In Sicilia si diceva un tempo che U vinnituri ‘n mezzu a via, zoccu avi l’abbannia 155. Altro verbo di analogo significato di abbanniari è vanniari, che per esteso intende anche gridare, o addirittura insultare. In ogni caso, entrambi i verbi sono profondamente collegati al mercato e alla fiera: si diceva anche Nun vanniari, ca non semu a fera 156.

L’origine di abbanniari è il termine banna, che in siciliano intende la parte come luogo – per es. a casta banna 157 – e quindi l’azione è quella di ittari vuci a tutti i banni 158 per pubblicizzare con energia e potenza di voce la propria merce da vendere, attirando le massaie. Naturalmente il tutto presuppone almeno un paio di talenti non da poco: voce estremamente potente e duttile allo stesso tempo, giacchè si tratta non soltanto di emettere grandi quantità di fiato ma di modulare l’emissione di voce fra alti e bassi. Quindi, si necessita di una dose di sfacciataggine e desiderio di mettersi in mostra.

Vittorio si divertiva un mondo ad accompagnare al mercato qualche volta la madre, molto più spesso Pina, la “capa” delle ausiliarie di pulizia della villa. Il sabato era l’ideale, visto che alcune persone erano a riposo dal lavoro: ma negli anni Dieci e Venti, durante l’infanzia del protagonista della nostra storia, le donne che lavoravano erano contadine e artigiane, alcune operaie in fabbriche e stabilimenti delle zone attorno a Palermo. E certo per loro il sabato si lavorava, eccome. Si sarebbe dovuto aspettare la fine della guerra ‘40/45 per concreti miglioramenti nelle condizioni di esistenza dei lavoratori.

Del resto Maria Castronovo era persona che pur essendo tutt’altro che altera e “alta di naso”, non amava la confusione e le grida che caratterizzavano potentemente il mercato del sabato. Quando andava per spese preferiva i negozietti e le bottegucce ben più tranquille di Corso Butera o delle vie circostanti.

Con Pina, Vittorio andava molto d’accordo. A lei piaceva quel carattere in fondo bonario, ma anche capace d’improvvise dimostrazioni di carattere, senza mai trascendere nella maleducazione, o peggio nella cafonaggine, di parecchi altri ragazzi. Per la boss delle donne a servizio dai D’Alessandro/Castronovo i vari Vincenzo e Angelo, Renato e Ciro, Saro e Vanni erano ‘na manica ‘i vastasunazzi 159 – con le liete eccezioni di Vittorio e Pepito, Milo e Totò.

Nella stagione tiepida, poi calda – fra aprile e ottobre – le prime bancarelle si posizionavano già fra le sei e le sette del mattino di ogni sabato. Eccezion fatta in caso di ricorrenze civili o religiose; e nel 1922/43 di manifestazioni di regime. Perfino i bombardamenti alleati fra il ’42 e il ’43 non turbarono più di quel tanto i ritmi secolari. Si pensi che le prime tracce di documenti di compravendita e registri di merci risalgono addirittura a metà Cinquecento. Gli stessi soldati e ufficiali statunitensi che liberarono l’isola – nel corso dell’estate ‘43 con lo sbarco a Marsala del dieci luglio – ebbero modo di apprezzare la quantità e freschezza di frutta e verdura, pesce e carne presenti in massa nel mercato di piazza Garibaldi.

Un’altra delle ragioni per cui i ragazzini di Palagonia amavano confondersi fra le centinaia di uomini, donne, anziani e altri bambini e adolescenti, era la vicinanza, anzi, la contiguità con casa: la “villa dei mostri”, infatti, si trova proprio all’estremità sinistra della suddetta piazza, guardando dal centro del paese (oggi città di circa centomila abitanti).

