Nel settembre 1929, a un mese dal grande tonfo di Wall Street, l’inquieto Angelo D’Alessandro era appena rientrato dalla remota Malesia. I viaggi per i cinque continenti lo stavano stancando. E pensare che dal ’22, anno del conseguimento del diploma all’Istituto nautico palermitano, aveva percorso oltre centoventimila miglia marine, toccando le Americhe (come si diceva allora, intendendo Nord, Centro e Sud America), l’Oceania, l’Africa e l’Asia, soggiornando in ben settanta Paesi – gran parte dei quali colonie belghe, spagnole, portoghesi, britanniche, olandesi o tedesche, come si addiceva all’ultima epoca dell’imperialismo vecchio stampo.

Aveva dovuto combattere contro i pirati del Mar della Cina e cinque febbri teoricamente mortali, ingaggi ambigui e sospette laute mance, carichi pericolosi e presenze a bordo di loschi individui. C’era materia per una decina di romanzi d’avventura, spionaggio ed esotismo. Anche erotico, considerando che per anni il capitano di lungo corso, mai smentito fimminaro, poteva contare su una dozzina di amanti distribuite in altrettanti porti dei cinque continenti.

Finalmente, trascorso a Palagonia l’intero mese di settembre, Angelino rifletté a lungo se accettare nuovi ingaggi oppure cambiare vita. Scelse la seconda strada e nel giro di un anno conseguì, con ottimi risultati, il diploma di esperto contabile – del resto il giovane ventiseienne era assai sveglio di cranio. Nel frattempo prese intense lezioni di lingua inglese, che peraltro aveva grossomodo imparato qua e là, nei sette anni di giri del mondo.

Quindi, giunti all’inizio dell’estate 1930 si recò all’agenzia di viaggi Cook di Palermo per prenotare un posto in vagone letto alla volta di Londra. Visto che specificò <<di sola andata>> a Palagonia si preoccuparono non poco.

A cominciare dalla madre, molto legata a tutti gli otto figli. A cena, davanti a gran parte della famiglia il giovane transfuga si decise finalmente a raccontare i propri progetti.

<<Voglio aprire un’agenzia commerciale>>, dichiarò con un vago sorriso di fierezza, sotto i baffi da seduttore mediterraneo, ombreggiati di sugo di pomodoro e caciocavallo.

<<Ma proprio così lontano te ne devi andare? Alla bellezza di 1800 chilometri>>, commentò Agata che si piccava di geografia e sapeva decine e decine di distanze a memoria.

<<E manco sai quando torni, visto che hai fatto il biglietto di sola andata>>, si lamentò mamma Maria.

<<Ma è chiaro: non vado certo in vacanza due settimane. Se parto per iniziare una nuova vita, decido già di ritornare? Si sa quando si va ma non quando si torna. Se si torna>>.

L’ultima frase, pronunciata dopo qualche secondo di pausa da attore consumato, ebbe l’effetto di gelare il sangue a sua madre che si alzò e sparì al piano superiore. Verosimilmente per piangere in santa pace in camera da letto. Per tutta la vita Maria Castronovo ebbe cura di non mostrare in pubblico i propri sentimenti. Riservatezza scambiata, a volte, per freddezza e rimproveratale da qualcuno dei figli.

<<Non ti piace più stare qui con noi?>>, chiese Natale in modo discreto ma con una certa tristezza sul volto stanco.

<<Padre, voi sapete bene che se si sceglie la vita di marinaio per quasi otto anni, vuol dire che si è …. come dire, irrequieti. Ebbene io lo sono ancor di più adesso che a diciott’anni, quando me ne partii per girare il mondo. Adesso posso proprio dire che l’ho girato, in lungo e in largo. Ma evidentemente non ho trovato quello che m’aspettavo>>

<<Cioè? Che t’aspettavi, l’Eldorado, piccioli, fimmine, picca travagghio?150>>, s’inserì Pepito con tono di scherno al quale Angelo rispose insolitamente senza astio.

<<Pipitto caro, ti posso garantire che la vita di capitano sulle navi transoceaniche non significa di certo piccioli, fimmine, picca travagghiu. Tu ti rompi il cervello a studiare medicina e io ho fatto lo stesso girando per porti asiatici e africani, americani e nei Mari del Sud. Se avessi visto la mia cabina, il cesso, la doccia – quando c’era – non parleresti così. In Inghilterra ci vado per lavorare, per giunta in proprio, se ci riesco. E se non lo sai, visto che sei uno studentello di vent’anni, a lavorare per sé stessi …. beh, il doppio si fatica. Mi sembrava d’aver parlato d’agenzia commerciale. Mica di collaudo materassi, macari cu ‘na fimmina i supra 151>>.

