Vittorio aveva ricevuto un’educazione religiosa sin dalla nascita. Ma si trattava di una procedura del tutto ordinaria, distribuita a tutti, fratelli e sorelle. Non per nulla, quando un sacerdote si rivolgeva <<ai nostri fratelli e alle nostre sorelle>> il bambino pensava che alludesse alla sua numerosa famiglia. E visto che l’espressione era usata anche dai preti che celebravano messa a Palermo, proprio non capiva come facessero a conoscere loro, i D’Alessandro. Erano così importanti, anche per il clero del capoluogo regionale? Poi pensò quasi subito a suo padre, conosciuto in tutta la campagna e lungo la costa attorno a Bagheria; si vede che la fama era giunta perfino a Palermo. Fu solo verso i nove o dieci anni che si rese conto, senza aver mai domandato spiegazioni, di ascoltare una frase rituale.

Una caratteristica tipica di Vittorio, quella di cercare fino all’ultimo di non fare domande a casa, a scuola, a catechismo, bensì di cercare di capirli lui stesso i dubbi e le questioni che lo incuriosivano o lo tormentavano. Tale caratteristica aveva una chiara origine religiosa.

A sette anni – non l’avrebbe mai più dimenticato – gli venne in testa l’annosa questione dell’Immacolata Concezione. Vista l’età giovanissima e non avendo a che fare con liceali che studiavano filosofia, il loro maestro di catechismo dovette compiere salti mortali verbali per riuscire a imporre un tale dogma. Gli stessi concetti di verità assoluta, di sentenza indiscutibile, di dogma, legati alla medesima entità chiamata fides, “fede”, sfuggivano del tutto a quel pò di riflessione che un bambino poteva sviluppare.

<<Ciò che non si vede dev’essere creduto per fede>>, ripeteva spesso don Guccione, un sempliciotto di sacerdote ultra sessantenne, venuto da Napoli alla fine degli anni Ottanta. Non si era laureato, avendo preferito subito esercitare il sacerdozio; e alla mancanza della conoscenza sottile e arguta di un domenicano, o delle arditezze logiche di un gesuita, il buon don Fernando sopperiva con il suo elementare buon senso e le lezioncine imparate oltre mezzo secolo prima in seminario, ad Aversa.

Ma intorno ai dieci-undici anni ci volle ben altro per certi scavezzacolli intelligenti e fije ‘endrocchie 147 – come in privato a volte li definiva lui stesso – tipo Pepito o Renato, Ciro o lo stesso Vittorio. Il D’Alessandro ultimo arrivato a Villa Palagonia osò chiedere al maestro di catechismo come mai la Madonna era madre di Gesù, ma al contempo la Vergine Maria. O forse Giuseppe si era accoppiato con un’altra donna chiamata Maria, visto che la Madonna non la si poteva toccare?

Il malcapitato padre Guccione, a sentirsi porre una simile domanda, accompagnata dalle risatine trattenute di almeno metà classe, divenne rosso come un paramento da cardinale, cominciò a tremare sempre più forte, facendo ondeggiare pericolosamente la sedia di legno. Vittorio fu profondamente spaventato, poi terrorizzato dalla scena: il prete che aveva conosciuto fin da bambinello, il suo viso, l’accento napoletano e l’andatura un po’ claudicante erano parte dello stato del mondo come gli si era presentato nella prima elaborazione della sua memoria – prosaicamente detto “il primo ricordo”.

Il religioso cercava di dire qualcosa, ma dalla gola uscivano rantoli, sempre più sommersi da una tosse incontrollabile. Il collo era diventato rosso, ancor più del viso, come se mani invisibili tentassero di strozzarlo. E al terrore di soccombere a quella stretta si sommava l’incubo da sveglio di quelle mani impossibili da descrivere, eppur serrate al collo del disgraziato come fossero ormai cementate col mastice.

<<Uagliò, aiu …tateme … un puozze ….res…pirà ….Oh, Maronna mia ….148>>, riusciva con estrema difficoltà a farfugliare, fra un colpo di tosse e l’altro, la saliva mista a sangue che gli usciva copiosa dalla bocca.

I ragazzini restarono per lunghi secondi del tutto paralizzati, quasi non potessero respirare assistendo a quello spettacolo, misterioso e orrido allo stesso tempo. Finalmente Renato si risvegliò da quella sorta d’ipnosi pseudo religiosa e schizzò fuori dalla saletta nella chiesa matrice, come un lampo temporalesco in una notte d’estate. Quando giunse correndo il farmacista, la cui bottega era distante appena poche decine di metri, non potè che constatare il decesso del sacerdote partenopeo.

