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Jakob Wiesengrund era l’unico non siciliano della squadra „6 con“ (sei vogatori + timoniere). Per di più era straniero, ebreo e tedesco.

La xenofobia nel 1931 non poteva dirsi moneta corrente nell’Italia che si affacciava al secondo decennio dell’Era Fascista – com’era obbligo d’indicare le date, oltre al calendario gregoriano.

I tedeschi se non erano proprio fratelli per gli italiani, si trovavano pur sempre a essere meno odiati di austriaci e britannici. Di costoro, probabilmente, s’invidiava l’impero coloniale più vasto al mondo, la potenza militare ed economica, la patria della rivoluzione industriale; magari anche l’undertatement del classico British citizen che si gusta alle cinque postmeridiane il proprio thè anche in mezzo al deserto o sotto il tiro nemico in trincea.

Quanto agli ebrei, l’antisemitismo era assai più nelle corde tradizionali di Germania, Austria e Francia che in quelle italiche. Gli “israeliti”, come venivano indicati da stampa e documenti ufficiali, erano sostanzialmente integrati; e all’aggettivo si poteva aggiungere l’avverbio bene.

Jakob era un ragazzone allampanato, muscoloso ma incapace di concepire alcuno scontro violento – fosse per scherzo e ancor meno sul serio.

Non brillante negli studi si era rassegnato a dare una mano nel grande negozio torrefazione/pasticceria, la cui enorme insegna luminosa

Wiesengrund

 troneggiava in pieno viale della Libertà, all’inizio del tratto precedente il teatro Politeama, fra banche, agenzie di viaggi ed eleganti negozi di moda parigina e londinese.

La famiglia se la cavava benissimo da ormai tredici anni. Da quando, cioè, il padre era rientrato dalla Grande Guerra con il grado di maggiore della Reichswehr, Croce di Ferro di 2^ classe e addirittura di 1^. Eppure era stato oggetto nella natia Stoccarda di non pochi insulti da parte di tedeschi che imputavano a un fantomatico “complotto giudaico-internazionale” la “pugnalata alle spalle”, come chiamavano l’insieme di avvenimenti che comprendevano: la disfatta del novembre 1918, le imperiali “dimissioni” del Kaiser Guglielmo II, la rivoluzione berlinese e quella monacense con i comunisti sovietisti che scorazzavano lungo l’ex Secondo Reich. Tutto ciò era, nell’immaginario della destra, responsabilità di rossi, anarchici, intellettuali radicali e sporchi giudei.

Quando poi un gruppone di una ventina di veterani del ‘14, riuniti in un Freikorp, scorazzò in lungo e in largo per il quartiere ebraico di Stoccarda, spaccando vetrine e aggredendo la gente per strada, bruciando qualche automobile e due furgoni per le consegne proprietà di negozianti dal chiaro nome israelitico, senza che la polizia sveva facesse nulla, allora tutto si decise. Oskar Wiesengrund con Esther e i tre figli, Julia, Jakob e Rachel decisero nel giro di due mesi di organizzare l’espatrio.

L’Italia era al primo posto tra i Paesi candidati ideali: a Firenze, Roma e Palermo abitavano infatti, dalla fine dell’800, alcuni zii e cugini, tanto di Oskar che di Esther. Palermo fu scelta sia per il clima accogliente, le temperature piacevolmente calde in estate con inverni temperati, sia per la gentilezza della famiglia Menuhin, gli zii di Esther.

Fu così che dal gennaio ‘19 venne aperta la ditta identica a quella tedesca: del negozio si riuscì perfino a trasportare i mobili meno ingombranti e l’insegna al neon.

Subito dopo le prime festività di Natale e Capodanno in epoca di pace sbarcarono in viale della Libertà – con gli ampi locali appositamente aquistati per procura da uno dei due zii della signora Wiesengrund – ben tre camion provenienti dal porto. Avevano viaggiato da Stoccarda a Genova per poi essere caricati sul piroscafo della linea che univa i capoluoghi ligure e siciliano.

Per un’intera giornata, dall’alba al tramonto, una decina di persone si diede da fare tra  spostamenti merci, installazioni, luci, decorazioni, banconi di merce. Decine e decine di persone s’attardarono a curiosare e commentare quello spettacolo grandioso mai visto prima in tali dimensioni.

