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Vittorio venne convocato in questura, dopo aver fornito la sera stessa una prima sommaria testimonianza e rilasciato le sue generalità e l’indirizzo ai poliziotti arrivati – sembrava – con estrema calma sul luogo dell’incidente.

In realtà non c’era bisogno di essere maniaci dei gialli per capire che non d’investimento casuale trattavasi, bensì di omicidio. Ma durante il regime era questo un termine da utilizzare con le pinze, le molle e pure i guanti bianchi.

Zio Fefé malignava dicendo che

<<tanto il fascismo è esperto di due sole cose: omicidi e ladrocini. Entrambi a suo carico>> e ridacchiava soddisfatto, fortunatamente ascoltato solo da gente di famiglia, allargata o ristretta.

Davanti al commissario capo, lo stesso che il piccolo D’Alessandro aveva visto, giusto pochi minuti prima dell’investimento, parlottare con calma con l’imminente cadavere adolescente.

Il dirigente questurino era visibilmente contrariato. La cicatrice sotto il mento era rosso fuoco, come se gli bruciasse.

Gli fece ripetere tre volte lo stesso racconto; e solo dopo che non venne riscontrata una sola virgola fuori posto in ciascuna delle tre versioni e quando si comprese che tali versioni erano in realtà copia della medesima unica ed autentica, finalmente uno stremato Vittorio lasciò la sede degli sbirri palermitani. Era stato accompagnato dal medesimo avvocato, amico di famiglia, che aveva già brillantemente risolto mesi prima la questione della zuffa con il maniaco moralista cinquantenne in piazza Politeama.

Per due giorni il ragazzo s’immerse come in una lunga apnea nelle lezioni e poi nello studio casalingo, parlando a monosillabi – visto che non dovette affrontare nemmeno un’interrogazione.

Sinagra lo scrutò preoccupato e a fine lezione del secondo giorno dopo il fattaccio cercò di avvicinarlo. Ma l’allievo se ne scappò letteralmente al suono della campanella.

Anche Eleonora non venne degnata di una risposta: una sua telefonata fu “trattata” dalla madre che accampò una scusa per cui suo figlio non poteva venire a telefono. La ragazza capì bene e ci rimase malissimo, salutò appena e corse in camera sua divisa in due fra lacrime di dolore e rabbia sorda verso tutto quello schifo che erano fascismo e antifascismo messi insieme, la “clandestinità” di suo padre e le menzogne, gli omicidi e i pedinamenti.

Quando Vittorio, tre giorni dopo l’accaduto, le chiese a telefono se poteva incontrare suo padre, lei capì perfettamente e gli propose di venire a cena sabato. Il fidanzato rifiutò dicendo che gli sarebbero bastati pochi minuti per

<<regolare la faccenda in sospeso>>.

Lei preferì non insistere leggendo un qualcosa di terribile in quelle parole; ancor più nel tono sordo e rancoroso con cui erano state pronunciate da un ragazzo mutatosi improvvisamente in una sorta di giustiziere confuso e rabbioso.

Era di venerdì il giorno in cui aveva deciso di parlare sia con il professore che con il “suocero”. Alle undici, alla fine della ricreazione riuscì a beccare per caso il grande latinista. Gli chiese se poteva parlargli; e lo fece a voce abbastanza alta da essere sentito dai ragazzi che deambulavano nei corridoi scherzando come bambini.

Raggiunta la solita aula vuota lo affrontò a muso duro, tanto da lasciare il docente letteralmente a bocca aperta. Volle sapere chi aveva dato l’ordine di assassinare Pastore, perché lui aveva capito benissimo che si era trattato proprio di “un’esecuzione”. A sentire usare da un quattordicenne quel termine Sinagra dovette frenare a stento la rabbia.

<<Cosa cazzo ne sai di esecuzioni, ragazzino?>>

<<Quasi quanto lei, professore. Cosa crede, che non si capiva stando lì? Lei c’era a vedere saltare per aria e capitombolare sul marciapiede e poi essere di nuovo preso e trascinato per che so … duecento metri? … e ridotto a un ammasso di … >>

Il ragazzo non ce la fece più a trattenere le lacrime mentre gli venne una raucedine nervosa che lo fece tossire.

<< … di carne e sangue … Cristo, professore: ma noi non dovremmo essere il nuovo mondo, la società del futuro, umana, socialista, libertaria o che cazzo ne so?>>.

Usare una parolaccia davanti a un docente, per giunta del calibro di Sinagra, era quasi come bestemmiare nella chiesa matrice cittadina. Ma l’adulto ebbe l’accortezza psicologica di lasciar correre.

