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Fra giornate di lezioni, studio solitario e con la sorella Irene per  la matematica (il latino ormai andava bene), incontri alla “Biblioteca Filosofica” con Garin, allenamenti di canottaggio, nel periodo aprile-luglio Vittorio riuscì a vedere Eleonora solo il sabato e la domenica.

Del resto nemmeno lei scherzava come carico di lavoro: preparava una tesina dedicata alla poesia di Catullo nella letteratura italiana fra ‘500 e ‘800, tema davvero impegnativo, scelto dal docente d’italiano che era veramente entusiasta della ragazza. Tanto da aver già preparato il dossier di candidatura nientemeno che alla “Scuola Normale Superiore” di Pisa, la più prestigiosa università italiana e fra le migliori in Europa, discendente diretta del modello parigino fondato da Napoleone ai primi ‘800, l’École Normale Supérieure, poi moltiplicata anche a Lione e in altre città.

La tensione era spesso palpabile in entrambi i ragazzi. Fortuna volle che non fosse mai contemporanea in modo da potersi dare il cambio l’uno a tranquillizzare l’altra o viceversa.

Eleonora si sentiva poco sicura all’orale e molto più cosciente di sé e della preparazione per gli scritti. Del resto la montagna di concetti, date, nomi, collegamenti, numeri, temi, argomenti filosofici, traduzioni e testi di letteratura, in francese o inglese, latino, greco (non per Vittorio) era davvero una sorta di Everest per ogni materia. Dunque, una teoria di sette, otto vette da scalare con la mente al meglio dell’allenamento, freschezza e memoria, prontezza di reazione all’orale e lucidità allo scritto.

La tortura durò esattamente 27 giorni, fra il primo con lo scritto d’italiano fino alla pubblicazione dei risultati. Vero è che il principio del rilassamento subentrò con l’ultima interrogazione. Ma l’ansia del risultato finale e dei voti nelle singole prove conservò la coppia in tensione fino all’ultimo. Per Eleonora la preoccupazione fu doppia, nel senso che doveva sperare di arrivare ad una media dell’otto, se non del nove, per sostenere esame scritto e colloquio in settembre a Pisa.

Un lunedì della seconda decade di luglio si materializzò in una fornace emersa sadicamente dal cuore della Terra. Il Paradiso era stato abolito e l’Inferno si trovava sulla testa dei trecentomila palermitani. Come se l’universo terracqueo si fosse ridotto a quella città e ai dintorni, al massimo all’isola tutta. Dominava la sensazione di essere tagliati fuori dalla civiltà del fresco e delle temperature umane; un mondo fatto di passeggiate da poter fare senza il rischio di squagliarsi sul marciapiede come gelati di un metro e settanta; i polmoni che non rischiavano di consumarsi per combustione improvvisa; la pelle asciutta e non perennemente zuppa come le enormi foglie della foresta amazzonica impregnate di acque dalle mille provenienze. Invece, tutto ciò quel mattino, e da ormai una settimana, sembrava essere stato gettato in un vecchio armadio celato agli occhi di chiunque in un angolo buio d’una soffitta irraggiungibile.

Le spiagge erano gremite all’inverosimile, mentre i cavalli delle carrozze penavano i vapori che emergevano mefitici dall’asfalto. Le strade ricordavano un’infinita piastra di una cucina per cucinare autobus e passanti, moto e biciclette. Non si contarono i pneumatici rovinati o esplosi durante le lunghe soste al sole in parcheggi custoditi da Caronte con cappellino e fischietto a segnare ore e tariffe.

Al liceo durante gli esami per lo più si era stati bene grazie a un giugno di piogge intense, leggere ma costanti, con cielo chiuso a saracinesca. Ma esattamente con il primo di luglio iniziò la tregenda africana.

Fortunatamente fra il 29 e il 30 entrambi i ragazzi avevano finito. Eleonora dopo una dozzina d’ore si alzò per mangiare due piatti di pasta e un’enorme porzione di pesce; non aveva mangiato quasi più nulla negli ultimi tre giorni. Quindi, si precipitò in bagno a vomitare tutto il pranzo, o cena o chissà quale pasto fosse mai stato, essendo le quattro del pomeriggio. Dopodichè, con un sorriso inebetito salutò madre e fratello – ancora impegnato fino a metà mese con la sua maturità – e dormì nuovamente fino al mattino successivo.

