I personaggi originali, strambi, eccentrici, fino a quelli affetti da veri e propri disturbi psichici o neurologici sono sempre esistiti. Oggi si mischiano alle folle metropolitane, trovando (volontariamente?) una condizione di mimetismo esistenziale. Un tempo, soprattutto nei paesi e nelle cittadine di provincia, erano ben visibili, a rappresentare un canale di scarico umano in cui far confluire diverse tensioni: disprezzo e cattiveria, capro espiatorio e frustrazioni, termini di confronto in negativo per sentirsi meno falliti e provocatorio senso di libertà – <<il matto non ha padroni>>.

Il cosiddetto “elemosiniere”, Fifì Nascimbeni, era così soprannominato perché campava in modo tutto suo sin da bambino. Anzitutto nessuno ne conosceva esattamente l’origine. Era apparso a cinque anni nel corso del tiepidissimo inverno del 1905, materializzandosi letteralmente dal nulla. Da dove venisse, chi l’avesse messo al mondo, se esistessero parenti da qualche parte dell’isola, tutto rimase misterioso. Il cognome gli era stato dato in realtà da un bonario impiegato dell’anagrafe al Municipio bagherese, in vena di non offendere per una volta. I colleghi precedenti e quelli che sarebbero venuti dopo, infatti, si divertivano per tradizione ad appioppare ai trovatelli, ai figli di nessuno, ai figghi da fuirtuna   166, nomi che li avrebbero segnati a vita, condannandoli a un costante quanto pubblico ludibrio: Troia, Mizzica, Sticchio, Panella. Dunque al povero Fifì in fondo, malgrado la vaga ironia scaturita da un cognome come Nascimbeni, era andata molto meglio di decine di altri sfortunati.

Nessuno riuscì mai a convincerlo ad andare a scuola. Non abitava da nessuna parte: semplicemente, quand’era stanco e insonnolito si stinnicchiava 167 dove capitava. Anche se, giustamente, prediligeva l’erba morbida al duro marmo di strade e marciapiedi. Ma capitava spesso di trovarlo all’alba a russare su una vecchia coperta consumata, proprio davanti al portone di una chiesa.

Per campare si adattava a fare le spese per conto di alcuni negozi e bancarelle in centro: tutti lo conoscevano e nessuno era mai stato trattato men che servizievolmente dall’inquieto ragazzino.

Per il resto si dava all’attività di elemosinatore: con la caratteristica, però, di dividere esattamente a metà con qualsiasi prete gli capitasse a tiro a fine giornata. Se non ne trovava nessuno, si dirigeva a tutta velocità verso il primo edificio dotato di croce cristiana e consacrato al culto cattolico. Il perché di questo strano comportamento, in un bambino di appena sei o sette anni, venne fuori molto presto, raccontato da don Pennino, parroco di Aspra. Era proprio a lui che si era rivolto il bimbo la prima notte in cui era arrivato a Bagheria da chissà dove e chissà come. E il sacerdote non si fece scrupolo di farlo entrare in chiesa, rifocillarlo e dargli un posto dove dormire, allestendogli un comodo lettuccio in sagrestia, addirittura con doppio cuscino e coperta di lana.

Il bambino non apriva quasi mai bocca. Ma don Pennino non era certo tipo da lasciarsi prendere dallo sconforto. Gli parlò spesso, quella sera e parecchie altre: quasi sempre senza ricevere altra risposta che non fosse quel paio di occhi azzurrissimi, spalancati su chiunque gli dedicasse anche un solo istante di attenzione. Spesso restava a bocca aperta e non si aveva alcuna idea, almeno all’inizio, se fosse capace di capire la metà di quel che gli si andava dicendo. Ma il prete, ancora giovane ed entusiasta di ogni rapporto col prossimo, si ostinò a trattarlo come un coetaneo buon conversatore. In realtà, non ci volle molto per scoprire che se Fifì non aveva certamente tutte le rotelle a posto, era però tutt’altro che scemo, capendo e parlando solo quando voleva. Mostrava, ancora picciriddu, di maneggiare con assoluta indipendenza il proprio cervello e la propria lingua, condizionando anche chi aveva davanti. Poteva mandare a quel paese il cardinale di Palermo ed essere affettuoso e ciarliero con una vecchina uscita fuori da un accampamento di zingari – considerati dai paesani come mendicanti e tagliagole.