<<Bedda Matri, ma quantu si vastasu, Angelì 152>>, protestò lamentosamente Irene.

<<Picchì, Irenuccia bedda? È la vita, che esiste fuori da chiese e sagrestie. E che aspetta anche te, se ti decidi una volta o l’altra>>, le rispose Vittorio, fino a quel momento affascinato dal progetto del fratello.

Irene si alzò da tavola con fare sdegnato, si fece il segno della croce e uscì in giardino a prendere il fresco.

<<Insomma, padre. Io parto dopodomani e vi farò sapere presto come me la cavo. Ho una bella sommetta messa da parte negli anni di marina mercantile>>

<<Quanto c’hai?>>

<<Beh, sono poco più di trentamila lire 153. Mi sembra che come cifra di partenza per aprire un ufficio siano bastevoli>>

<<Non ho idea di quanto ci voglia per acquistare locali a uso commerciale a Londra. Però effettivamente una discreta somma è>>

<<Padre, affitto, quale acquisto? Con i prezzi londinesi starei fresco, figuratevi. Eppoi, non posso sapere già adesso come andrà a finire il progetto>>

<<Mmhh …. mi fa piacere vedere che non sei più quello scapestrato che fosti per tanto tempo. Almeno a parole. Vedremo poi con i fatti>>

<<Il mare cura tanti e tanti vizi, caro padre>>.

Angelo si accese una sigaretta, si alzò, diede una carezza sulle spalle paterne pregandolo di convincere la mamma a non preoccuparsi per la sua sorte. L’anziano medico condotto penetrò da parte a parte il figlio con uno dei suoi famosi sguardi clinici. Quindi sentenziò:

<<Credo proprio che ce la farai, ti vedo convinto>>

 

Nei mesi successivi arrivarono una serie di lettere ogni settimana con timbro postale e francobollo britannico: esaurienti, piene di belle notizie, trasudavano entusiasmo e voglia di fare. Per di più erano così ben scritte che Maria, tutta contenta, iniziò a leggerle ad alta voce dopocena alla famiglia. Sabato e domenica in genere erano tutti presenti: e la missiva settimanale di Angelo divenne una sorta di programma fisso, prima di quelli radiofonici, non sempre interessanti. Si poteva scorgere un autentico talento letterario che dai primi anni Sessanta avrebbe fatto del secondo fratello di Palagonia un discreto scrittore, abbastanza conosciuto nella Roma letteraria.

Una sera di febbraio 1931 erano passati già otto mesi dalla partenza. Maria, finita la cena a cui erano presenti una decina di familiari – oltre alla coppia ziesca Fefé e Saridda – si gettò con gesto elegante sulle spalle lo scialle color ocra, ereditato dalla nonna, si accoccolò sull’amata sedia a dondolo di legno intarsiato e intonando la voce calda e sottile iniziò a leggere l’ultima missiva. Naturalmente l’aveva già letta un paio di volte: infatti annunciò che conteneva notizie molto importanti.

Nessuno chiese se Angelo avrebbe avuto piacere a una lettura “pubblica” o se invece le lettere settimanali erano destinate solo alla madre. Non sapevano che la padrona di casa, combattuta fra la gioia di condividere le nuove riguardanti il figlio e la propria istintiva discrezione, gli aveva chiesto di poterle leggere in famiglia. Angelo aveva riflettuto, per poi scriverle che sì, poteva raccontare a padre, fratelli, sorelle, zii delle sue avventure londinesi. In un primo momento, a scorrere le righe della risposta, la madre rimase quasi delusa: la riservatezza di un rapporto esclusivo fra loro due avrebbe quindi dovuto cedere il posto alla condivisione con ben quattordici persone. Nessuna delle quali aveva sofferto nove mesi per mettere al mondo quel giovane uomo ormai forte e sveglio, prestante e giramondo, poliglotta e in cerca d’un nuovo significato per la parola “esistenza”. Un significato che sentiva non più declinabile con la parola Bagheria, bensì con Londra.

La capitale britannica nei primi anni Trenta del ‘900 risente abbastanza pesantemente dell’onda di crisi proveniente dagli Stati Uniti. Nonchè da quel luogo chiamato Wall Street che passa velocemente da tempio di sogni per pochi eletti a spelonca d’incubi di massa.

