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Da qualche giorno si sentiva nell’aria la morbida temperatura che annuncia la primavera, fors’anche l’estate essendo aria di Sicilia, fra due continenti: italiano e africano. Alberi prematuramente rinvigoriti di foglie, cespugli passati improvvisamente dalla condizione glabra, come da sempre in tutti gli inverni, al sentirsi rinfoltiti, simili a un Ercole assonnato per mesi che si risveglia forte e barbuto come gli spetta.

Vittorio volò letteralmente da corso dei Mille alla punta estrema di viale della Libertà, fino alla marmorea severità della Statua imperturbabile. La Statua come la chiamano i palermitani da quando è stata eretta in alcuni mesi di ubriacatura patriottarda, giusto per dimenticare i miseri fanti crepati nelle trincee, privati di un arto o impazziti di terrore e pallottole e compagni uccisi e freddo a –20° per chi fino ad allora era stato un contadino mezzo arabo.

Solo scendendo dalla bicicletta, fosse stata dotata di motore la si sarebbe abbellita con l’aggettivo “fumante”, si rese conto di non potersi presentare a casa Baldi sudato come un vitello appena uscito dall’utero di mamma. Fortunatamente si portava sempre dietro una bottiglia d’acqua e un grosso asciugamano. Si nascose dietro un cespuglio e si fece quasi una doccia svuotando del tutto il litro di liquido conservatosi fresco. In agosto lo si sarebbe potuto utilizzare per bollire uova, ma si era fatto quasi buio in una serata ai primi aprile con temperature ballerine.

Solo quando si sentì fresco e ripulito, pettinato e profumato – la sorella gli aveva regalato un profumo per contrastare gli effluvi puzzoni nelle lunghe sudate in bici – osò presentarsi con passo rilassato e sguardo severo nell’elegante palazzina a tre piani di via Ricasoli 20. E malgrado per il prestigioso dottor Baldi provasse un’ostilità sorda e una rabbia appena tenuta a freno da un’ottima educazione, si sentiva catapultato dalla forza elastica dei suoi muscoli, in poco più di mezz’ora e dopo chilometri di corsa a due ruote, in un mondo a lui ormai irrimediabilmente caro, giardino ombreggiato di profumi continentali, atmosfera indicibile nel suo essergli familiare. Uno strascico usciva fuori lentamente da quell’elegante condominio anni Dieci; e fra un leggero colpo di vento e un luccichio della luna appena apparsa assumeva i contorni della ragazza che amava e lo amava.

Il colpo ricevuto dalla morte di quello strano amico rivelatosi un traditore non poteva e non doveva frantumare quel loro legame che ormai, dopo sei mesi, si faceva beffe dell’età forse troppo recente, <<prematura>> come belavano le greggi adulte ammonendoli che non erano pronti, che era presto. Ma che ne sapevano loro? manichini a molla caricati ogni mattina dal buon Dio o dall’amato Duce per correre a produrre, pulire, insegnare, costruire, vendere, portare merci in giro, magari rubare o coltivar campi, riempire uffici o caserme, per poi tornare nelle case che sapevano di sapone e acqua calda, con tavole pronte e bambini urlacchianti, appena il tempo, magari, per accoppiarsi come belve affrettate con quella che chiamavano moglie. Che ne sapevano mai del mondo intero e altro, diverso da quello che si era spalancato all’improvviso solo per loro due, Eleonora e Vittorio. Un amore che si sarebbe scolpito in giro per il globo con una semplice EV scritta sul ghiaccio nell’Artico o nascosta in un giardino di Kensigton, fra un masso e l’altro della Muraglia cinese oppure ondeggiante nel buio irraggiungibile della Fossa delle Marianne. Per loro e in loro si confondevano universo e terre emerse, tempo e mari, venti tiepidi e rocce oceaniche. Tutto ciò non doveva farsi intaccare, nemmeno sfiorare proprio da nulla. Fosse esso dolore o lutto, rabbia o scontri per le strade, una gamba rotta o una malattia alla quale si poteva pur sempre sopravvivere.