Don Pennino gli disse, quasi per caso, una delle prime volte che mangiarono insieme, che Cristo divideva tutto con i fratelli e le sorelle che incontrava, essendo noi tutti figli di Dio. Da quel giorno il selvatico Fifì lo prese alla lettera, venendo ogni santa sera a dividere per due gli spesso discreti proventi del proprio elemosinare diurno nelle più diverse zone, dentro e attorno a Bagheria, sconfinando anche fino a Palermo, dove ovviamente nessuno faceva caso a lui. E infatti era proprio dal capoluogo regionale che rientrava regolarmente con le tasche ricolme di monete e perfino di qualche banconota. Non si capiva bene come facesse: non girava con nessuno strumento musicale, né si metteva a improvvisare giochi di prestigio o esercizi di destrezza, danze o figure ginniche. Eppure, del suo “mestiere” divenne ben presto forse il più abile rappresentante in tutta la zona fra Palermo e Casteldaccia.

Quando don Pennino cominciò a rifiutare l’ormai abituale quota al cinquanta percento dei “proventi professionali”, il piccolo non si scompose, deviando verso altre parrocchie.

A fargli compagnia si aggiunsero ben presto altre due figure – a parte qualche altra di passaggio: gente che veniva, stava un mese o un anno, per poi sparire definitivamente. Salvo, magari, tornare dopo un certo periodo di tempo.

Gli altri due animatori della “corte dei miracoli bagherese” erano Filippa Mistretta e Mutria Mannino.

La prima era una cugina di primo grado del dottor D’Alessandro, essendo figlia unica della sorella del padre. I genitori della ragazza erano morti in mare, travolti con uno dei loro pescherecci durante un terribile fortunale nell’inverno 1880. Filippa aveva appena un anno e si sospettava già che fosse afflitta da qualche forma grave di disturbo psichico. Iniziò a parlare intorno ai cinque-sei anni, farfugliando per un paio di mesi frasi del tutto incomprensibili.

A scuola non la si era potuta mandare: l’unico tentativo fu compiuto da una zia suora, che in cambio ricevette tanti di quei calci da finire al pronto soccorso, per poi girare per qualche settimana con due bastoni. Naturalmente di lei non ne volle più sapere.

La terribile bambina finì per qualche anno all’Istituto per il fanciullo sfortunato, quello che oggi si definirebbe a ragione un “lager per l’infanzia”. Le si dava da mangiare una volta al giorno, alla minima reazione veniva schiaffeggiata selvaggiamente da un paio di pseudo infermiere, specializzate nel dare addosso a bambini e ragazzi che si trovavano rinchiusi in quel luogo infernale.

Dagli otto-nove anni, maschi e femmine, venivano sistematicamente violentati, fungendo da oggetto di traffici sessuali con tanto di prestazioni, tariffari e giro di clienti, anche della Palermo bene. Si spartivano i proventi pedofili il direttore amministrativo, quello sanitario, una dozzina fra medici e infermieri, educatori e anche due suore.

Il tutto venne fuori all’improvviso, come un incredibile mare di lava e fango grazie a un omicidio che diffuse in tutta l’isola e nell’Italia continentale un’ondata di assoluto raccapriccio.

Filippa era un demone incontrollabile con tendenze spiccate verso la criminalità, insieme a un apparente ritardo mentale. L’apparenza era data dall’impossibilità di stabilire le capacità intellettive, almeno quelle di base, sia per il silenzio ostinato e la frequente difficoltà anche solo di avvicinarsi alla ragazzina; sia per lo stato ancora arretrato in cui versava la psicologia infantile nell’Italia tardo lombrosiana. Mentre negli Stati Uniti e in Francia, fra James, Dewey e Binet si lavorava già alle questioni legate all’intelligenza, ai metodi pedagogici, agli ambienti sociali, alla cultura familiare.

D’altro canto, pur essendo all’epoca dello scandalo una ragazzina di nemmeno dodici anni, era più sviluppata delle altre coetanee, potendone dimostrare almeno quattordici. Il viso era molto bello, due occhioni neri, un nasino all’insù di rara perfezione, una cascata di capelli ondulati color cioccolata, lunghi fin quasi alle ginocchia. Per di più emanava dallo sguardo una perenne luce di sfida, una sensuale arroganza che poteva dar da pensare un attimo ad alcuni maschi adulti che la incrociassero per strada, per poi tirare saggiamente diritto.

Ma per i pedofili altolocati, che frequentavano l’istituto come un normalissimo postribolo, una come Filippa costituiva <<il miglior bocconcino>>, come si sarebbe poi espresso uno dei clienti durante il processo. Per poco non venne linciato dalla folla inferocita, una volta trasferito sul cellulare della polizia.