Gli abitanti sono ormai arrivati a quasi otto milioni, facendo di Londra la più popolosa ed estesa fra le città della Vecchia Europa. I quartieri e le relative municipalità si ampliano, mentre aumentano le linee e le stazioni della grande metropolitana, la più antica al mondo, risalendo addirittura al 1863.

Su quello che è il primo impero coloniale ancora intatto veglia bonariamente sin dal 1910 re Giorgio V, uno dei vincitori della Grande Guerra, macello da quindici milioni di morti che in molti hanno fiducia possa restare un orrido unicum nella Storia umana.

Così scrive il figlio, in trasferta in quell’interessante e affollato esperimento urbano, una domenica di febbraio 1931:

 

Carissima mamma,

 

ti annuncio d’essere stufo di questo ottocentesco “voi”. L’ho sempre sentito estraneo, innaturale per una madre e un figlio. Naturalmente farò lo stesso con papà: ma solo quando lo rincontrerò. A scriverlo, il tu è molto più facile che a pronunciarlo, l’uno di fronte all’altro.

Qui fa un freddo bastardo, con licenza scrivendo, da ormai settimane e settimane. È raro che nevichi: ma in compenso umidità e nebbia, pioggia e vento, temperature attorno a due/tre gradi di giorno e sotto lo zero di notte, non lasciano pace ai poveracci che a centinaia di migliaia si aggirano affrettati e nervosi per le strade dell’ordinato caos che mi sembra essere questa mega città. Le chiamano metropoli: pensa a New York e Los Angeles, Parigi e Berlino, la Vienna di quindici anni fa, Shangai (a quanto mi racconta una giovane signora cinese trasferitasi qui da una decina d’anni).

Ma ci pensi, mammuzza bedda? Sto conoscendo gente di mezzo mondo: tutt’altro che una novità, dirai tu giustamente, considerando i miei otto anni di viaggi “matti e disperatissimi”, per citare Leopardi (vedi che non sono poi così ignorante come pensate tutti!). Ma queste masse d’indiani e malesi, pachistani e cinesi, afghani e neozelandesi, australiani e sudafricani sono qui com’ero io appena sceso dal treno, un po’ sperduti e incerti sul da farsi per sbarcare il lunario. A parte il fatto che i più colti e di buona famiglia (due cose che non sempre coincidono, come dicono giustamente i tuoi odiati comunisti!) parlano un ottimo, a volte perfetto, inglese. Però il mio sta migliorando a vista d’occhio, davvero.

Il lavoro procede bene, molto bene: confesso immodestamente che è stata un’ottima idea la mia di fare qualche mese di pratica dal dottor Lucio Salvi, quel romano amico del mio compagno al Nautico, ricordi? Cicciuzzo Spadafora. Se pensi che Lucio – siamo ormai amici – abita e lavora a Londra da ormai quindici anni (venne qui nel ‘15), ti puoi figurare l’esperienza che ha potuto maturare, tra affari e conoscenze, cultura tecnica e pratica dell’inglese commerciale, un campo, ti garantisco, in cui non si termina mai d’imparare.

Non ci crederai, ma mi sono organizzato con un quadernone a doppia colonna, che mi trascino sempre dietro e sul quale trascrivo parole ed espressioni con relativa traduzione. Se lo perdessi dovrei forse rifare le valige e tornarmene a Palagonia.

Da un mese I run two ponies, ovvero ho il piede in due scarpe, che qui traducono letteralmente con “cavalcare due cavalli pony”. Al mattino sono da Lucio nella zona semiperiferica di Bethnal Green, mentre al pomeriggio sono nel MIO di ufficio, in un quartiere molto centrale, vicino a Westminster: figurati che è il palazzo del Parlamento! La distanza è facilmente coperta grazie alla formidabile metropolitana, pardon, underground, anzi, semplificato alla londinese tube. A poco a poco sposto i clienti dal primo ufficio al secondo, ovviamente con l’accordo del buon dottor Salvi, il quale ha diritto a una percentuale degli emolumenti, cioè quello che ricavo come guadagno. È giusto visto che partecipa alle spese di affitto, paga a metà la segretaria e mi cede molti clienti.

La mia idea, che lui condivide ma forse con meno entusiasmo di me, è quella che fra uno o due anni io possa sganciarmi definitivamente da lui per mettermi in proprio al 100%. Secondo me, per come posso conoscermi e giudicarmi, ce la farò anche prima. Però fretta non ne ho alcuna, stai pur tranquilla.

