Gli anni fra il 1925 e il ’28 videro il superamento fortunoso della gravissima crisi del governo Mussolini, seguita al ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti.

Angelo per primo cominciò a manifestare intolleranza verso quello che ormai era avviato a trasformarsi da governo autoritario in regime, da parlamento multipartitico – pur ridotto a mormorii – a Camera dei fasci e delle corporazioni. In fondo ormai era il Gran Consiglio del fascismo a prendere le “decisioni vere”.

E il secondo figlio maschio dei D’Alessandro seguiva sempre più i discorsi, gli improperi, le analisi e gli sfoghi di zu Fefé, che da afascista si era ben presto radicalizzato in antifascista a tutti gli effetti. Il misto di acume politico e conoscenza dell’animo umano, delle “cose italiche e sicule”, uniti al senso irriducibile di libertà e automomia ne facevano un sensibilissimo “cane sciolto”, del tutto ingovernabile. Si onorava di non aver mai – e sottolineava ad alta voce MAIIIII – partecipato a un’adunata o manifestazione o comizio organizzato da quelli che lui chiamava ‘cugghiunazzi nivuri 134, suscitando a turno le proteste della sorella o della moglie. Mentre il dottore di casa, via via che passavano gli anni e il fascismo mostrava il suo vero volto, sorrideva sempre più convinto alle intemperanze e battutacce del cognato.

L’“università notturna” di Ferdinando Castronovo non era mai chiusa. Anche il tepore notturno e le lunghe nottate estive, con le vacanze scolastiche, non potevano che favorire maggiormente tali attività, tanto pericolose quanto appassionanti.

Castronovo si mostrava per quello che era, dando il meglio di sé: un formatore di menti libere, prima ancora che un coltissimo pensatore, professore di rango accademico ed europeo, ma anche umile, recalcitrante a vendersi al sistema universitario italiano, classista e gentiliano. Improntato, cioè, alla riforma di Giovanni Gentile, che peraltro conosceva e stimava zu Fefé, da lui solo in parte ricambiato. Il fratello minore di mamma Maria era lungi dall’essere uomo a due facce. Semplicemente era cauto nella misura del giusto: senza scendere a compromessi infamanti, ma nemmeno facendo da sciocco bersaglio in cerca di inutili sacrifici.

Una sera d’inizio maggio, insolitamente tracimata negli oltre trenta gradi diurni, risentiva ancora dell’afa un po’ fuori stagione. Il buio era impregnato delle vampate che restavano a contaminare mura e alberi, fra villa e giardino. I genitori e le ragazze, oltre a Vincenzo esausto per la prima lunga nuotata della stagione, si erano andati a coricare. Invece Ferdinando rimase fin oltre l’una di notte, attorniato dai soliti Vittorio, Angelo, Pepito, assieme agli ospiti Ciro e Renato, entrambi assolutamente di casa già da anni. Sembrava fosse pieno luglio e l’indomani li attendeva il riposo domenicale.

<<Ma zio, spiegaci una cosa. Ormai sono quattro anni in ottobre che al potere ci sono i fascisti. Gli altri partiti sono ridotti a poca cosa, mentre la gente sembra essersi abituata, a parte i milioni che acclamano esaltati Duce, duce, tu sei la luce ecc… Ma uno come te, che neanche segretamente … insomma, manco ti nascondi, no? Come la metti col tuo antifascismo? A me sembra difficile essere come te … cioè, restare puri, giusto?>>, chiese Vittorio allo zio che sfumazzava un meraviglioso trinciato olandese appena arrivatogli da Leida.

<<Hai ragione a chiedermelo. E a chiedertelo. Penso che ci si debba sforzare di scoprire una posizione produttiva. Mi spiego: mai calare le braghe di fronte a un potere sanguinario e dittatoriale, antico o moderno. Poi però occorre cercare di restare vivi. E per due motivi fondamentali, che interagiscono e che … >>

<<Che vuol dire interagiscono?>>, chiese perplesso Ciro.

Gli rispose Renato, sicuro di sé come sempre:

<<Insieme sono in grado di diventare una forza maggiore che non se agissero da soli>>.

