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Fra le volute di fumo stagnanti in totale assenza di vento si mise comodamente seduto a duecento metri dall’entrata del bar. Si erano fatte le tre di un pomeriggio di calura stagnante e maligna nel far sudare senza il contrappeso di una vaga frescura. Tempo che si addiceva a quel pomeriggio davvero sgradevole.

Era così che si sentiva il ragazzo, diviso fra l’amicizia prematura e caduta nella trappola di Pastore jr. e il tradimento ormai sfacciatamente chiaro del suddetto spione.

Vittorio pensò che non avrebbe mai potuto diventare un vero fascista visto che il “codice di comportamento del perfetto fascista” lo faceva vomitare: ambiguità, umiliazioni davanti al primo imbecille in divisa e a te superiore, le genuflessioni davanti ad autorità ancor più imbecilli, lo spiare, il tradire, il non avere un pensiero proprio se non previa approvazione dell’autorità. Ma l’autorità che minchia poteva mai saperne di cosa ronzava nella testa vorace di sapere e spesso confusa di un quattordicenne in quell’Italia da ormai sei anni trasformata in unica caserma per oltre trenta milioni di esseri d’ogni età, provenienza sociale e geografica, carattere, esperienza di vita.

Che gran bordello crescere, a parte lo splendore dell’amare e dell’essere amato. E chissà, arrivò anche a pensare un Vittorio all’improvviso pessimista leopardiano, che non fosse anche quello un altro aspetto in grado di procurare confusione e dolore, smarrimento e rimpianti, seppure ancora ben lontani dalla maggiore età e da quella parata d’illusioni ed esaltati furori che chiamavano giovinezza. Tanto da farne perfino l’ode principe del fascismo anni Venti:

<<Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza>>.

Quando suo padre, in un raro momento d’ironico disprezzo per il fascismo gli aveva spiegato che quella famosissima canzone – forse il 78 giri più venduto in quegli ultimi anni in tutto il Paese – era stato in origine scritto per un musical e poi rubato dieci anni dopo dai fasci, Vittorio ebbe il primo moto di rifiuto autentico verso quell’Italia oceanica pagliacciata di camicie nere.

Mentre era immerso in quei pensieri che non avrebbe voluto condividere nemmeno con Eleonora vide Michele Pastore che usciva dal caffè, guardandosi intorno in un modo che poteva attirare l’attenzione solo di chi fosse già, per così dire, in uno stato di personale allerta. Infatti i passanti non ci fecero caso; salvo un paio di ragazzini che lo imitarono nel girare nervosamente il collo come un gallinaceo perplesso. Alchè Pastore infastidito tirò un violento calcio nelle palle del più grande che si accasciò sul marciapiede col viso stravolto dal dolore, mentre l’altro, terrorizzato, si diede alla fuga. Perfino Vittorio che si trovava dal lato opposto della strada sentì il compagno di liceo che mandava via a gran voce quei due mariuoli con una cattiveria dipinta sulla faccia che non gli aveva mai visto.

Decise proprio in quel momento di seguirlo, senza nemmeno sapere perché. Vedere chiaro: sentì rimbombare quelle due parole nelle orecchie e basta. Era sufficiente anche per mettersi a seguirlo a piedi fino alla spiaggia di Mondello, a ore e ore di cammino, se fosse stato necessario per…. E già, per fare cosa?

Si tenne a una distanza che giudicò giusta sia per non perderlo di vista che per evitare di essere scoperto.

Camminarono oltre mezz’ora e a un certo punto Vittorio si rese conto che stavano andando verso la casa dei parenti che ospitavano il ragazzo di Alia: per quanto si sapeva una coppia di zii molto affezionati, dei quali Michele parlava spesso con una certa luce negli occhi. L’amico bagherese pensò fosse strano non aver conosciuto quella che era la famiglia palermitana di Pastore; e invece ricordare benissimo i visi dei genitori che restavano ad Alia. Una vita divisa in due, proprio come la sua. Con la differenza che suo padre rimaneva a Bagheria assieme agli altri quattro tra fratelli e sorelle. Un elemento, pensò, che li univa più di quanto non potessero immaginare.