Il giorno dopo il papà di colui che aveva involontariamente scatenato l’orribile scena dichiarò che don Fernando era dovuto soccombere a una gravissima emorragia cerebrale. Un paio di settimane dopo, l’autopsia che stranamente aveva ordinato l’arcivescovo di Palermo confermò che in realtà il cervello del sacerdote ospitava da chissà quanti anni (forse decenni) un letale grumo di sangue. Avrebbe potuto anche vivere altri vent’anni, visto che per il resto godeva di ottima salute; ma avrebbe anche potuto morire a quarant’anni, o a venti. Nessun medico sarebbe stato in grado di predirlo, concluse con fare quasi filosofico Natale D’Alessandro.

Il piccolo Vittorio, dal canto suo, rimase scioccato. Non ne parlò mai con nessuno; nemmeno con la futura moglie trent’anni e passa più tardi. Però evitò di formulare una domanda, imponendosi quando possibile di fare di tutto per capire lui stesso e senza l’aiuto di nessuno. Chissà che non avrebbe fatto secco il professore di filosofia al liceo o quello di calcolo infinitesimale al primo anno d’ingegneria. Unica eccezione lo zio Ferdinando.

Quando arrivò il nuovo maestro di catechismo i ragazzi mostrarono inequivocabilmente di essersi dati una calmata: a cominciare proprio dal quartetto più scalmanato. Vittorio riprese a seguire, ma senza darsi più troppa pena torturandosi con domande apocalittiche e dubbi amletici. Sarebbe stato solo con il terzo anno di liceo scientifico, a sedici anni e nell’anno scolastico 1929/30, al “Cannizzaro” di Palermo che il ragazzo, sempre rosso di capelli e affetto dai primi sintomi di quella meravigliosa ossessione mentale chiamata filosofia, avrebbe ripreso l’epoca delle questioni. Le quistioni, come le chiamava in quegli stessi anni Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere che dopo la guerra avrebbero illuminato anche il giovane professor D’Alessandro.

Il dottor Natale non era molto disposto a riaffermare la presunta fede incrollabile nel millenarismo di Santa Romana Chiesa: lui, dopotutto, credente ci si era ritrovato, senza aver mosso mai un dito mignolo. Come se alla nascita, oltre al discutibile regalo di piombare nel duro mondo senza chiederci l’autorizzazione, ci venisse imposto il crisma della croce di Cristo.

Natale le sue idee se le teneva per sé: perciò deviava i figli altrove. Ma non certo all’amata Maria, tanto religiosa, né alla terribile zia Zazzà che del Cristianesimo aveva anch’essa un’idea tutta sua. Lei stessa si divertiva a ripetere ogni tanto la boutade secondo cui se fosse nata nel Cinque/Seicento l’avrebbero messa al rogo senza pensarci due volte. Del resto, ogni tanto la si sentiva dire che Torquemada era stato un grannissimo figghiu ‘i pulla 149.

Piuttosto, il dottore di Palagonia indirizzava i propri figli, come i loro amici, a un principe degli atei e degli scettici come ‘u zu Fefé. Infatti la buona mamma Maria Castronovo non seppe mai che a rispondere alle tormentose interrogazioni su Dio, i santi e la Sacra Famiglia tutta, era nientedimeno che il suo terribile “fratello senza Dio”. Per di più inteliggentissimo ed erudito: dunque, perlomeno tre volte letale per menti ancora in via di sviluppo.

La famigerata università notturna, quindi, rispose per anni non solo al settore politico e a quello culturale, ma anche al religioso della complessa fase educativa dei quattro figli maschi di Villa Palagonia. Le ragazze, almeno loro, erano certo esentate da un simile “rito pagano e socialistoide” che Maria faceva finta di non considerare. In realtà, se solo suo fratello Ferdinando si fosse azzardato mezza volta a invadere il recinto femmineo dei D’Alessandro, Maria sarebbe intervenuta per porre fine al “risciacquo delle cervici” dei figlioli, come una volta si espresse proprio davanti al fratello. Che si mostrò tanto abile da restare diplomaticamente taciturno.

I risultati, dopotutto, davano ragione a entrambi i fratelli: negativamente a Maria, che giustamente vedeva confermati i sospetti di avere in casa un sovvertitore di Angelo, Pepito e Vittorio; positivamente a Ferdinando, visto che era riuscito molto brillantemente a spingere tutti e tre sulla linea di Mosca, o quantomeno della socialdemocrazia.

147 figli di zoccola (tr. dal napoletano)

148 Ragazzi, aiutatemi, non posso respirare … Oh Madonna mia (tr. dal napoletano)

149 un grandissimo figlio di puttana

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