Lo zio approvò con un sorriso all’indirizzo del giovane amico di Vittorio e di Pepito.

<<Da un lato la vita è una sola e allora mi sembra sensato conservarla. Contemporaneamente, dev’essere riempita di senso, ricca di significato>>

<<E senza libertà non c’è significato che tenga>>, completò convinto Angelino. Altro sorriso di sostegno di zu Fefé.

<<Esatto. Quindi si deve restare vivi e indipendenti in modo da lavorare come si fosse sottoterra, contro il potere. Ognuno fa il proprio lavoro, qualunque esso sia: e troverà un modo, pur modesto, limitato, sempre più o meno rischioso, d’essere sé stesso e dunque lottare per la libertà. Perché altrimenti, picciutteddi mei … ma comu minchia si fa a calari ‘a testa davanzi a certi scimuniti, sulu picchì c’hanno ‘u dummu nivuru supra ‘a testa ‘i minchia ca si ritrovano? 135>>.

Quando lo zio passava al siculo era sicuramente per fare battute o sancire nel modo più verace la passionalità che lo caratterizzava.

Dopo un momento d’intensa riflessione se ne uscì con una frase a dir poco impegnativa:

<<E pensare che li ho conosciuti entrambi. Sia Mussolini che Matteotti>>

I due nomi restarono sospesi per alcuni eterni secondi, galleggiando nell’aria che solo a poco a poco cominciava a rinfrescare. I visi dei cinque ragazzi mostravano stupore, curiosità, smarrimento, mischiandosi in ciascuno in base al carattere.

Nessuno dubitava della sincerità di Ferdinando Castronovo, personaggio ben noto in diversi ambienti romani e milanesi, parigini e londinesi come erudito e stravagante, brillante ed eccentrico, impareggiabile scialacquatore del proprio talento. Nulla di strano, quindi, che avesse conosciuto il capo del fascismo e il defunto dirigente del Partito socialista.

<<Beh? Che facce! Manco aveste visto il fantasma del vecchio principe di Palagonia vestito da bagascia>>, osservò con un riso maligno.

<<Ma zio, e ce lo dici adesso?>>

<<Che li ho conosciuti? E quando dovevo dirvelo, appena concluso l’incontro? Dovevo forse spedirvi un telegramma, anzi, cinque, a ciascuno di voi di persona personalmente – come dice un mio conoscente, contadino di Aspra. Guardate che non intendo un incontro così, in mezzo alla folla. Quello l’hanno avuto decine e decine di migliaia di nostri connazionali, gente di tutti i generi e stirpi, in questi cinque-sei anni. No, io mi riferisco proprio a un colloquio a quattr’occhi, come stiamo facendo noialtri adesso, assittati beddi frischi cà 136 in giardino>>

<<E in quale occasione è mai capitato un simile incontro, zio? Dai, che stiamo morendo di curiosità>>, gemette Pepito. Da notare che dati i tempi lo zio era l’unico a farsi dare del “tu”, mentre al resto dei familiari la nipotaglia si rivolgeva con l’usuale “voi”. Finchè, ovviamente, il geniale segretario del PNF Achille Starace non se ne uscì negli anni ‘30 con la trovata di abolire il suddetto “voi”, considerato quale espressione di lepidezze borghesi, per rimpiazzarlo con un virile e cameratesco “tu”.

<<Era il 1921, a Montecatini, mentre mi facevo le solite cure termali, con la zia. Esattamente un anno prima della presa del potere, che voi ben conoscete per averla ripetuta alla nausea a scuola, il nostro beneamato duce era preoccupato assai dall’esito incerto della sfida che aveva posto all’Italia tutta. Era letteralmente esaurito: ma ovviamente non si doveva assolutamente sapere. Quindi si era venuto a rilassare alle terme; accompagnato soltanto da due fidatissimi come Cesare Rossi e Italo Balbo>>

<<Ma zione, due domande mi vengono spontanee>>, fece Vittorio con sguardo perplesso. Anche se l’espressione ricordava un attacco di schizzinosità di fronte a un piatto cucinato orrendamente da una zia mezza partita di cervice.

<<E cioè … >>, il ragazzino era diventato ancor più rosso dell’abituale per l’emozione.