Gli posò paternamente le mani sulle spalle e guardandolo bene negli occhi gli disse:

<<Vittorio mio, mai avrei voluto che tu assistessi a quella che giustamente chiami esecuzione. Si, è vero, di questo si trattò. Ti rispetto e ti stimo, altrimenti non avrei mai avuto l’idea di farti partecipare alle nostre riunioni. Però devi capire un paio di semplici, seppur drammatiche, cose. Qui c’è un regime … intendo in Italia, di assassini, affamatori del popolo, lacchè degli industriali e dei latifondisti. E quello che tu chiami “tuo amico” altri non era che una spia. E non di tipo casuale, passeggero che sale su un treno per un paio di fermate, per poi scendere senza nemmeno essersi reso conto di che percorso ha compiuto. Noooo, Vittorio caro. Pastore era un … gli inglesi hanno un termine efficace per descriverlo …. parlano di social climber, che vuol dire “arrampicatore sociale”. A prezzo di qualsiasi cosa e vita di persone che invece lottano per un’Italia e per un mondo diversi, ispirati ai valori che ormai ben conosci e apprezzi. Ti rendi conto che saremmo finiti in galera in non meno di venticinque persone, te compreso? E poi? processo, vite distrutte, licenziamenti, famiglie sfrattate, morte civile … capisci o no? quindi, settimane in un sordido tribunale, soldi per gli avvocati … e ti garantisco che nessuno di noi venticinque è, non dico ricco, ma nemmeno benestante. E alla fine anni e anni di galera, carcere duro, per i primi mesi isolamento, senza nulla che non sia un tavolaccio duro, paglia come per i cavalli e gli asini, senza corrispondenza, libri, carta per scrivere, né giornali da leggere. Da impazzire. Io ne conosco di persone che hanno sofferto o soffrono tuttora. Sai bene com’è andata a finire al nostro caro collega Tarcisio, ricordi? Tarcisio Mulè. Sei andato perfino a trovarlo. E come ti è sembrato, allegro, sereno, bene in carne, vi siete raccontati quattro barzellette, era abbronzato, circondato di belle donne, giornate impegnate a leggere e scrivere e studiare e all’ora d’aria a tirare di boxe o sollevar pesi divertendosi un mondo? … Ma cosa credi che sia il mestiere di “sovversivo”? Si rischia la galera per vent’anni oppure la vita, e si rischia di distruggere la propria famiglia. Allora, Vittorio mio, cosa preferire? Eliminare uno spione, pur se era un ragazzo di quindici anni, oppure lasciare che le cose facessero il loro naturale corso, quello che ti ho appena descritto per sommi capi? Per di più Michele Pastore, ripeto, non era un fascista idealista. Beh, ammetto che le due parole possono anche far rima a volte, essere compatibili. Noooo, era uno squallido opportunista e venduto a coloro che sperava, secondo me s’illudeva … se vuoi sapere come la vedo, che l’avrebbero ricoperto di onori e opportunità di una fulminea scalata sociale. Il figlio di piccoli proprietari di terreni ad Alia … invece di sgobbare, studiare, andare avanti. Magari farsi i fatti propri, non pretendo certo che chiunque abbia una sensibilità, delle capacità …. E Michele non era un cretino, tutt’altro … ed è un’aggravante, come si dice. Questo è tutto quello che posso dirti>>

<<Ma la decisione, professore, dov’è stata presa? Ovviamente non voglio un solo nome, ma se si è deciso il tutto a Palermo, o a Parigi, a Lione o magari a Roma? Per favore, me lo dica. Voglio capire e non causerò nessun guaio>>.

Si era calmato, mentre s’impossessava di lui una calma triste, una rassegnazione silenziosa.

<<Certo che te lo dico: decisione presa qui a Palermo, in una riunione nostra, tenuta ovviamente senza di te, pochi giorni fa. Le altre sedi, i centri antifascisti in continente e all’estero sono semplicemente stati informati. Quindi che non ti salti in mente di prendertela con il dottor Baldi. Grazie a lui siamo tutti vivi e salvi. Almeno per ora. Te compreso>>

<<Avete votato per alzata di mano?>>

<<Per decidere il da farsi? No. Abbiamo fatto due proposte: lasciar correre oppure reagire come abbiamo poi fatto. Si è deciso di votare per alzata di mano – l’idea di farlo con bigliettini per garantire la discrezione in una faccenda così delicata è stata rifiutata. Su venticinque presenti sai quanti hanno votato … anzi, abbiamo? TUTTI, capisci Vittorio? Venticinque esseri umani non assassini ma desiderosi di poter continuare a rischiare la vita e la libertà a combattere questo orrido regime che sta rovinando il Paese da ormai sei anni. E a prezzo della vita di una spia>

<<Non verrò più alle vostre riunioni. Non cercatemi mai più. A cominciare da lei. Riprendiamo a essere soltanto professore e studente da QUESTO MOMENTO>>

Detto ciò Vittorio si alzò e se ne andò con lo sguardo per terra e le spalle curve.

Sinagra lo salutò con un <<arrivederci caro>> a bassa voce, intrisa di affetto verso quell’adolescente cui era toccato di vivere una simile esperienza.

Restato solo nell’aula il docente mormorò

<<pagherai anche per questo, duce dei miei coglioni!>>