Mi mancate? Certo, sicuramente. Palagonia? Anche. Così come alcuni amici cari. Quello di cui non provo nostalgia alcuna – e non ne ho alcuna meraviglia – è la vita di paese, la mancanza di prospettive … come dirti? più ampie, aperte sul mondo. Viaggiare a bordo di mercantili aveva fatto il suo tempo, almeno per me. E in paese cosa avrei fatto? O a Palermo? Mentre qui, in questo formicaio sistematico, dove regnano precisione e cortesia, una certa ipocrisia ma anche valori precisi – sorta di cartelli stradali che ti segnano la via da percorrere – il quotidiano carnevale di visi e colori di pelle, vesti e religioni, lingue e odori, cucine e quartieri multirazziali, ormai mi sento a casa mia. Si, è vero che a volte tutto questo caravanserai fa girare la testa: ma è come vivere nel mondo intero senza muoversi che di qualche chilometro, a piedi o in metro o in bus. Anche i taxi sono abbordabili come prezzi; altro che Palermo o Roma.

E già che siamo in tema di prezzi e soldi, posso dirti di essere economicamente tranquillo e soddisfatto. Pensa che ho già depositato nella più sicura delle banche, la Barclays Bank (esiste dal 1690!), la bellezza di quattro stipendi che prendevo come capitano di lungo corso in Italia. E non ho ancora spiccato definitivamente il volo. Non m’interessa affatto, sia chiaro, diventare uno di quegli incartapecoriti milionari che vegetano sonnolenti negli impenetrabili club nella zona della City o a Carnaby Street, mentre le mogli si annoiano nella residenza di campagna nell’Oxfordshire o nel Sussex e i figli buttano nel Tamigi la ricchezza accumulata. Spero semmai di potermi permettere d’accumulare un buon capitale che mi faccia ritornare in Sicilia e proseguire lì quest’attività, o una simile. Quando? Immagino ti chieda con ansia. Beh, cara mamma, non ne ho idea in questo periodo. Penso fra sei/sette anni: ma devo naturalmente capire meglio come funzionano qui affari e guadagni, imparando fino in fondo a guardarmi da fregature, con licenza scrivendo, e imbrogli vari. Ci sono alcuni affaristi libanesi e turchi che sono davvero “levantini”, come diciamo noi, furbi di tre cotte, o anche di mille. Ti sorridono, ti si fanno amici, per poi pugnalarti alle spalle: ma restando sempre sorridenti. Comunque mai mi scordo che di Bagheria sugnu e stai pur serena che non mi faccio prendere per i fondelli da nessuno. Sono guardingo, so trattare bene – arte che bisogna apprendere – so anche investire in maniera proficua e attenta allo stesso tempo.  

Adesso voglio raccontarti una storia che è poi quella che più mi sta a cuore.

Un mese fa ero a casa di amici in campagna, circa un’oretta a nord di Londra: il tempo era stupendo, senza una nuvola, in mezzo al verde. Tieni conto che in Inghilterra piove per oltre duecento giorni l’anno. Praticamente l’ombrello diventa un terzo braccio! Ebbene, fra questi amici c’era una ragazza che attirò subito la mia attenzione. Alta quasi più di me – e va bene che non sono certo un gigante come Pipitto o Vittorio – e una cascata di capelli rosso fuoco, occhi blu come un opale esotico e gran chiacchierona. Si chiama Peggy O’Leary ed è irlandese, nata a Dublino cinque anni più tardi di me. Quindi ne ha ventitré. Lavora come bibliotecaria in una nuova università, a quanto pare già famosa e di prestigio: la London School of Economics and Political Sciences. Tu sai l’inglese meglio di me, dunque non devo tradurti nulla. È una contabile e agente commerciale come me, ma ama molto i libri, sia saggi che romanzi.

All’inizio facevo fatica a capirla, davvero, con il suo accento che mi hanno spiegato essere tipico dell’Irlanda. Ma poi lei si è adeguata al mio inglese, ormai corretto ma pur sempre parlato da straniero; mentre mi sto abituando alla sua loquela un po’ “mangiaparole”.