<<…. prima di tutto, a Montecatini mi pare, se non erro, che ci va mezza Italia famosa, quindi …. Come pensava di passare inosservato? Non è forse una specie di salotto all’aria aperta?>>

<<Ottima osservazione. Il punto è che il nostro dittatore era ancora, come dire …. come un prete puzza di sacrestia, lui puzzava di piccola borghesia mista a proletariato del Centro Italia. E quindi non si sarebbe potuto sospettare di trovarlo in un luogo aristocratico/alto borghese come Montecatini Terme. Del resto, poi, girava con tanto di parrucchino, baffi posticci e occhiali da sole neri. In secondo luogo?>>

<<Chi è Cesare Rossi?>>

<<Era il capo dell’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, membro del quadriumvirato del partito e incaricato dal duce di formare una polizia segreta per dare la caccia a tutti i più pericolosi antifascisti>>

<<E che impressione ti fecero tutti e tre, il duce in primisi 137?>>, chiese Angelo aspirando una delle sigarette americane che a volte si trovavano al mercato nero di Palermo, pagando un occhio della testa per darsi arie con le ragazze.

<<Mah, …. Rossi era un toscanaccio nervoso, sempre scuro in volto, mentre Balbo faceva il cretino con le signore di ogni età, il classico gallo nel pollaio. Mussolini cercava di non farsi riconoscere. L’ho notato dallo sguardo penetrante, gli occhi che ti passano da parte a parte, come i raggi X, le poche volte che si toglieva gli occhiali da sole. In un politico da arena gli occhi sono un elemento importante; ma non certo per un politico da scrittoio, dove quel che conta è piuttosto il cervello>>

<<E quale sarebbe questa differenza di carattere?>>, s’incuriosì Ciro.

<<Non è questione di carattere ma di tipologia. Per un grande pensatore tedesco che si occupava di economia, storia e politica, e che resterà fra i grandi nomi di questo secolo, il politico è un professionista moderno che svolge il suo lavoro quasi come l’imprenditore o il direttore di banca. Un suo libro si chiama proprio La politica come professione. Ecco, Mussolini mi sembra incarnare il tipo ideale del politico ispirato, autoritario, assoluto, che pretende di fare tutto e controllare tutto. Sapete quante cariche ha accumulato? Capo del fascismo, del governo, tre o quattro ministeri, responsabile di decidere la guerra o la pace con qualsiasi nazione, direttore del quotidiano Il popolo d’Italia e altro ancora. Era già tutto in quel suo sguardo, nell’affannarsi a scrivere, prendere appunti, sempre con la mascella che sembrava scoppiargli in faccia. Quando era in piedi spessissimo si metteva i pugni schiacciati sui fianchi, il petto gonfio e la testa all’indietro. A me ricorda un tacchino sul punto di esplodere. Già cinque anni fa lo spettacolo era pronto>>

Una bella risata collettiva fece eco al ritratto impietoso quanto acuto. Ma nello stesso tempo una sorta di brivido freddo correva sulle schiene dei ragazzi più grandi, pensando al potere illimitato che quell’uomo era riuscito a conquistare in quattro anni. Quell’uomo di appena quarantatrè anni, tarchiato e già calvo, maestro elementare e giornalista, colto e capace di parlare fluentemente in francese e tedesco, coraggioso sergente nella Grande Guerra, notevole retore padrone delle folle.

<<Il Potere …. pensando a lui si capisce come mai conquisti tante donne. Picchì cumannari è megghiu ca futtiri 138. Capite, ragazzi? Avere potere è come un prolungamento della minchia, almeno per un buon numero di donne. Così dimenticano di non avere davanti Rodolfo Valentino o Douglas Fairbanks. Visto che il duce non si può dire che sia bello>>

<<E il discorso sullo scrittoio e l’arena, zio?>>. Pepito era sempre interessato all’aspetto teorico delle questioni. Infatti era il primo della classe in filosofia: avendo già diciassette anni, studiava il pensiero fra il Duecento e il Settecento. In quel tempo era convinto di proseguire gli studi iscrivendosi a lettere e filosofia. Solo a fine liceo si sarebbe deciso per medicina.