A un tratto si accorse che una persona aspettava qualcuno: e questa persona Vittorio la notò perché si era presentato una volta al liceo qualificandosi come commissario capo della questura cittadina per fare un pistolotto ideologico alla classe (ripetendolo poi in altre classi) sulla necessità di denunciare qualsiasi discorso, o peggio, prova scritta di ostilità al regime. Anche se si trattava del <<vostro migliore amico>>, aggiunse il dirigente sbirro. In quell’istante apparve un alone rossastro sulla cicatrice che si trovava piazzata in bella mostra poco sotto il mento. Seguito da un sorriso da squalo che Vittorio avrebbe ricordato ogni tanto negli anni a venire, come esempio di spietatezza e totale assenza di scrupoli.

E chi traversò velocemente la lunga fiumana di passanti sfoderando un sorriso simile in modo inquietante a quello del commisario capo? Proprio il soggetto che occupava inaspettatamente quel morbido pomeriggio nella vita di Vittorio D’Alessandro, che avrebbe preferito volentieri trovarsi fra le braccia di Eleonora invece di giocare agli agenti segreti da quattro soldi.

Michele e il commissario capo con la cicatrice parlottarono fitto fitto per almeno di dieci minuti, sempre fermi di fronte alla vetrina di un negozio di vestiti da donna. E quando ne uscì il probabile proprietario, elegante, anziano ma ancora in gamba a protestare per quella presenza ingombrante non fu lo sbirro a mostrare il tesserino con fare minaccioso ma il quindicenne a sbattere il vecchietto alla vetrina con le mani schiacciate sul suo collo raggrinzito. Dopo un istante lo lasciò libero e quello si rifugiò di corsa in negozio, pallido come un sacco di farina abbandonato nell’angolo morto di un magazzino.

Quando sembrava avessero finito, dopo due sguardi d’intesa e un gesticolare sintetico con le mani di cui Vittorio non potè comprendere il significato, lo sbirro si allontanò fumando una sigaretta e osservando le belle ragazze che passavano – malgrado fosse perlomeno un cinquantino, per di più parecchio sovrappeso.

Vittorio avrebbe dato chissà quale cifra per sapere cosa si erano detti in quella decina di minuti. E ancor più come fossero rimasti d’accordo. Giacchè, a questo punto, era sicurissimo che la cosa avrebbe avuto un seguito.

Ma, pur sapendo di non possedere arti divinatorie, quella certezza in Vittorio venne distrutta nel giro di pochi secondi, immersi in una delle peggiori scariche di ferocia fra quelle passate e future di una vita intera trascorsa all’ombra di un secolo insanguinato come il XX° e in un luogo feroce chiamato Europa.

Salutatisi con una cordialità da antica amicizia ciascuno prese la direzione opposta a quella dell’altro. Pastore proseguì verso casa degli zii e Vittorio decise senza esitare di seguirlo ancora, lasciando perdere il dirigente della questura.

Mentre stava traversando un tratto completamente vuoto di via Ruggero Settimo, ecco che da una stradina che D’Alessandro non aveva nemmeno notato spuntò una Lancia nera come pece appena sparsa sulla strada. Entrando nella lunga arteria procedette molto lenta, sembrava fosse a motore spento, tirata avanti da chissà quale entità metafisica.

Ma appena Michele fece cenno di traversare la larga strada del tutto sgombra di auto e passanti, carretti e moto e bici, perfino di bambini smarriti e ansiosi di tornare all’ombra delle sottane materne, l’auto dal colore funereo d’un colpo prese una rincorsa folle. E cominciò a volare come mai si era visto in quella Palermo ancora ingenua in fatto di automobili, da poco proiettata in quell’epoca d’incomprensibile modernità, eppure ancora immersa nelle modeste carrozze ottocentesche, attorniate al massimo da discreti velocipedi.