La ragazzina un po’ folle e misteriosa era richiesta quasi ogni giorno. A quanto si seppe dalle testimonianze rese nel corso della lunga istruttoria, non protestava mai, se ne restava assolutamente muta, spesso non facendo nemmeno percepire il respiro. Perciò, dopo le prime due o tre “prestazioni” che mandarono in sollucchero i clienti, si cambiò radicalmente regime di trattamento: sorrisi, lauti pranzi, camera singola di rara pulizia e igiene, regali, nessun limite alla sveglia mattutina. Entrando nella sua stanza si trovava ancor più splendore dell’enorme ufficio del direttore amministrativo: sembrava di essere passati da un soggiorno a Calcutta ad uno a Saint- Moritz.

Si calcolò che Filippa aveva reso servigio a oltre duecento adulti maschi nel giro di un anno e mezzo. I guadagni si aggiravano ben oltre le centomila lire – equivalenti a circa duecentomila euro odierni. Probabilmente sarebbe tutto continuato per chissà quanto tempo: crescendo si sarebbe passati alla clientela “normale”, quella che cerca ragazze, non certo bambine o adolescenti.

Invece, a tarda sera di un sabato del marzo 1891, quando Filippa stava per compiere dodici anni, il barone di Calascibetta, uno fra gli uomini più smisuratamente ricchi dell’intero Sud Italia, decise di cedere finalmente alla curiosità per la famosa picciridda principessa del Fanciullo sfortunato. L’aristocratico possidente di terre che si estendevano fra le province di Trapani e Ragusa, dunque letteralmente traversando mezza Sicilia, era uomo oggi ancora quasi giovane, allora maturo ma non vecchio, essendo nato nel 1845. Era già nonno due volte, mentre tutti e cinque i figli avevano superato da anni l’età dell’oggetto della sua curiosità carnale di quella notte. Molto più alto nel normale per la latitudine e l’epoca, dotato di capelli e favoriti borbonici di un rosso fulvo misto a biondo, occhi grigio-azzurri, snello e di modi flessuosi e raffinati, non si poteva forse definire molto bello, sicuramente non passava inosservato. Infatti, sapendo chi era, ascoltandolo parlare, anche semplicemente vedendolo sgusciare silenziosamente in un salone da ballo o da the, era oggetto di non pochi sguardi di donne di tutte le età. La moglie gareggiava in splendore, contribuendo a costituire una delle coppie più ammirate della Palermo di fine ‘800.

Con un simile quadro estetico e sociale, finanziario e di lignaggio restò un mistero il motivo che spinse il barone Federico fra le esili braccia della povera preadolescente rinchiusa nel lager-bordello. L’unica spiegazione rimase il semplice capriccio di voler soddisfare la curiosità di come fosse quella deliziosa piccola matta, e probabilmente di provare a “coricarsi” con una che poteva essere quasi sua nipote (nel senso di nonno).

Dal canto suo, per Filippa dovette essere la volta di troppo, come ipotizzò uno dei tre luminari chiamati nel corso del processo a tentare di far luce. Ovviamente lo si cercò di fare solo in rapporto a lei, non certo a lui, sorvolando il più possibile sulla perversa scelta di una prostituta ragazzina da parte di una delle prime dieci persone al vertice del potere, dell’economia e dell’alta società della Sicilia di epoca crispina.

Il feudatario venne accompagnato al terzo piano, alla fine del lungo corridoio, in una stanza stranamente quasi lussuosa in confronto allo squallore e luridume circostante. Con il senno di poi, l’errore principale commesso dagli improvvidi guardiani lautamente ricompensati per l’usuale omertà fu quello di lasciare sola cliente e vittima (è proprio il caso di dire). I gestori di quell’infame “commercio di carne viva” – come si sarebbe espresso sdegnato il procuratore generale in corte d’assise – ebbero la faccia tosta di tentare di giustificarsi sostenendo che con la <<cara Filippa nulla era mai successo di violento o disdicevole>>, evidentemente non considerando tali le centinaia di stupri commerciali ai danni della dodicenne.

Passò una mezzora di ordinario silenzio sepolcrale a circondare l’istituto, data anche l’ora. Improvvisamente il sorvegliante di turno al terzo piano scorse una figurina bianchiccia che sembrava ballare e canticchiare una strana nenia. Si alzò dalla poltronaccia sbrecciata in cui era sprofondato con giornale, candela e sigarette, e andò ad accertarsi se non gli avessero fatto un “malo effetto” i due bicchieri di vino ingollati poche ore prima per cena.