<<Semplice: il politico da arena è lo specialista di discorsi, adunate, urla, indicare il nemico di tutti. Mentre il politico da scrittoio è quello che ragiona, studia, analizza e decide. Quindi, il primo chi potrebbe essere stato? Su, forza, fatemi degli esempi e vediamo se sono stato chiaro>>

<<Cesare, detto Giulio>>, scherzò Ciro.

<<Non è sbagliato: però è uno che pensa soprattutto a costruire la gloria politica su quella militare, è un condottiero più che un mago nei discorsi di piazza>>, osservò Pepito.

<<Direi che Cavour è un tipo da scrittoio, mentre Garibaldi è da arena>>, si lanciò Vittorio, anche se non dava l’idea di essere del tutto convinto.

<<Mmh…. Allora: Cavour è giusto, mentre per Garibaldi mi sembra che siamo ancora troppo vicini a Cesare>>, osservò pensieroso lo zio.

<<Aspetta che ti servo io: Lenin, il russo col pizzetto e il colbacco in testa è un caso di retore>>, disse Renato.

<<Perfetto, ottimo esempio, Renà>>, approvò zu Fefé con entusiasmo.

Si percepiva bene la passione che ci metteva in quelle lunghe chiacchierate con i nipoti e i loro amici. Sembrava una sorta di missione: quasi più importante delle lezioni universitarie, dei libroni che andava pubblicando e degli articoli che non pochi giornali stranieri ospitavano con entusiasmo. Già due volte era stato convocato in questura a Palermo per chiarimenti sull’orientamento politico di certi suoi scritti. Del resto, in Italia non se ne parlava proprio di accoglierlo in pianta stabile in un ateneo. Lui se ne fregava allegramente, già prima del fascismo. L’atteggiamento cambiò nel senso di un passaggio netto all’orgoglio: di non far parte dell’Accademia d’Italia sottomessa a un sordido dittatore conosciuto pochi anni prima a Montecatini Terme.

<<E gli hai parlato?>>, chiese Vittorio.

<<Si, abbiamo discusso un’intera serata. Mi sono avvicinato al suo tavolo presentandomi come docente, scrittore, bla bla… Lui sembrava incuriosito. Gli ho chiesto se avesse le idee chiare su come curare l’Italia dai suoi mali. L’ho un po’ pungolato e lui è stato subito pronto a rispondere, visto che l’avevo colpito nella sua vanità. Mi ha raccontato di amicizie comuni degli anni Dieci – da Salvemini a Gentile. E‘ un decisamente uomo di cervello, dotato di grande volontà e ha un rapporto non facile con il proprio Io gigantesco. Del resto nessuno può aspirare a diventare dittatore di una nazione di oltre venticinque milioni di persone, come la nostra, senza essere un po’ malati di sé stessi. Arrogante e capace d’insospettabili gentilezze (soprattutto con le femmine che gli piacciono fin troppo), spesso copre la propria insicurezza con modi di fare bruschi e pose viriloidi …>>

<<Che vuol dire viriloidi?>>, chiese Vittorio.

<<È il peggiorativo di virile e indica chi si atteggia a maschione, duro, sciupafemmine, quando magari copre debolezze e problemi d’identità>>, gli spiegò lo zio, mostrando sconosciute attitudini psicologiche.

<<E Matteotti?>>, gli chiesero i ragazzi quasi in coro.

<<L’ho conosciuto assieme ad altri socialisti, nel remoto 1914. Eravamo a una serata del partito, a cui sono stato iscritto fino al 1921 e ….>>

<<Perché non hai rinnovato la tessera, zio?>>. Pepito lo guardava con un sguardo di rimprovero, nemmeno nascosto.

<<Semplice: non fecero abbastanza contro il nascente pericolo delle camice nere. E se permetti, con la minchiata dell’Aventino dell’anno scorso, i fatti mi hanno dato ragione>>

<<Spiega, spiega cos’è quest’Avventino. Un piccolo Avvento, come la festa?>>. Il piccolo D’Alessandro era sempre tormentato da mille curiosità, cosa che a scuola, poi al liceo apprezzavano soltanto i docenti svegli: non certo i pigri e gli incompetenti.