Sotto l’indecifrabile mezzo di trasporto, sintesi inquietante fra antichità e modernità si ritrovò il povero Michele Pastore, preso in pieno con la testa per aria sorridendo a chissà quale pensiero da ragazzo, forse più incosciente che cattivo, meno perfido che ubriaco di scalata sociale. In quell’Italia dove s’incoraggiava sordidamente la spia, il traditore, l’informatore. Tutto quel lercio sottomondo, indispensabile all’erigersi di una dittatura provinciale, gentaglia che il popolino continuava a chiamare con sacrosanto disprezzo cascittuna.

Vittorio non seppe mai mettere in ordine le immagini confuse di quell’incidente che man mano gli si accatastarono in testa. Come un proiezionista stanco morto alle prese con lo spezzettarsi di una pellicola in singoli fotogrammi, sparsi per la stanza di lavoro in un infernale confusione senza più alcun senso narrativo.

Si rese conto solo di due cose: la fuga a velocità degna delle Mille miglia; e del tutto staccato dal resto il cadavere di Michele ridotto un ammasso di sangue, arti storti o spezzati, viso di poltiglia e polvere. Venne trascinato per oltre cento metri prima di staccarsi dal paraurti posteriore della Lancia.

Vittorio si mise a correre, senza alcun pensiero, occupato totalmente da un senso di nausea e stordimento. Se ci fosse stato un giaciglio a portata di mano in una stradina lì accanto si sarebbe lasciato cadere per svegliarsi chissà quando, tale era la stanchezza che s’impossessò di lui.

Quando il cadavere si fermò interrompendo la folle corsa tutto si calmò in quella strada vuota, in quel tempo che non era ancora sera ma ormai pomeriggio consumato. In un’atmosfera indefinibile come gettata in un non Tempo, necessariamente non più umano. Eppure Vittorio era lì, aveva assistito a tutto quel qualcosa d’insensato e orribile svoltosi proprio davanti ai suoi occhi.

Giunto a pochi centimetri da quel mucchietto di vesti, capelli e gambe il ragazzo dai capelli rossi si fermò di scatto. Senza più il coraggio di andare avanti ma nemmeno di sedersi sul bordo del marciapiede mangiucchiato da decine di migliaia di passanti negli ultimi decenni.

Vittorio guardava verso i negozi di fronte, saracinesche verdastre o grigio sporco, rigorosamente abbassate, non un’anima viva nel raggio di centinaia di metri.

Quello che fino a pochi secondi prima era stato il suo compagno di classe e un altalenante quasi amico non era in primo piano ma appariva sfocato agli occhi lacrimanti del quattordicenne di Bagheria.

Lui stesso non capiva se era commosso, stanco, sconvolto per la scena. Si sentiva come staccato dal resto di quella città improvvisamente fattasi deserto metropolitano. Tutti spariti in un amen, come per lasciar soli il vivo e il morto, legati dalla stessa età e dalla medesima classe di liceo. Ma senza più potersi parlare: quella discussione del pomeriggio, di appena un’ora prima lasciata per sempre a mezz’aria. Parole che forse galleggiavano ancora vicino all’alto soffitto dell’elegante bar con il lauto conto pagato dal cortese impacciato perplesso Vittorio. Adesso a lutto di un quasi amico. Ridotto a un ammasso di carne sconquassata e ossa frantumate.

Non si mosse più il figlio del dottore di Bagheria finchè non arrivarono auto della polizia e ambulanza dopo oltre mezz’ora. Qualche ombra umana dietro le veneziane abbassate doveva essersi preso la pena di avvertire le autorità.

Tornando a casa ormai a sera fatta, con la madre preoccupata per il forte ritardo, Vittorio accennò appena a quanto era successo. Quindi si diresse a letto senza mangiare né indossare il pigiama, sprofondando in un sonno di acciaio e solitudine senza speranza.