consequenzialità dei termini, l’uno assieme all’altro, l’uno dopo l‘altro, a farlo restare immobile, in piedi, di fronte a quello spettacolo.

Donna di per sé poteva voler dire tanto: madre, sorella, nonna, zia monaca, zie varie, venditrici al mercato, maestre. Quanto alla nudità non era qualcosa cui avesse pensato spesso, se non ridendoci sopra da bambino, pensando ai fratelli in mutande o alle sorelle in sottoveste. Peraltro appena intraviste due o tre volte e per sbaglio; quindi subito sparite alla sua vista impertinente grazie a una porta sbattutagli in faccia. Poi, ad adolescenza iniziata un paio d’anni prima, era subentrata una sensazione d’imbarazzo e attrazione al contempo. Una mistura ben presto percepita come pericolosamente seducente. Adesso si trovava al cospetto di una donna realmente e assolutamente, semplicemente quanto felicemente nuda. Per di più giovane, bellissima, disinibita. Per di più sfacciatamente conscia dell’aurea che sapeva proiettare sugli uomini d’ogni età e latitudine. Per di più davanti a un’altra ventina di persone, maschi e femmine, un professore e il suo migliore amico (assieme a Ciro).

<<Davanti a questo sole femmineo ci si potrebbe abbronzare, eh?>>, gli sussurrò la ragazza che lo aveva ritratto nell’intervallo. <<Piace anche a me, ah, ah, ah ….>>.

L’aggiunta l’aveva ancor più messo in imbarazzo, col viso lentigginoso passato dal rosso a un pallido biancore.

Le risatine e gli sghignazzi lo risvegliarono da quell’ipnosi di forme e pelle luminosa, spingendolo a mettersi ancora dietro Renato, che aveva già ripreso a lavorare, del tutto preso nella concentrazione.

Vittorio si accorse molto chiaramente della differenza fra lo sguardo del suo amico per strada o in un locale pubblico, alla vista di una donna che l’attraeva; e gli occhi professionali d’artista in formazione davanti a quella che per lui era una modella, un soggetto-oggetto da ritrarre e nulla più.

Non riusciva a tollerare di essere lui l’unico così preso da qualsiasi elemento che formava quell’essere senza vestiti, lì davanti a tutti. Mentre i pittori in formazione s’impegnavano e si smarrivano nel proprio lavoro. Sembrava che avrebbero avuto le medesime reazioni a dipingere Caronte che traghetta le anime prave o uno squalo a quattro zampe che sgranocchia bagnanti su una spiaggia.

Si sentiva stordito dalla voglia di guardare e guardare ancora, per poi avvicinarsi trovando il miglior punto di osservazione. Anzi, di estasi. C’era qualcosa in quella ragazza che afferrava alla gola il ragazzino dai capelli rossi, lo faceva deglutire rumorosamente. Si toccava la fronte, ed era come avere la febbre alta. Eppure sentendosi così bene, come mai prima si era sentito.

Quando più tardi al ritorno in treno l’amico gli garantì che era solo l’inizio della scoperta del mondo donnesco e che ben altre sensazioni avrebbe provato di lì a pochi anni, Vittorio sapeva perfettamente che Renato aveva ragione. L’aveva capito proprio mentre si smarriva con gli occhi lungo le membra e la pelle della modella.

E dopo il guardare ci si doveva fermare. Ma doveva esistere altro: Renato glielo accennò con semplici allusioni, senza scendere in particolari. Ci sarebbe stato il toccare, l’essere toccati, l’appiccicare il proprio corpo a quello dell’altra, fino a essere un corpo unico, i respiri, i baci. E altro ancora che il ragazzino capì solo in parte. Come un problema di matematica risolto a metà, ma che prometteva, al posto del sudore e della noia dei compiti di scuola media, ben altre gioie sconosciute. Dunque, ancor più meravigliose.

Quando la prova di disegno di nudo ebbe termine, la splendida ragazza lo fissò negli occhi, con un leggero sorriso, appena accennato, più con gli occhi che con le labbra. Gli mandò un bacio con la mano che sfiorava quella bocca che Vittorio percepiva come uno scrigno di magie e voli verso chissà dove. Quindi si rivestì e scivolò via silenziosa, mentre lasciava una scia di profumo, intenso ma leggero, inconfrontabile con quelli che usavano sua madre, le zie o le sorelle.

Quella mattina Vittorio aveva viaggiato senza poter dire esattamente dove e cosa avesse visto. Ma fu sicuro di non essere più lo stesso. Renato amava la lingua inglese che l’amico più piccolo studiava alle medie e glielo spiegò parlando di un <<giant’s step in a single day>>, un passo da gigante in un solo giorno.

L’amicizia tra loro sarebbe continuata fino alla partenza del pittore per Roma, dopo la laurea nel 1934, mentre Vittorio era bloccato in sanatorio. Nella capitale si sarebbe fatto onore, partecipando ai littoriali di pittura e guadagnandosi il secondo premio. Campò a periodi alterni, fra guadagni improvvisi e salti mortali per potersi fare un pasto al giorno. Il secondo dopoguerra gli avrebbe invece portato onori e fama, soldi e prestigio, laureandolo come uno fra i più significativi pittori italiani del Novecento.

Si chiamava Renato Guttuso.

 

127 che accidenti vuoi fare quando sarai adulto?

128 Saruzzo bello: fare il pittore, viaggiare, andare con le donne

129 Ragazzino, con la politica mi ci pulisco il sedere, mi hai capito?

130 OVRA – Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, creata dall’efficiente capo della Polizia di Stato, Arturo Bocchini, con Guido Leto come braccio destro. Anche se viene ufficializzata nel 1930, é praticamente operativa già dal 1926, a seguito del pacchetto legislativo di sistematica repressione antifascista, emanato nel 1925/26 con le cosiddette “leggi fascistissime”.

131 L’OVRA mi fa un pompino, hai capito? E anche quel figlio di puttana di “Muzzolini”, come dice bene don Calò Rappisi

132 Siete della medesima razza

133 se a qualcuno viene da lamentarsi a vedere un adolescente davanti a questa bella zoccola nuda, si sta zitto e non ci rompe le scatole (dialetto romanesco)

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