Vittorio, invece, scappò ad allenarsi tutto il pomeriggio, come non faceva da oltre un mese. Stravolto, cenò al circolo per poi appisolarsi <<giusto una mezz’ora>> nell’elegante salone. Invece, il sommarsi della stanchezza epica maturata in quelle settimane folli, la comodità seducente del divano e il silenzio perfetto degno d’una sala da concerto lo accolsero come una perla stravolta di fatica in una conchiglia di velluto infinito. Finì con il risvegliarsi l’indomani, giusto in tempo per fare una colazione pantagruelica. Gli venne offerta dal timoniere, particolarmente soddisfatto dell’immediato rientro all’ovile del maturando.

Dunque, il mattino dell’apparizione evangelica dei risultati, Eleonora e Vittorio, sudati fradici già alle otto del mattino, tenendosi per mano, estremità mutate in scivolosissime pinne da pesce, salirono con il cuore letteralmente in gola le ripide scale del liceo. Per loro fortuna ed eccezionalmente gli esami si erano tenuti al “Cannizzaro” anche per i maturandi di altri due licei cittadini, compreso quello di Eleonora. Così avevano potuto nel giro di tre settimane consumare insieme qualche chilometro di corridoi freschi e sporgersi mano manina ai grandi finestroni affacciati sulla benedetta pioggia di giugno.

I compagni che quella mattina incontravano sul cammino e li avevano preceduti di poco, dunque già a conoscenza dei risultati, li volevano abbracciare e congratulare; ma la coppia non volle saperne e sfuggì come un’enorme anguilla in cerca della preda costituita dai maledetti elenchi ove si trovavano vergati i nomi dei gloriosi, dei graziati per un soffio e di quelli condannati alla dannazione imperitura di famiglie e parentadi.

Quindi, si trovarono davanti a una decina di bacheche senza nemmeno l’usuale vetro di copertura – tale era stata la fretta degli impiegati della segreteria nel voler comunicare amorevolmente condanne, premi e condoni ai circa ottanta studenti candidati alla maturità dell’anno scolastico 1931/32 X/XI E. F..

Vittorio fu mandato avanti da un’Eleonora presa all’improvviso da crampi allo stomaco e da lui cautamente depositata su una poltrona. Questa si trovava miracolosamente a portata di mano, forse tirata fuori con spirito cristiano pensando a qualche disperato/-a presi da svenimento di paura, o magari di gioia.

L’elenco della classe venne subito trovato con le colonne maligne delle rispettive materie e i voti perfettamente visibili a inchiostro, nero bello grassoccio. Chissà cosa aveva sperato D’Alessandro: forse una nebbia degna della Manica dove potersi rifugiare in attesa della remota Britannia ove sopravvivere per un lunghissimo esilio di espiazione.

Armandosi di coraggio ma rinviando il momento clou preferì anzitutto spulciare i risultati di Eleonora che in quei momenti sembrava essere trasfigurata in una dimensione di trance psico-religiosa. La media era esattamente quella del 9,3 con un giudizio complessivo della commissione che consigliava un’università di assoluto prestigio, mentre non si pronunciava per studi umanistici o scientifici, giudicandola capace di entrambi indifferentemente.

Il ragazzo schizzò come una freccia di Sioux alla poltrona di lei e sussurrò quanto aveva appena letto all’orecchio morbidamente sudato, con lobo adornato d’un piccolo orecchino deliziosamente intarsiato. Regalo recente proprio dell’innamorato, adesso lì ai suoi piedi.

La ragazza prima aprì gli occhi, lo guardò a lungo per poi dargli un bacio profondissimo, di sensualità parigina. In teoria scandaloso assai in quei locali e a quell’ora così frequentata da decine di altri esaltati loro pari. Ma sembrava che nessuno ci facesse particolarmente caso.