Arrivato di fronte la porta della bella camera di Filippa dovette stropicciarsi gli occhi più volte poiché stentava a rendersi conto di ciò che gli stava davanti. Filippa con indosso una vestaglia bianca aperta sul davanti, sotto la quale era nuda, danzava lasciando pozze di sangue sul pavimento sconnesso. La stessa vestaglia era schizzata da vaste macchie rossastre. Avvicinando la lampada a petrolio al viso della ragazzetta scoprì qualcosa che per un momento gli procurò un mezzo svenimento: a mò di orecchini si era cucita due piccoli pezzi di carne sanguinolenta. Mentre in testa si era fatta una corona di spine con in cima quello che sembrava chiaramente un pene umano. Il sangue degli attributi maschili di chissà chi si mischiava al sangue che usciva sia dalle orecchie che dalla fronte martoriate della povera Filippa. La quale continuava a danzare canticchiando una rima insensata:

 

Amunì, basta ficcari,

amunì cà vaiu a manciari

Aiu u pacchiu a culu i gaddina,

ma vogghiu aviri a panza china

 

Come risvegliatosi da un momentaneo incubo, il sorvegliante con il cuore a duecento, ebbe un’intuizione che lo fece precipitare nella camera della folle. Circondato da non meno di una cinquantina di candele accese, seduto per terra, appoggiato al letto, completamente nudo giaceva con gli occhi spalancati l’ormai fu principe di Calascibetta. In mezzo alle gambe si vedeva con orrida chiarezza una gravissima ferita: si capiva che era stato da poco sia evirato che castrato. Si restava colpiti per di più dal contrasto fra la parte superiore del corpo, testa elegante e bella, reclinata a occhi chiusi e labbra socchiuse in un vago sorriso, tronco con pochi peli, snello e muscoloso. Rispetto alle gambe e ai piedi, immersi in una pozza di sangue sparsosi per mezza camera. Il medico legale calcolò in non oltre cinque minuti la morte per dissanguamento, molto <<morbida e indolore>>, come la definì, forse astenendosi per carità cristiana dal citare le orride sofferenze causate dalla tripla amputazione.

Grazie a un accordo sottobanco tutti i clienti facoltosi e potenti (erano il novanta percento di coloro che avevano fruito delle grazie impuberi della sfortunata ragazzina) vennero salvati dallo scandalo e dal vortice di morte sociale e perdite finanziarie collegate.

Il restante dieci percento di “gente ordinaria” subì una semplice tirata d’orecchi giudiziaria: in caso contrario non avrebbero certo tenuto la bocca chiusa, come invece conveniva a tutti.

L’artefice di questo gioiello d’ipocrisia e mantenimento del decoro e delle convenzioni sociali fu il padre dell’avvocato Pippo Gattuso, strenuo osservante delle pratiche religiose e grande amico d’Irene D’Alessandro, come sappiamo.

Al processo, svoltosi a ritmo supersonico in una sola settimana giudiziaria (da un lunedì al venerdì successivo) e con l’escussione di un manipolo risicato di testimoni, si alternarono i <<non so>>, <<non mi ricordo>>, <<se c’ero dormivo>>, con le grida di compassione dell’avvocato verso la povera Filippa, <<incosciente vittima di un’avversa natura>>, che <<alfine armò l’innocente manina sua per mutarla in vindice istrumento di morte>>. Insomma, per il grande principe del foro Massimo Gattuso, si era trattato di un incidente causato dalla mente offuscata della ragazzina. Della prima vittima quasi non si parlò, cercando di far dimenticare del tutto il motivo della sua presenza in quel postribolo per pedofili.

L’unico che osò tentare di deviare verso la strada della verità e della decenza fu un giovane sostituto procuratore di origine toscana, che fu interrotto incivilmente dal presidente della Corte d’Assise appena s’azzardò a pronunciare le seguenti parole:

<<Il fu barone, che era lì per farsi i propri porci comodi fra le cosce di una minorenne, visibilmente disturbata ….>>

<<Ma insomma, richiamo il sostituto procuratore alla decenza e alla loquela che si confa a un’aula d’alta giustizia quale la nostra>>, gridò rosso in faccia il presidente che tolse immediatamente la parola al giovane rappresentante della Procura. E non gliela diede più. Il procuratore generale, in un intervallo delle udienze, ebbe poi modo di congratularsi con il collega della magistratura giudicante e chiedergli perfino scusa per le intemperanze dell’irruento e troppo giovane collaboratore, precipitato

<<dalla terra di Dante e Carducci nella nostra splendida realtà, isolana quanto ardua da decifrare per qualsivoglia straniero>>.

