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La nascita della “Biblioteca filosofica di Palermo” coincide con l’esplodere della cultura e dell’estetica della Belle Epoque fra Vienna e Parigi, Berlino e Roma.

La capitale dell’isola vive un periodo d’oro, fra commerci a gonfie vele e la citata famiglia dei Florio – borghesi/aristocratici con mille interessi finanziari, amici di mezza nobiltà europea e di teste coronate come la ricordata coppia imperiale germanica –, l’ampliarsi della città a nord e la costruzione quasi frenetica di villini e palazzi in perfetto stile “floreale” (o Art Nouveau, Liberty, Jugendstil a seconda della declinazione francese, inglese o austro-tedesca).

Dopo essere stata ospitata nella centralissima via Archimede 21, in un appartamento proprietà del fondatore della Biblioteca, Amato Pojero, venne poi trasferita in via Crispi; infine, dal 1926, in una sala di Palazzo Reale.

Fu qui che s’incontrarono per tutto l’anno scolastico 1931/32 Garin e i tre o quattro ragazzi che lo seguivano con il maggior interesse. Si pensi che all’interno della creatura di Pojero, buon amico del docente reatino, si costituirono via via nel corso degli anni diversi circoli: dalle scienze religiose all’economia, dal diritto alla sociologia e alla psicologia.

Il docente era già in contatto con diverse scuole di pensiero europeo, interessandosi all’esistenzialismo di Heidegger e alla fenomenologia di Husserl, dalle ricerche di filosofia delle scienze del Circolo di Vienna (Carnap, Schlick, Frege e altri) fino all’intelletto geniale di Wittgenstein ormai ambientatosi a Cambridge, fra Russell e altre menti eccelse (dove fece definitivo ritorno nel ’29).

La fame di conoscenze filosofiche, storiche, letterarie, artistiche di Eugenio Garin era tanto contagiosa, quanto profonda e onnivora. Soprattutto Vittorio venne massimamente indotto ad approfondire ben al di là del programma di quinta liceo scientifico; pur considerando l’immane lavoro da svolgere per la maturità ormai imminente.

Fra i numi tutelari del giovanissimo professore del “Cannizzaro” c’era lo storico dell’arte, bibliomane, erudito e critico d’arte e altro ancora, il tedesco Aby Warburg. Figura assolutamente eterodossa, con tratti di eccentricità, potè permettersi di non lavore mai grazie alle fortune familiari – il padre era un ricco banchiere ebreo di Amburgo.

Addottoratosi a 27 anni nel 1893 in storia dell’arte, proseguì con un anno accademico a psicologia; per poi viaggiare a lungo in tutto il continente americano, fra Canada e Argentina, mentre trovava il tempo di sposarsi e pubblicare diverse monografie di storia dell’arte.

Purtroppo si trovò a subire alcuni ricoveri in sanatorio a causa d’instabilità psichica. La svolta fu l’accordo trovato con il fratello minore che gli permise l’esclusiva nella gestione della banca di famiglia, ricevendo in cambio quello che per lui era un tesoro autentico (disinteressandosi del tutto di oro e banconote): una biblioteca e una fototeca che arricchì nel corso della vita e che al momento della scomparsa di Warburg ammontava, rispettivamente, a 65.000 volumi e a 80.000 negativi.

La morte lo colse nel 1929, dopo aver collaborato anche con psichiatri del livello di Ludwig Binswanger o filosofi come Ernst Cassirer.

La capacità dello studioso amburghese di spaziare dagli Indiani Hopi alla pittura nella Firenze del Trecento, dallo sviluppo della borghesia rinascimentale europea al paganesimo antico si trasmise a Garin che, a sua volta, riuscì in poche settimane a contaminare Vittorio.

Il diciottenne di corso dei Mille decise, quindi, di presentare per la maturità una tesina su Warburg e il concetto di studi interdisciplinari. Era una tripla novità: il genere di ricerca su uno studioso così fuori dai canoni classici dell’Accademia europea degli anni Trenta; quindi il discorso sulla comunicazione tra diverse discipline; per di più anticipando di una ventina d’anni l’arrivo in Italia di quella cosa che si sarebbe chiamata “scienze umane” – fino a metà anni ’50 ritardate da fascismo e guerra. Anche presentare una dissertatio costituiva un obbligo universitario, non certo un uso liceale. Ma Vittorio s’intestardì, malgrado suggerimenti di lasciar perdere, sia dai genitori che da alcuni insegnanti.

Con Garin s’incontrarono non meno di una ventina di pomeriggi, fra gennaio e giugno per discutere proprio al Circolo filosofico della Biblioteca Filosofica di Palazzo Reale. Il ragazzo imparò non poche preziose realtà della ricerca: come muoversi soprattutto quando il materiale, lungi dallo scarseggiare, abbonda rischiando di creare confusione nel ricercatore; saper impostare una bibliografia né troppo estesa né troppo risicata; calibrare la parte analitica con quella critica; concepire la scrittura come comunicazione con il lettore che non è un erudito rinascimentale né un deficiente da istituto psichiatrico ma una normale e sana via di mezzo.

La riscrittura di quasi ogni capitolo comportava ricerche, discussioni, scritture, fonti, giustificazioni delle opzioni bibliografiche (Garin pretendeva da Vittorio che spiegasse la scelta di ciascun articolo e di ogni volume citato).

Quanto allo stile si arrivò alla riscrittura del quarto capitolo, l’ultimo, la bellezza di dodici volte. In due occasioni il ragazzo ebbe la sensazione di perdere il senno e l’autocontrollo. Quando raccontò allo stesso Garin, alla fine degli esami, di essere stato tentato entrambe le volte di strozzare il proprio maestro riuscì a farlo ridere di cuore come mai era capitato prima. Il ventiduenne era infatti persona non semplice. Dotato di una gentilezza quasi cinese verso anziani e signore, cordiale con i ragazzini e i bambini trattandoli da piccoli uomini e donne, anziché da detentori di 10/15 neuroni (come è d’uso fra adulti), sul piano dello studio, lezioni, lettura, ricerca, andar per archivi e biblioteche si addobbava di un’invisibile veste intessuta ben più che nella serietà: era questione di vero e proprio ascetismo, testimoniato da voce bassa e cura maniacale nel trattare i materiali d’archivi. E più erano ameni, polverosi e scomodi per muovercisi, ricchi di corridoietti e luci basse, maggiore era la felicità provata da quel giovane assolutamente unico nel vivere la passione per la cultura come dimensione assoluta del proprio essere al mondo.

Caratteri che non gl’impedirono di certo di vivere una felice esistenza familiare con moglie e figli; come di dimostrarsi amico fraterno e generoso. Testimoniandolo con Vittorio subito dopo la maturità, quando cominciarono a darsi del tu, a uscire la sera con amici comuni, a scambiarsi volumi e riviste con frequenza vorticosa e felice.