Era la potenza delle famiglie Wiesengrund e Menuhin dispiegata con novello entusiasmo e speranza in terra straniera. Era la mentalità imprenditoriale capace, manco il tempo di sbarcare in quella sconosciuta e fascinosa porzione d’Arabia Felix, d’innaffiare subito il terreno urbano con le meravigliose miscele di caffè esotici e la squisitezza di cioccolate mitteleuropee, servite da madre e sorella abbigliate alla sveva, sorriso a 36 carati, contagiosa allegria da commercianti felicemente apolidi.

L’indomani il negozio era già aperto occupando ben quattro vetrine e corrispondenti numeri civici. L’intera famiglia schierata al completo e tre commesse procurate sempre dallo zio Jehudah che si trovava a gestire la strategica cassa.

Dopo qualche mese i quattrini che piovevano sotto forma di Reichsmark nella natia Stoccarda ripiovvero come Lire italiane anche nella meridionalissima Palermo. La tradizione cosmopolita di una Panormus popolata da genti arabe e normanne, spagnole e francesi, che ospitava almeno dal Settecento turisti e residenti di mezza Europa, venne arricchita da questi nuovi abili commercianti e pasticcieri svevi. Che fossero ebrei, tedeschi, dunque stranieri, non ci fece caso quasi nessuno. Se non per poter lodare qualità dei prodotti, cortesia e prezzi interessanti.

Quanto alla lingua bisogna dire che se la cavarono in fretta. I primi mesi durante il giorno i familiari “al fronte”, cioè al bancone, affiancavano ciascuno una venditrice che insegnava loro i termini più correnti in quel mix di abilità manuale, senso degli affari e pubbliche relazioni che li portò da subito a troneggiare nel vasto negozio, ammaestrando i clienti come animali da circo, illudendoli che i padroni fossero loro. <<Il cliente ha sempre ragione>> fu infatti la prima frase che i Wiesengrund/Menuhin impararono a pronunciare impeccabilmente in italiano.

Quindi, le sere dei primi cinque o sei mesi la contabilità veniva affidata al sempre presente zio Jehudah; in modo che i cinque effettivi proprietari potessero dedicarsi con germanica precisione allo studio della lingua italica. L’anno successivo qualcuno di loro era già in grado di spiccicare termini in palermitano senza suscitare ilarità; semmai ammirazione per l’ottima volontà d’ambientarsi al meglio.

 

Il giovane Jakob, tre anni più di Vittorio, colpiva per il contrasto fra la stazza (la bellezza di 192 cm. per 110 chili di muscoli senza un filo di grasso) e l’estrema bontà di modi e umanità nei rapporti con chiunque avesse a che fare. Si accollava scherzi di vario genere e colossali bevute con i più scafati del gruppo; se c’era da andare a mignotte o passare a fumare e bere un’intera nottata il buon Jakob mai si tirò indietro.

Con Vittorio i punti in comune e gli interessi da condividere tendevano matematicamente allo zero. Eppure non mancava a volte di unirsi al gruppo dei D’Alessandro e dei Baldi, con relative ragazze, fidanzate ufficiali o “concubine” di una settimana o due – come le chiamava il furbo Pepito, ricevendo regolarmente un calcio negli stinchi dall’amata Giulia, sorta di femminista ante litteram.

Quanto al figlio intermedio dei negozianti di Stoccarda, fu lesto a trovarsi una connazionale e correligionaria. Costei rispondeva al nome di Ruth Silberstein, grassottella e paffuta in viso, due guance rossicce di chi beve vino a volontà o conduce esistenza gioiosamente golosa. Di Jakob possedeva quasi la medesima spensieratezza e bontà, un vivere un po’ ingenuo, incapace di cattivi pensieri e pessime azioni. La famiglia viveva a Palermo da ormai due generazioni provenendo dalla Galizia austro-ungarica.

Una sera del 1932 si erano incontrati in un caffè del centro Vittorio ed Eleonora, Pepito e Giulia assieme a Jakob e alle due sorelle. Ruth era impegnata con una cena di famiglia in onore di una cugina della madre in partenza per gli Stati Uniti assieme alla famiglia.

Da quel viaggio si accese una discussione che appena un anno dopo, per non parlare nella primavera 1945, sarebbe stata ricordata più volte da Vittorio e Pepito con un misto di nostalgia e sottili punture di orrore.