Ancora con le ultime tracce del fresco notturno (sempre che non imperversasse il vento africano di scirocco), intorno alle sette nelle mattine estive Vittorio era già sveglio, lavato, vestito, la pancia piena di caffelatte e pane con marmellata alla fragola e burro. Il caffè, è forse il caso di precisare, veniva distribuito, pur mescolato con latte intero, a tutti i figli “palagoniesi” che andassero alle elementari. Veniva, infatti, considerato dal dottor D’Alessandro una bevanda tonificante, capace di scacciare sonnolenza e offrire la giusta energia per affrontare la lunga giornata fra scuola e compiti a casa. E tutto ciò che il medico di casa asseriva in tema di abitudini salutari, alimentari, vestiarie e affini erano equivalenti a un misto di annunci comunali e prescrizioni mediche. Dunque, da seguire alla lettera e senza manco mezza discussione.

Pina – sveglia alle quattro, arrivo a piedi dalla casetta sul mare di Aspra – aveva già preparato la colazione a tutta la famiglia, pulito la parte di giardino davanti l’ingresso, l’androne, le scale, disfatto i letti fra primo e secondo piano. Escluso l’appartamento di Fefé e Saridda: non certo per lui, a cui bastava un minimo d’igiene. Il problema era la moglie, afflitta da un’autentica mania della pulizia, dell’ordine e soprattutto del fare a modo suo. Sconfinante, a volte, in una sindrome para-psichiatrica. Ma visto che, una volta venuti ad abitare a Palagonia, nel remoto 1908, lei e Maria si erano perfettamente accordate sui confini, reciproci e intangibili, di spazio e abitudini, manie e modalità nel rassettare mobili e affini, la convivenza galleggiò con felice leggerezza per ben mezzo secolo, fino alla scomparsa della signora D’Alessandro.

Appena Pina aveva pronta la lunga lista di cose da comperare, prendeva per mano il piccolo D’Alessandro e s‘incamminavano silenziosamente lungo il viale, facendo poi cigolare il grande cancello e sciogliendosi nella piccola folla di acquirenti mattinieri che già popolava la piazza.

Intorno alle dieci/undici, poi, c’era il vero e proprio bailamme. Gli echi giungevano fin dentro la parte anteriore del parco: ma nella villa, provvidenzialmente dotata da sempre di doppi vetri alle grandi finestre (autentico lusso a quei tempi), non si sentiva che un lieve brulichio di voci. Solo se si porgeva con attenzione l’orecchio si riusciva a cogliere l’eco di qualche esibizione di abbannio particolarmente potente: come nel ridotto ovattato di un teatro si afferrano frammenti di un “a solo” dal Rigoletto o un recitativo del Don Giovanni.

Vittorio fungeva da scrupoloso aiutante di Pina: almeno quattro o cinque capienti borsoni erano lì, pronti a essere riempiti fino al colmo nel giro di non più di un quarto d’ora/venti minuti.

Quella siciliana stava a servizio di Palagonia da oltre trent’anni: abbronzata, tozza, al culmine della mezza età di oggi, ma allora, con alle spalle quarant’anni e più di duro lavoro nei campi e poi a servizio, aveva un viso segnato da rughe in tutto simili ai solchi prodotti da un invisibile aratro. Le mani callose – vene che emergevano facendosi spazio fra la pelle scura, cotta e bruciata dalle ore di sole implacabile – si muovevano sicure rovistando fra patate e lattuga, cercando ossessivamente cipollone appetitose e aglio ben consistente, indagando sui broccoli più grossi e le uve più succose.

La lista comprendeva diverse decine di alimenti, condimenti, qualche utensile da cambiare per la cucina, vino, sale, olio, pepe e altro ancora. Al mercato di piazza Garibaldi si poteva far pubblicità urlacchiando ai quattro venti che vi si trovava la qualsiasi che si potesse ingurgitare, per colazione o merenda, pranzo o cena, per palati fini o grezzi, soddisfacendo mangioni o mezzi scheletri, per gioia erotica del palato o severo rispetto della legge di pura sopravvivenza.

Al piccolo veniva poi dato l’incarico di occuparsi della zona insalata, visto che se n’era fatto una certa esperienza: dunque, olio e sale, limone e aceto, pepe e lattughe, tutti i diversi tipi di foglie verdi e giallognole commestibili, da ingurgitare dopo il primo e in attesa del secondo, come s’usava dai D’Alessandro e Castronovo. Quando trent’anni più tardi l’ex ragazzino si sarebbe trovato in mezzo ai parenti della neo moglie svizzera avrebbe durato fatica ad abituarsi a consumare l’insalata come antipasto.