Questo pensò nella decina di minuti in cui rimase nel giardino sottostante casa Baldi il ragazzetto rossiccio, non più accaldato né sudato, prossimo allo scontro con il padre di quell’amore assoluto e coetaneo, colui che aveva messo al mondo assieme alla fascinosa dama di via Ricasoli quel metro e sessanta di velluto umano dalla voce indimenticabile appena una volta dopo averla sentita per desiderare ascoltarla ancora e ancora recitare gli alfabeti del mondo intero.

Gli scalini nemmeno li sentì. Una volta in cima alla casa, di fronte la porta con l’elegante scritta piena di svolazzi

 BALDI dott. LUIGI

 avrebbe anche potuto arrivarci volando su un apriscatole d’avorio.

Suonò con poca convinzione e una volta sola. Gli venne subito aperta la porta a vetro smerigliato che aveva fissato con stranita ammirazione sin dalla prima volta in cui era sbarcato lì.

Una signora Baldi bella come mai gli sorrise con tenerezza. Per un attimo Vittorio capì che se l’avesse sfiorata nuda in quella casa vuota forse non avrebbe potuto resisterle. Apprendere tutta l’arte dell’erotismo maturo con la madre per poi amare il resto della vita solo la figlia. Provò vergona a simili pensieri; tanto che temette di essere diventato tutto rosso, mettendo in allarme quella splendida quarantenne il cui capolavoro si chiamava Eleonora.

Lo fece entrare non prima di aver depositato un leggero bacio sul fascio di capelli color rame, scombinati appena un poco. Era la prima volta che si permetteva una simile confidenza e al destinatario di quel bacio sottile fece un gran piacere. Come aver vinto una coppa di cui, fino a quel monento, non aveva mai saputo l’esistenza.

Si percepiva un profumo di pietanze calde, quasi la cucina avesse invaso il resto della casa in un tripudio un po’ folle di sapori e odori e spezie e chissà quali misteri d’Oriente, da gustare a tavola in compagnia di quella che stava diventando un’imprevedibile copia della sua famiglia. La primigenia spezzata fra Bagheria e Palermo, con il loro odore di campagna e gli studi appassionati di cinque o sei degli otto figli che la popolavano; e il padre curvo sui malati d’ogni epoca e stato di salute; e la signora elegante, a suo agio tanto nello scegliere il pesce da mangiare a cena che nel divorare i grandi romanzieri russi o francesi o inglesi. Mentre nella famiglia nuova quattro persone, nemmeno siciliane, così diverse, quasi remote di censo e idee e modalità di morbidezza e assoluto benessere nello stare al mondo.

Lo fece accomodare nel salotto in penombra dove le vetrate sgombre da tendaggi si specchiavano sulle luci di quella città incastrata orgogliosa di secoli nel Mediterraneo, giusto all’incrocio con l’universo dell’Arabia Felix.

<<Signora, sono qui solo per parlare un attimo con suo marito>>, mise le mani avanti il ragazzo.

<<Si, va bene. Parlate quanto volete ma poi venite a tavola, dovrai pur mangiare. Sei venuto in bicicletta, immagino. No?>>, chiese la signora con voce materna.

Vittorio accennò un si con la testa.

<<Quindi sarai tanto stanco quanto affamato. Alla tua età…>>

Adesso era infastidito da simili banalità. Tutto l’incanto della prima apparizione alla porta di quella semidea si era mutato in una rottura di coglioni, pensò il ragazzo, assaporando dentro di sé l’espressione volgare. Ideale per spruzzare fango e fetore sulla prima immagine e su quella splendida casa e su chi vi abitava.

<<Devo solo fargli una domanda, UNA poi toglierò il disturbo>>, ribadì scocciato l’ospite, sottolienando con un accento quasi cattivo la parola “una”.

La signora Baldi questa volta capì che non scherzava. Accennò al rientro da un momento all’altro del marito e si ritirò in cucina fin quando, pochi minuti dopo, si materializzò il coniuge. Appena vide il compagno della figlia impallidì leggermente per poi riprendere l’abituale controllo di sé che sfoggiava con sotterraneo orgoglio.