Una volta seduti tutti e sette al tavolo di un bel caffè in stile ottocentesco, sito in una traversa di viale Libertà, il piccolo dei D’Alessandro chiese ai fratelli Wiesengrund il motivo di un viaggio così lontano per i loro parenti e se sarebbero tornati. Per rendere la comunicazione semplice tutti parlavano in francese, lingua che fino agli anni Trenta restava grossomodo il passaporto linguistico più praticato in Europa. S’intende, prima dell’avvento di cinema americano e TV, cultura di massa e rock’n’roll.

<<Sai come si chiamano i nostri zii di secondo grado? Joachim Beckstein e Loth Grossman. Pensi che con nomi e cognomi simili si abbia vita tranquilla nella Germania del 1932 dopo Cristo?>>.

Si poneva in un modo quasi aggressivo che Vittorio non gli conosceva affatto.

<<Scusa la curiosità, non volevo farmi i fatti vostri>>. Si scusò imbarazzato.

Alchè il ragazzo di Stoccarda si calmò replicando:

<<Ma no, caro amico. Il punto è un altro: ed è che non avete idea di cosa voglia dire vivere su un … come posso dire? … sul limite di un incubo, alla fine che temete da un momento all’altro … si, la fine della sicurezza per voi e per tutti>>.

<<Scusami, Jakob, ma non credo di aver capito>>.

Ovviamente non era un limite di comprensione in Vittorio, quanto di comunicazione nel ragazzo tedesco che faticava a esprimersi in francese. Era sicuro che solo in tedesco avrebbe, forse, potuto rendere almeno in parte le sensazioni che un ebreo doveva vivere in Germania a un anno dall’ascesa al potere di Hitler.

<<Fra due o tre anni sentirete parlare, tutto il mondo sentirà parlare di un ometto che somiglia a … sapete a chi? A Charlot>>

<<Coooosa? E sarebbe un politico o un industriale o cosa?>>, chiesero quasi in coro i palermitani. Eleonora invece era già abbastanza informata grazie al padre.

<<Guardate che c’è poco da ridere. Prima o poi questo Hitler andrà al potere, e poi vedrete che risate>>

<<Non sono d’accordo>>, replicò Vittorio. <<Stai esagerando. Ho visto un cinegiornale Luce l’altro giorno al cinema, dove davano un musical carino ma … insomma, ero con le mie sorelle. Fosse per me non ci sarei andato e…>>

<<Allora, perché starei esagerando? Sentiamo; e lascia perdere i musical e Broadway>>, osservò piccata la giovane Baldi. Ogni tanto il suo amato si perdeva in più interessi e discorsi contemporaneamente che finivano per intrecciarsi e stritolarlo.

<<Si, si, va bene, ma non ti scaldare>>, le rispose con un pizzico di stizza. <<Dicevo che al cinegiornale Luce si è visto questo ridicolo esaltato pazzo sbraitare in modo degno … di un manicomio, ecco. Sembrava uno scappato da un reparto di urgenze psichiatriche. E dovremmo sentir parlare di lui fra un paio d’anni? e non dovremmo riderci sopra?>>. Guardava dritto negli occhi a turno un po’ Eleonora, un po’ Jakob.

<<Non vi rendete conto, non conoscete quasi nulla del nostro paese>>, intervenne con convinzione ma pacatamente Julia Wiesengrund. <<Quest’uomo è passato dai primi quattro imbecilli e residuati di trincea dieci anni fa, a un ridicolo colpo di Stato, poi nove mesi appena di galera, contatti con industriali, alleanze con i gruppi come i Freikorps e gli Stahlhelm, cioè i “Corpi franchi” e gli “Elmetti d’acciaio” veterani delle trincee e dei gas che non si riescono a inserire più in società dall’autunno 1918, sbandati e mezzi delinquenti. Sono quelli che hanno assassinato nel gennaio ‘919 Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht>>

I ragazzi palermitani si guardarono senza capire, a differenza di Vittorio ed Eleonora che sapevano bene di chi stesse parlando la sorella maggiore di Jakob.