Pensa che la settimana passata ci siamo presi cinque giorni di vacanza e siamo andati insieme fino a casa sua. È un paesino quasi attaccato alla città di Dublino. Mi ha presentato ai genitori e alle due sorelle, che le somigliano molto. Insomma, come hai già capito, abbiamo scoperto che ci vogliamo bene. Anzi, te lo scrivo maiuscolo così è più chiaro: CI VOGLIAMO MOLTO BENE!!. E contiamo, alla fine della prossima estate, di …. sposarci. Hai capito bene: SPOSARCI.

Faremo tutto qui a Londra. Mi piacerebbe che qualcuno di voi venisse: in particolare tu e papà. Capisco che non è facile, le ore di treno sono tante: in due giorni arrivereste a Parigi e poi in un’altra mezza giornata, col traghetto da Calais, arrivereste qui. Quanti viaggi avete fatto, dopotutto? Qui ci sono molto persone che da anni ormai vanno regolarmente in vacanza, anche all’estero. E non sono certo tutti ricchi.

Ci tengo tanto che, se non vi offendete, ti prego di riferire a papà che il viaggio posso pagarvelo io: il cambio è assai favorevole, fra sterlina britannica e lira italica. Non ci sarebbe nulla di male. Vedete voi, ma vi prego di venire.

Un forte abbraccio a te e a papà, e un caro saluto alle sorelle e ai fratelli. Sempre vostro, Angelo

 

Ultimata la lettura della lunga epistola, si fece un gran silenzio per parecchi secondi nel salone riscaldato da un paio di stufe di ghisa, senza che peraltro si creasse autentico calore.

Agata fu l’unica a sorridere e approvare subito la nuova vita del fratello.

Pepito e Vincenzo si congratularono fra loro per l’impresa di sedurre e sposare una bella fanciulla della remota e selvatica terra d’Irlanda, di cui avevano letto in diversi romanzi e visto qualche film al cinema.

Pia e Irene salutarono con viso perplesso e si ritirarono nella loro stanza.

Maria era emozionata e un paio di lacrime le scorrevano sulle guance arrossate.

Vittorio stava per chiedere ai genitori di accompagnarli in Gran Bretagna, come correttamente la chiamava. Ma fu zittito dalla madre che gli intimò di andarsene a letto visto ch’era tardi. Avrebbero avuto modo di parlarne in seguito, aggiunse con voce più dolce, dopo avergli dato il bacio della buonanotte. Anche con i figli e le figlie ormai adulti la matrona di casa non avrebbe mai perso l’abitudine del bacio e dell’augurio di far buoni sogni. Attività che faceva sorridere il più austero Natale.

Il dottore fu tra quelli che si espressero solo qualche giorno più tardi: e lo fece con inaspettato entusiasmo. La moglie gli chiese se non gli mancasse la presenza del maschio secondogenito. La risposta fu lapidaria:

<<Certo. Ma visto che gli voglio bene sono contento che possa far fortuna in Inghilterra, paese democratico e quindi molto più civile del nostro, cu chisti patruna vistuti ‘i nivuru 154>>

<<Natale mio, ma adesso ti metti a parlare come un comunista anche tu? T’hanno influenzato i tuoi figli, Vincenzo escluso? Andiamo proprio bene!>>, si lamentò Maria, alzandosi da tavola alla fine del pranzo della successiva domenica.

Il primo settembre 1931, in una Londra ancora eccezionalmente tiepida, si svolse la doppia cerimonia di nozze: al comune e in chiesa. Natale e Maria riuscirono, con qualche salto mortale, a essere presenti nel primo e unico viaggio all’estero di tutta la loro vita.

I sette fratelli rimasero a Palagonia con gli zii. Anche se le scuole non erano ancora iniziate, ormai la maggior parte dei D’Alessandro di nuova generazione lavorava molto o doveva sostenere duri esami all’università. Nessuno chiese di accompagnare i genitori, a parte Vittorio a cui nemmeno venne chiesto di venire. Dopotutto le finanze erano quelle che erano, in una famiglia di nove persone e per giunta con un solo stipendio. Che spesso, con clienti impoveriti, ammontava a caciotte e pagnotte di pane, forme di salame e chili di pesce fresco. Neanche Gesù di Nazareth sarebbe riuscito a tramutarli in biglietti di treno.

150 soldi, donne, poco lavoro

151 magari con una donna coricata

152 Santa Madre di Dio, ma quanto sei cafone

153 corrispondenti a una trentina di stipendi medi attuali: dunque a circa quarantatamila euro

154 con questi padroni vestiti di nero

Se ti è piaciuto questo capitolo condividilo con i tuoi amici o lascia un commento sotto. Grazie

Share This