A Vittorio piaceva sin dai sei/sette anni pasticciare proprio nella grande insalatiera di origine borbonica, regalo di uno zio, ex generale di Franceschiello 160, per il matrimonio di Natale e Maria. All’inizio si trattava di semplici intrugli ai limiti dell’immangiabile: ma ben presto, a furia di consigli e correzioni di Pina e della mamma, si diffuse la piccola leggenda di un ragazzino ancora alle elementari e già capace di preparare insalate sempre più originali e deliziose. Peraltro, il futuro filosofo e pedagogista, preferì confinarsi a quell’unico settore cuciniero, senza osare invadere la zona pesci, carni o primi.

I venditori provenivano dal paese e dall’intero circondario – a parte qualche carretto che giungeva addirittura dal Capo o da Ballarò, in pieno centro storico palermitano. I negozianti della Vucciria, invece, non si degnavano di spostarsi data l’affluenza enorme di cristiani ‘ca facivano ‘a spisa 161. A quei tempi i grandi mercati rionali della capitale isolana erano ancora assolutamente autentici, senza infiltrazioni turistiche né moderne alterazioni.

Pina e Vittorio, circa a metà spesa, si separavano, dandosi appuntamento cinque/dieci minuti più tardi nel cuore della piazza, alla fontanella dove stazionava il venditore di fieno e biada per cavalli e asini. Forse l’unico punto individuabile facilmente in mezzo a tutta quella ressa. Il piccolo si fiondava verso i banconi degli insalatari, correndo nella sua entusiasta inafferrabilità infantile. Era ben conosciuto, ormai: sapevano che era il figlio minore del popolarissimo dutturi Natali. Dunque, nessuno s’azzardava a imbrogliarlo su prezzo o freschezza della merce.

Una volta soltanto un certo Saruzzo Cuntrera, proveniente dalla lontana Ragusa in cerca di fortuna, si era improvvisato bancarellaro di formaggi, elaborati malamente dal latte di una decina di smunte vacche e qualche capretta malfamata. Ovviamente il risultato lasciava alquanto a desiderare: ma i bagheresi svegli si tenevano alla larga da quella via di mezzo fra un furfante e un incapace. Quando invece passò davanti al suo povero bancone quel ragazzino di otto o nove anni, Saruzzo, illuso di essere un sopraffino furbacchione, si diede da fare per attirarne l’attenzione. L’unica mossa di una certa abilità fu quella di offrirgli una bella quantità di formaggio, tanto di capra che di mucca, a un prezzo realmente competitivo. Al ritorno a casa la diffidente quanto esperta donna Pina subodorò la classica pigghiata pi fissa a lu picciriddu 162 ma non disse nulla. Era convinta che soltanto se i commensali avessero avuto pesantemente da ridire su quella formaggeria di basso livello la piccola vittima del raggiro avrebbe imparato, facendo in tal modo preziosa esperienza.

E difatti in parecchi si lamentarono a pranzo: chi della consistenza, chi del colore, altri del sapore. Gli unici due che mangiarono senza far parola, e in gran quantità, furono ‘u zu Fefé e Pepito: il primo gran mangione, il secondo del tutto indifferente al gusto di quello che gli finiva in bocca. Entrambi, quella sera e la notte soffrirono le pene dell’inferno, vomitando e patendo dolori al ventre, manco fossero gravidi. Non ci volle molto a rendersi conto chi fosse il colpevole, pensando a quello che avevano mangiato a mezzogiorno.

L’indomani mattina, mentre Pepito era ancora a letto mezzo febbricitante – in sovrappiù costretto ad assentarsi da scuola, malgrado l’ultima interrogazione prima degli esami di licenza media – un bel gruppo di picciutteddi si diresse alla volta del mercato domenicale, meno frequentato ma con la speranza di beccare il mascalzone formaggiaio. Si trattava di Renato, Ciro, Vittorio, Angelo e Vincenzo. Quest’ultimo, sempre esagerato, si portò dietro addirittura la pistola d’ordinanza da ufficiale di leva dell’Esercito, corpo dei bersaglieri.