<<Erano i capi della sinistra socialista diventata partito comunista. Li hanno ammazzati la soldataglia e alcuni ufficiali di estrema destra. Di lei è stato ripescato il corpo dalla Sprea solo in primavera, una volta sciolte le acque ghiacciate. Personaggio eccezionale, ebrea e polacca, emigrata in Svizzera e poi nel Reich tedesco, guida nata di partito, scrittrice di articoli e saggi, formatasi come economista, parlava e scriveva in quattro o cinque lingue, >>.

Il quadro tracciato da Vittorio suscitò un sorriso ammirato nella sua ragazza.

<<Minchia, fratuzzu beddu, e comu i sai sti cosi?100>>

<<Perché i giornali non si leggono, forse?>>

<<Certo che si. Solo che allora avevi sei anni>>, e scoppiò in una risata che a Vittorio diede notevole fastidio.

<<E chi ci ridi, minchiazza fitusa?101>>

Semplicemente non poteva sopportare nessuno dei tre fratelli prenderlo anche solo vagamente in giro per un’ipotetica differenza di cultura o forza fisica, intelligenza o semplice lettura di quotidiani.

<<E basta. Che finisce a zuffa adesso?>>, li rimproverò Giulia, particolarmente inviperita con il suo zito 102.

<<Dicevi, cara Julia? La tua spiegazione è molto interessante per noi che ne sappiamo ben poco, come puoi vedere>>, disse Eleonora indirizzando uno sguardo cattivo verso Pepito.

<<Insomma attorno a quest’ometto ridicolo e pazzo … eppure, si sta raccogliendo il peggio della ricchezza e del potere germanici. Sapete? La finanza, gli Junker che sono vecchi aristocratici grandi proprietari terrieri, industriali come Krupp von Bohlen o von Tyssen, farmaceutici e metallurgia. Così sono a posto coi sindacati che una volta sciolti non daranno più fastidio ai grossi Konzerne, i gruppi industriali associati fra loro per dominare i mercati>>, spiegò Julia con sguardo serio.

<<Blà, blà, blà …>>, mugolò sfotticchiante Vittorio, accompagnato da un ridanciano Pepito. <<Ma cosa credi? La Germania ha il più nutrito gruppo parlamentare di stampo marxista in Europa, il partito più potente, il sindacato più forte mica per niente. Non permetteranno mai una cosa simile. E poi i comunisti di Thälmann…>>

<<Scusa ma il Blà, blà, blà è il tuo.>>, gli rispose a muso duro la stessa Julia. <<Anzitutto il tuo caro Ernst Thälmann non si è mai deciso a fare la rivoluzione: come invece hanno provato a fare gli operai e i soldati a Monaco e a Berlino nel ’19. L’insurrezione di Amburgo del ’23 va a suo onore; ma nel ’28 era alla testa di 100.000 manifestanti e avrebbero potuto fare molto di più anziché “un discorso ai giovani”>>

<<Eppoi >> intervenne Rachel <<con il Fronte unico, con il quale coinvolge anche i contadini, nel ’30 arriva a 4.500.000 di voti; mentre quest’anno i risultati sono stati questi. Aprite le orecchie. 19.300.000 voti al feldmaresciallo Hindenburg, 3.700.000 a Thälmann e…>> e in silenzio attese la domanda che già prevedeva.

Finalmente intervenne Eleonora:

<<Capisco, il buffone con i baffetti, e lo dico a voi Pepito e Ruggero che lo sottovalutate colpevolmente, beh, sapete quanti voti ha preso? Eh?>>

I due fratelli D’Alessandro non aprirono bocca non essendo così bene informati come le sorelle Wiesengrund e la figlia dei Baldi.

<<13.400.000, va bene? ripeto ….>> e ripetè altre due volte l’ingente quantità di apprezzamenti elettorali guadagnati da Hitler.

<<Adesso>>, riprese a parlare Julia in un trio femminile in cui ognuna delle componenti sembrava darsi abilmente il cambio con ciascun’altra. <<Quanto credete che possa durare politicamente il vecchio soldato? Ha già 84 anni, quindi parliamo anche in senso anagrafico. E chi diavolo credete prenderà il posto di Hindenburg fra qualche mese, massimo un anno o due? Herr Adolf Hitler di Braunau, Austria>>

<<Ah, e non è manco tedesco …>>, sorrise Pepito.