Con questa veloce serie di giochetti e sabotaggi il percorso in aula della causa penale fu concluso con la modesta sentenza di cinque anni di ricovero in Ospedale psichiatrico giudiziario (OPG) per la ragazzina.

L’”avvocatone” Gattuso (così soprannominato dai colleghi ammirati) in sovrappiù produsse un mega dossier attestante <<la piena quanto assoluta incapacità d’intendere e volere della piccola>>. Un dossier tanto enorme, quanto del tutto superfluo visto che in ogni caso l’imputata era ampiamente sotto la minore età – dodici anziché ventuno – oltre che già ospitata nell’istituto, ufficialmente destinato a casi simili. Venne dunque trasferita seduta stante all’unico OPG della Sicilia, quello di Agrigento, sprovvisto di reparto minori. A tal fine le si organizzò una stanza elegante, tranquilla, la si trattò con la massima gentilezza, riempiendola di vestiti e profumi, leccornie e libri da leggere. Si scoprì, infatti, che era perfettamente alfabetizzata: a riprova dello stato brado in cui allora si trovavano scienze quali psicologia, psichiatria e criminologia.

Quanto al personale del famigerato Istituto per il fanciullo sfortunato (che venne chiuso il giorno dopo la scoperta dell’omicidio), furono condannati a pene detentive fra i due e tre anni tre medici e cinque infermieri. A distanza di un anno erano tutti fuori; in totale, sette medici e dieci infermieri sparirono dalla circolazione, fra trasferimenti all’estero, nel Nord Italia, un pensionamento, una morte per infarto di un medico e il suicidio per impiccagione del primario, incapace di reggere lo scandalo.

I venticinque minori rinchiusi nel lager furono sparpagliati fra altre quattro strutture analoghe – non prima che venissero controllate con inedito scrupolo, dai sotterranei fino al tetto, setacciando cucine, stanzoni, bagni, magazzini, sale mediche, uffici e guardiola dei sorveglianti. Ricadere in un secondo scandalo sarebbe stato disastroso per l’intera sanità sicula e per i politici locali.

Dopo cinque anni la ragazzina era mutata in diciassettenne, di rara bellezza: occhioni color cioccolato che scrutavano come un apparecchio a raggi X (appena inventato) chiunque avesse davanti, pelle ambrata da fanciulla del deserto, cascata di capelli crespi e neri – come uno stormo di corvi in volo verso chissà dove – snella ma procace nelle forme già botticelliane. La testa, si era accertato, le funzionava in modo superiore alla media: altro che ritardata! Ma il carattere – l’indole come si diceva in quell’epoca lombrosiana – creavano spesso <<reazioni incontrollate, ironie di sguardo e parole, durezza e ostinazione, incapacità di seguire la morale corrente e la saggezza d’un adulto>>, come recitava il rapporto medico di dimissione dall’OPG.

Giunse a piedi a Bagheria direttamente dalla parte opposta dell’isola, dopo qualche settimana di cammino. Perché proprio nel paese a ridosso di Palermo non lo si seppe mai.

Erano trascorsi cinque anni dallo scandalo, del resto prodottosi nel capoluogo regionale e non a Bagheria, in una fine secolo di quotidiani letti solo da porzioni ristrette di popolazione, con ben poche fotografie (per di più lei era minorenne all’epoca dei fatti). Quindi nessuno potè riconoscerla.

Ma chi fosse quell’insolita ragazza lo si scoprì abbastanza presto grazie ai meccanismi misteriosi che soprassiedono al crearsi e al successivo diffondersi di voci, sospetti, maldicenze fra la gente di paese. I ragazzi e gli adulti maschi più sfacciati le canticchiarono per qualche settimana una canzoncina composta da non si sa chi:

 

<<Semo casti e riuni

Un ci tagghiari u pinnuluni.

T’accattamo puru a luna

ma lassaci i cugghiuna 168>>

 

Ma visto che la dedicataria di tale distico mostrava interesse e reazioni a livello zero, nel giro di poco tempo i suddetti “buontemponi” si stancarono d’illudersi di darle fastidio.