<<No, è uno dei sette colli di Roma. Indica il tentativo, davvero patetico, delle opposizioni antifasciste di far fare capitombolo al governo di Mussolini, proprio all’indomani del delitto Matteotti>>

<<Mah, a me sembra che abbiano avuto coraggio però …>>, interloquì Pepito, ormai fervente fan del Partito Socialista.

<<Ma che dici, Pipitto?>>, protestò Renato, con l’assenso di Ciro e di Angelo. Vittorio, invece, assisteva al match in posizione di attento osservatore neutrale.

<<L’unica posizione VERA è stata quella del compagno Gramsci e delle avanguardie del Partito Comunista. Senza però negare che anche i socialisti il coraggio l’hanno avuto: gli imputo semmai esitazione e debolezza. E soprattutto assenza di quella lucidità che possiede Antonio>>.

<<Antonio di qui e Antonio di là: amunì, Renà, un t’annacari cu Gramsci cà manco u canusci 139 >>, lo sfottè Pepito.

<<E allora? E` come se lo conoscessimo tutti. Perché, tu non hai forse mai parlato del vostro Turati chiamandolo Filippo?>>.

<<L’importante è non chiamarlo Augusto 140 >>, se ne uscì Ciro facendo sorridere tutti e sciogliendo quel po’ di tensione che si era creata.

<<La sapete la canzoncina dei fascisti?>>, chiese Angelino.

<<Nooo>>, risposero tutti, tranne lo zio.

 

<<Con la barba di Turati

noi faremo spazzolini

per pulire gli stivali

di Benito Mussolini>>

 

<<Chi manica ‘i figghi di pulla, ‘sti nivuri 141>>, commentò Renato, chiaramente sostenuto da tutti.

<<Dunque … stavo dicendo di Giacomo>>, riprese lo zio. <<L’ho visto solo due o tre volte: eppure mi viene di chiamarlo per nome. Quando l’hanno rapito sono rimasto di sale e ho subito immaginato che non lo si sarebbe rivisto vivo. Stavamo per diventare amici, se non l’avessero sbattuto al confino sulle montagne sopra Messina, dal ’15 al ‘18>>

<<Perché?>>

<<Era un convinto antimilitarista, quindi neutralista. Già all’università di Bologna, dove si laureò in legge, nel ’907 o nell’908, fu arrestato per queste sue idee. Un uomo di una dirittura morale unica, coraggioso e onesto, ottimo giornalista. Secondo me molto meglio del duce – che peraltro se la cava assai bene anche lui con la penna. Giacomo, però, era ben più acuto e profondo>>

I tre nipoti di Ferdinando con i loro due amici restarono silenziosi qualche minuto, per poi salutarsi, ormai cotti dalla sonnolenza. Anche Ciro e Renato schioccarono un bacio sulla guancia quasi indolenzita dello zio, contento per quel tributo di affetto. Gli sembrò di avere una famiglia enorme proprio in casa. Ammesso si potesse ridurrre al termine “casa” quella meraviglia di villa e giardino settecenteschi in cui aveva la ventura di vivere. Seppur in quegli anni di violenze e dispotismo, idiozia ed esaltazione senza senso. Essere siciliani per lui era un privilegio, potendo coltivare l’insularità, quella capacità unica di prendere le dovute distanze dal rimbecillimento di un intero popolo; molto amato dal professor dottor Ferdinando Castronovo, inguaribilmente votato alla giustizia sociale e al riscatto dei tanti, sommersi dai privilegi dei pochi.

134 coglionazzi neri

135 ragazzi miei, ma come diavolo si fa a calare la testa dinanzi a certi scimuniti solo perché hanno il pennacchio nero sopra la testa di cazzo che si ritrovano?

136 seduti qui, belli freschi

137 versione siciliana del latino in primis, anzitutto, per prima cosa

138 Comandare è meglio che scopare

139 andiamo, Renato, non ti montare la testa con Gramsci che manco lo conosci

140 Augusto Turati, nominato segretario nazionale del PNF da Mussolini nel 1926. A giudizio dello storico Renzo De Felice il più capace e intelligente capo del partito nel ventennio. Nessuna parentela con il leader socialista

141 che banda di figli di puttana questi neri

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