<<Perciò i nostri parenti scappano negli Stati Uniti e noi siamo qui da tredici anni. Se vi disturbaste a leggere il Mein Kampf capireste la fine già prevista per ebrei e slavi e comunisti e anarchici>>

<<E che diavolo è il come diavolo si chiama là?>>, chiese Giulia.

<<Il libro di Hitler è disponibile anche in edizione italiana, dalla Bompiani >>, spiegò Julia.

<<E anche tu sapevi queste cose?>>, chiese perplesso Vittorio ad Eleonora.

<<Non è colpa mia se mio padre non mi considera una donnetta di casa ignorante ma una figlia piena d’interessi e quindi da stimolare spesso>>, rispose lei con un sorriso di quelli ai quali Vittorio non sapeva mai se rispondere coprendola di sculacciate o di baci.

<<Non potreste mai capire cosa vuol dire non potere>>, disse Jakob.

<<Non potere cosa?>>, chiese incuriosita Giulia.

<<Non poter lavorare, andare a scuola, all’università, tenere una donna di servizio non ebrea, gestire un negozio, fare il medico, il notaio, l’avvocato, l’architetto, l’ingegnere, il perito di ogni settore tecnico, il capo officina, il manovale specializzato, il capo cantiere, il capo reparto, la segretaria di direzione, il traduttore, l’interprete ufficiale, il funzionario statale o federale o di provincia o comunale, dover ritirare i figli da asilo e scuola e università, non poter guidare l’automobile, andare in una palestra e piscina o altro impianto sportivo se non esclusivamente per ebrei, non poter lavorare nell’esercito, o guidare un aereo o una nave, ecc…>>.

Jakob era rosso, con gli occhi commossi e stanco per lo sforzo di memoria e l’esprimersi per di più in francese.

<<Mio fratello ha perfettamente riassunto quello che ha letto in un opuscolo nazista sulle misure che verranno adottate appena andranno al potere>>, disse Julia accalorandosi.

<<Mah, allora sono solo progetti di quattro esaltati, dai>>, intervenne Giulia, seppur timidamente.

<<Certo: peccato però che tale opuscolo sia stato distribuito in due milioni di esemplari. Va bene? due milioni, Cristo santo. Svegliatevi. Noi di sicuro lo abbiamo già fatto. Ma ci sono ancora 550.000 nostri correligionari rimasti in Germania e spero tanto riescano a scappare come noi e i nostri zii di secondo grado in partenza per l’America>>

A quel punto nessuno dei palermitani ebbe più il coraggio di aggiungere parola. Nell’aria di quella sera, umida di caldo africano galleggiava un odore che evocava paura e ingiustizia, odio razziale e violenza peggiore di quella di strada: giacché si preannunciava come violenza di Stato in un futuro affatto lontano.

Dieci anni più tardi sarebbe seguita l’infausta decisione dei Wiesengrund di trasferirsi nel 1941 a Roma, accettando l’offerta di un lontano cugino, tanto privo di senso degli affari, quando di fiuto politico e geografico: dalla Sicilia fu infatti assente qualsiasi forma di persecuzione antisemita. Per poi essere liberata già nel luglio 1943.

Con un beffardo “senno di poi”, dunque, si sarebbero salvati tutti e senza grandi difficoltà. Invece, insieme l’intera famiglia Wiesengrund e quasi tutti i Sielberstein sarebbero spariti nell’ottobre ’43 con la razzia del ghetto di Roma. Dalle destinazioni di Auschwitz, Treblinka e Majdanek, su ventitre persone ne sarebbero tornate vive solo due. La zia, moglie di Jehudah, deceduta nel ’52; e la sorella maggiore di Jakob, Rachel, trasferitasi subito in California dove avrebbe lavorato come sceneggiatrice a Hollywood, morendo a 98 anni nel 2006, lasciando sei figli, tredici nipoti, quindici pronipoti.

Quando Ruggero e Pepito seppero con certezza della morte di Jakob, nell’ottobre 1946, al rientro di Rachel dai campi dell’Est, per un intera giornata entrambi non dissero una sola parola. Il modo migliore per ricordare un particolarissimo, affettuoso amico dell’epoca migliore della loro vita.

 

100 Minchia, fratellino bello, e come le sai questo cose?

101 Ma cosa ti ridi, minchia sporca?

102 fidanzato – nell’uso popolare siculo