Piuttosto, dopo qualche mese passato a chiedere l’elemosina assieme a Fifì Nascimbeni, Filippa, ormai diciottenne e priva di qualsiasi scolarizzazione attestata, si decise a tentare la strada dell’apprendimento. Quando si sparse la voce il paese venne semisommerso da risatine e colpi di gomito, perfino da scommesse su quanti giorni avrebbe resistito quella selvaggia, ignorante e deficiente in una classe. E invece, nel giro di appena sette anni la ragazza conseguì una girandola di diplomi: licenza elementare, licenza media inferiore, diploma di ragioneria, attestati di ottima conoscenza di contabilità superiore, dattilografia, lingua inglese e lingua francese. Tanto che a venticinque anni s’impiegò senza problemi nel primo studio legale di Bagheria, filiale di uno fra i più prestigiosi di Palermo. Divenne anche amica del lesto Vincenzo, che però, compreso subito il soggetto che aveva davanti, non s’azzardò mai a mancarle di rispetto. Lei, peraltro, passava con la massima imperturbabilità da un amorazzo all’altro, facendo ammattire di passione qualche decina di bagheresi, ficarazzesi e palermitani. Era in effetti difficile resisterle, con quel misto di selvatico e intenso, asprigno e femminile, uniti a un’intelligenza al di sopra della media – per chi fosse stato capace di accorgersene, quindi di apprezzarla. Si sa che tanti, troppi maschi (presunti tali), davanti a una fusione fra bellezza, sex appeal e brillantezza di spirito e cervice, fuggono di gran carriera, terrorizzati da una tale minaccia alla loro supremazia.

Ma continuò a frequentare tanto Fifì Nascimbeni che, dalla metà degli anni Venti, anche un’altra figura di luminosa stravaganza. A completare un trio del tutto in anticipo con i tempi – ma che in una New York anni Sessanta avrebbe fatto la sua bella figura.

Si trattava di una donna aggirantesi fra i trentacinque e i cinquanta, detta Mutria Mannino. Il cognome lo si scoprì per caso in un ufficio comunale, mentre il soprannome le venne subito appioppato dai soliti svegli del paese, pensando al suo costante avercela col mondo intero, muso storto e umore pessimo, la lingua usata assai raramente.

In realtà, occorreva solo avere un po’ di pazienza e conquistarne le simpatie: dopodiché si scopriva una signora Mannino brillante e comica, capace di dipingere a parole una persona con pochissimi tratti, acuti e perfettamente riassuntivi.

I tre andarono ad abitare in una piccola casa unifamiliare con giardino, ai limiti del paese prima della strada verso Aspra e il mare. Era il frutto di un’inattesa eredità di Filippa, ricevuta dai figli di alcuni dei vecchi “clienti” palermitani, ancora preoccupati che le saltasse il vezzo di denunciarli alla magistratura o ai giornali.

Lunghi decenni si alternarono senza scossoni, con la ragazza che divenne donna matura e poi anziana; il giovane mutatosi in settantenne curvo ma sempre dedito alla dignitosa attività di elemosiniere; l’ultima arrivata nella casa, ormai semicieca e claudicante nei suoi presunti ottanta e passa anni (forse anche più).

Vittorio e gli amici di mare e battaglie a Villa Palagonia impararono a conoscerli e apprezzarli: che non li avessero mai sfottuti o insultati fu l’avvio di una vera e propria amicizia che durò fino a una torrida notte agostana del 1958. Il piccolo dei D’Alessandro era in viaggio di nozze con la giovane moglie svizzera, Ciro faceva campagna elettorale per il Partito Comunista nella natia Napoli, mentre Renato era a New York per un’importantissima mostra. Come si scoprì in seguito, a causa della classica sigaretta accesa caduta dalle labbra di un fumatore o fumatrice addormentato si sviluppò un velocissimo quanto implacabile incendio che divorò l’intera casa con i tre corpi immersi nel sonno.

Al funerale si presentarono imprevedibilmente diverse centinaia di persone. Smentendo malinconicamente i pregiudizi che avevano accompagnato i primi anni di presenza per il paese di quelle tre figure, un po’ folli, fuori dai binari sociali e proprio perciò formanti una strana e affascinante provocazione.

Al ritorno dal viaggio, Vittorio si precipitò in paese per portare tre mazzi di rose rosso fuoco davanti all’unica tomba che recasse tre nomi di persone non legate da parentela.

 

 

 

 

FINE DEL PRIMO VOLUME

 

 

 

 

 

 

 

 

 

166 figli della fortuna

167 sdraiandosi

168 Siamo casti e digiuni – non ci tagliare il pene – Ti compriamo anche la luna – ma lasciaci i testicoli

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