Trovarono Cuntrera allo stesso posto del giorno primo: sembrava quasi che non si fosse mosso, restando lì a dormire in piedi per tutta la notte. Appena gli si presentarono davanti il bancarellaro riconobbe subito il ragazzino che aveva fregato il giorno prima col formaggio avariato. Nello stesso tempo, non essendo del tutto scemo, lesse molto bene le intenzioni dei cinque. Alzò le mani in aria, come se si trovasse nel mezzo di una rapina, mormorò confuse parole di scusa in dialetto ragusano, poco comprensibile alla lettera ma limpido nel significato di fondo. Quindi si mise a sbaraccare a una velocità incredibile e con una precisione di gesti che mostrava una consuetudine alle fughe improvvise che parlava da sola. A Vittorio e Ciro venne da sorridere, pensando a una via di mezzo fra Ridolini e Charlot, ammirati decine di volte al cinema Splendor. Quando Vincenzo non resistette a fare il cafone aprendo la giacca del doppiopetto a righe e facendo intravedere l’impugnatura della Beretta 7.65, un velo di biancore emerse sul viso già magro ed emaciato del Cuntrera. Il quale, se possibile, aumentò ancor più la velocità nell’imballare la mercanzia per poi fuggirsene a dorso di mulo straziandolo con decine di colpi di basto.

Il primo dei fratelli di Palagonia si pavoneggiava davanti ad alcune ragazze appetitose, ricordando un gangster di Chicago. Le imprese pluriomicide di Cosa Nostra di Capone, Torrio e compagnia facevano spesso la parte del leone anche sulle prime pagine degli italici quotidiani e rotocalchi. Da quel giorno Vittorio imparò parecchie cose della vita: la prima delle quali fu la pratica di una certa sana diffidenza, la seconda l’odorato fino e l’occhio attento alla mercanzia che si maneggia prima di comprarla.

 

Il divertimento maggiore era poi ritrovarsi alla fontanella per svolgere la seconda parte del giro di compere, ammirando la capacità di contrattare di Pina, degna di una principessa del deserto in un suk di Tripoli – da fine Ottocento di “proprietà” italica.

Non c’era praticamente un solo mercante in grado di resistere all’irrefrenabile azione discorsiva del braccio destro femminile di Maria Castronovo. Pina, in sostanza, girava attorno a parole e merce e prezzi, tornava indietro, faceva improvvisamente una nuova proposta, per poi cambiare idea e alla fine minacciare d’andarsene da un’altra bancarella. Sapeva perfino il momento giusto per continuare a contrattare, fermarsi o far finta di andar via. Alla fine il venditore era preso per sfinimento e cedeva al prezzo o alla quantità richiesti da quella terribile donna di mezza età. Lo stesso citato Pippo Gattuso, fine avvocato e persona di famiglia, era convinto che mettere davanti Pina e uno dei principi del foro palermitano sarebbe stato uno spettacolo assolutamente impagabile: nel senso che la prima avrebbe dato molto ma molto filo da torcere al secondo. Per poi magari avere anche la meglio.

Le scene che Vittorio poteva gustarsi al mercato erano a volte il fior fiore dell’improvvisazione e della capacità recitativa di cui sono ben capaci certi siciliani di campagna.

Una volta che si scatenò un acquazzone da Vecchio Testamento un irato banconista di vini esclamò a tutta voce:

<<Chista avi a esseri a Maronna cà si pulizia bonu u balcuni ‘i casa 163>>, accolto per metà da risate e per l’altra da donne che si segnavano a mò di croce.

In un’altra occasione, gruppo di amici trentenni, passando davanti a un venditore di lumache, si rivolse a un loro conoscente che passava di lì – un cinquantino, tanto antipatico quanto dotato di moglie dai costumi a dir poco “disinvolti” – apostrofandolo così:

<<Tanino, ma u sai cà si chiù curnutu d’un panaru ‘i babbaluci? 164>>

 

Un momento di disagio di Vittorio si sciolse in un sorriso clemente della ben conosciuta panettiera di Ficarazzi, personaggio degno di una ballata zingaresca.