Quindi scoppiò a piangere, lamentandosi della distanza fra loro a partire da ottobre. Vittorio sorrise di gioia; gli venne quasi da ridere ricordandole che l’esame per Pisa era fissato da lì a due mesi. Ma Eleonora non lo sentiva nemmeno, il corpo morbido scosso da singhiozzi e sospiri. Gli ricordò la prima volta in cui avevano fatto l’amore a Stresa, l’anno precedente, con un’incoscienza incastonata in un piacere ai limiti dell’infinito.

Quella mattina fu una delle pochissime volte in cui, avendola fra le braccia, quel corpo flessuoso di pelle morbida e ossa sottili non gli provocò alcun desiderio di tenerezza e d’erotismo. Fra il caldo e l’ansia dei suoi risultati la triade riproduttiva e di piacere in mezzo alle gambe era rimpicciolita come se l’attendesse un dolorosissimo esame di laboratorio.

Improvvisamente lei si sollevò seduta rigidamente, si asciugò gli occhi e gli disse che era quasi felice. Stupidamente lui le chiese conto di quel <<quasi>> ma lei lo squadrò con un broncio di una dolcezza intollerabile.

Vittorio allora si alzò in piedi e quasi oscillando si recò da solo faccia a faccia con i SUOI di risultati. Era ora: non avrebbe potuto più guardare negli occhi nessun umano aggirantesi per la terra intera se avesse ritardato ancora quel momento, maledetto o sublime.

I voti e il nome, dopo un’affannosa ricerca durata in realtà una manciata di secondi, vennero scovati al penultimo rigo. Stranamente l’ordine alfabetico non era nemmeno stato rispettato. Per un istante sorrise pensando all’ira che il responsabile della segreteria, il dottor Gratteri, calabrese facile preda d’incazzature memorabili, avrebbe scaricato sui malcapitati collaboratori.

Ed ecco materializzarsi i voti, simili a perline grigiastre da doversi distinguere su un asfalto altrettanto grigiastro e tormentato da una maligna pioggia battente.

 

Italiano 9    Latino 7   Filosofia 10   Storia 10   

Matematica 6   Fisica 9   Geografia astronomica

 Disegno tecnico 6    Educazione ginnica 9  

 Religione 10    Condotta 9

 

Se li scrisse tutti, con mano stranamente fermissima, mentre con l’altra altrettanto stranamente fumava una sigaretta, forse la terza o quarta della sua vita. Gliel’aveva offerta una ragazza di quinta di un’altra sezione che a volte lo aveva omaggiato di un sorriso lungo i corridoi.

Quando ritornò alla poltrona Eleonora prima lo fissò un po’ malamente e gli chiese con un filo di voce:

<<Primo: chi diavolo è quella scema che ti mangiava con gli occhiacchi che si ritrova. Secondo: che diavolo fumi a fare?>>

<<Primo>>, replicò Vittorio finalmente sereno, <<sarà la terza o quarta che fumo in tutta la mia vita. Lasciami un momento sfogare. L’avrei volentieri sostituita con un whisky ma non so tu, io non ne vedo nel raggio di un chilometro.

Secondo: una compagna d’istituto che conosco appena e non so manco come si chiama.

Terzo: ce l’ho fatta meglio del previsto.

Quarto (ma in realtà) primo….>>

<<Quarto/primo cosa?>>

<<IO TI AMO>> e le schioccò il secondo sensualissimo bacio in pubblico di quella mattinata fuori dalle righe. Per quel giorno potevano dirsi ampiamente soddisfatti da ogni profilo: fisico, epiteliale, mentale, inconscio, amoroso.

Eleonora lo abbracciò ridacchiando e piangendo e mormorando parole scoordinate tipo

<<ti amoooo … mai come ora … bravissimo … amore mio genietto>>

Uscirono lentamente, come dopo due reciproche operazioni chirurgiche con ferite non ancora ben rimarginate, mano nella mano. E fino all’arrivo a casa Baldi non ebbero più bisogno di parlare, nemmeno di guardarsi. I rumori della città e l’aria pesante d’Africa li cullarono in un benessere che prometteva loro un futuro senza limiti.