Gina Gurreri, ammesso fosse il suo vero nome ma così era nota all’intero paese e a quelli dei paraggi, era una mezza selvaggia, d’età indefinibile – ma si mormorava che fosse giovane, sui trent’anni. Una foresta del tutto ingovernabile di capelli neri come la camicia del federale di Palermo sovrastava un testone notevole, cotto dal sole. La caotica foresta dava la netta impressione di non aver mai fatto la conoscenza di una parrucchiera e una shampista. O più prosaicamente, di una spazzola.

Indossava sempre, estate o inverno, una sorta di camice grigiastro, pieno di macchie dai colori indefinibili, coperto da un giacchettino sformato e mezzo divorato dalle tarme o chi per loro, zoccoli degni di un futuro campo di concentramento in Est Europa, regolarmente senza calze. Maneggiava un paio di occhiali, privi di una lente, mentre con l’altra non si capiva cosa riuscisse a vedere tra il lerciume e le macchie che la sporcavano da chissà quanti anni.

Eppure, vendeva pesce freschissimo, il cui odore la impregnava tutta, come se di giorno uscisse dal ventre di un tonno e la sera vi rientrasse per consumare una frugale cena, per poi addormentarsi cullata dal mare e dai colpi di coda dell’enorme accogliente animale.

Una volta in cui Pina aveva dovuto rientrare in fretta e furia per un malore che aveva colpito suo padre, Vittorio ebbe l’incarico di occuparsi dell’ultimo acquisto di quel sabato: il pesce. Comprò tutto scegliendolo con scrupolo ma al momento di pagare si accorse che gli mancavano cinque centesimi. Essendo un bambino anche capace di combinare superbi casini con gli amici, ma intimamente molto corretto e onestissimo, divenne rosso proprio come il bancone di fronte che ospitava magnifici peperoni. Non sapeva che fare.

Consegnare la merce indietro? ma avrebbe fatto la figura del tontolone. Rifare i calcoli? ma sapeva che erano giusti; e poi avrebbe offeso a morte quella strana donna, temendone anche l’imprevedibile reazione. Ridare indietro un pesce e acquistare il resto? ma non si fidava a calcolare quale restituire. Qualsiasi idea gli veniva in mente si sentiva trascinato in un gorgo di vergogna, manco avesse dato fuoco alla chiesa matrice con dentro mezzo paese che pregava.

Venne poco dopo in suo soccorso proprio la terribile donna Gina, che con un sorriso sornione gli disse semplicemente:

<<Picciriddu, chi è, ti cunfunni? Pigghiati tuttu ‘stu pisci ca pagasti, ti nni vai a casa e tu manci. Poi, u prossimo sabato mi porti i cincu centesimi, e futtitinni 165>>

Vittorio si sentì così sollevato, manco fosse appena sfuggito al capestro. Si mise a correre velocissimo, senza accorgersi di portarsi dietro una decina di chili di pesce che profumava come un intero oceano, proprio lì, davanti a lui, libero, selvatico, inafferrabile di blu e spuma.

155 Il venditore in mezzo alla strada fa sapere quello che ha

156 Non gridare, che non siamo al mercato!

157 da questa parte

158 buttare voce (gridare) a destra e a manca

159 una banda di cafoni

160 Il soprannome dato dai napoletani all’ultimo re della famiglia Borbone, spodestato nel 1860 dalla missione di Garibaldi e dei “Mille”.

161 persone che facevano la spesa

162 presa in giro al bambino

163 Questa dev’essere la Madonna che pulisce per benino il balcone di casa

164 Tanino, lo sai che sei più cornuto di un venditore di lumache?

165 Ragazzino, che fai ti confondi? Prenditi tutto questo pesce che mi hai già pagato, te ne vai a casa e te lo mangi. Poi, sabato prossimo, mi porti i cinque centesimi e fregatene

Se ti è piaciuto questo capitolo condividilo con i tuoi amici o lascia un commento sotto. Grazie

Share This