<<Ciao, Vittorio. Immagino che cercassi me, giusto?>>

Baldi si fermò al centro del soggiorno porgendogli la mano. E il ragazzo gliela diede con esitazione e la ritirò velocemente. Anche a lui, come alla moglie prima, fece un vago cenno di assenso con la testa. I capelli, lunghetti per l’epoca, gli ballonzolarono un attimo sulla fronte che aveva ripreso a sudare. Sembrava si fosse messo nuovamente a correre come un pazzo sulle due ruote.

Il padrone di casa gli fece cenno di seguirlo, avvertendo la moglie che ne aveva per cinque minuti e poi si sarebbero seduti tutti e cinque a tavola.

Chiese dei ragazzi e lei rispose che stavano finendo di studiare <<nelle loro stanze>>.

Un’espressione simile, pensò infastidito Vittorio, sarebbe risuonata ridicola a casa loro, sia a Villa Palagonia che in corso dei Mille. La percepì come una vaga sottolineatura del benessere ben sopra la norma di cui godevano i Baldi. Ma si fermò subito. Non voleva, e se lo ripetè più volte, con forza, estendere l’odio crescente verso il dottor Baldi all’intera famiglia, alla casa, alla madre così bella elegante affettuosa, al fratello un po’ strambo ma in fondo amichevole. E soprattutto all’abitante, in fondo al corridoio a destra, immersa in chissà quali pensieri a sapere che il suo fidanzato era lì fra quelle ospitali eleganti silenziose mura d’inizio secolo, estranee al resto della città caotica e levantina.

Ritiratisi nello studio, che in realtà Vittorio già conosceva a insaputa di Baldi, si sedettero l’uno di fronte all’altro.

Il ragazzo istintivamente rimase in piedi in attesa che l’uomo gli indicasse dove sedersi. Sapeva bene che la poltroncina di velluto e legno intarsiato era il classico mobile che Baldi amava occupare con il suo corpo alto, depositato fra spalliera e morbido cuscino, magari con il bracciolo sinistro che accoglieva  la mano con la sigaretta accesa fra le dita – il papà di Eleonora era mancino.

<<Mi è dispiaciuto per il tuo amico … o insomma…>>

<<Chi ha dato l‘ordine?>>, lo interruppe subito l’adolescente. A parte il gesto poco educato come quello di un quattordicenne che si permetteva di tagliare in due una frase di un ultraquarantenne, Baldi vide stampato sul volto del ragazzo uno sguardo non cattivo, peggio. Spietato. Ecco l’aggettivo che dopo qualche sforzo venne in mente all’affermato consulente finanziario, in segreto membro della resistenza antifascista.

Se non fosse stato per quel fissarlo con occhi inespressivi, le labbra serrate, non avrebbe detto nulla per l’interruzione. Invece, gli replicò alzando un po’ il tono di voce. Giusto quel tanto che il ragazzo avrebbe sicuramente notato e subito interpretato.

<<Non m’interrompere per favore, ti stavo dicendo una cosa imp… >>

<<Me ne frego di quel che deve dirmi. Ho solo una domanda e gliela ripeto, in caso non avesse sentito bene: CHI HA DATO L’ORDINE?>>

Vittorio l’aveva nuovamente interrotto, aveva usato il tipico “me ne frego” di marca fascista, aveva alzato la voce come aveva prima fatto lui, quasi giocato con l’udito dell’adulto in quella stanza dall’acustica perfetta, finendo con il ripetere a voce alta la domanda. Quella domanda. Era troppo.

<<Come ti permetti di trattarmi in questo modo? Ti abbiamo accolto quasi come un terzo figlio. So benissimo che ami mia figlia e che lei ti ama. Stavolta chiedo a te se hai sentito bene la parola: AMARE. Già, perché qualora tu, ragazzetto arrogante, non l’avessi ancora capito io sono dalla vostra parte. Il vostro per me è amore e lo rispetto. Prova ad andare in giro e chiedere quanti altri adulti della mia età e … scusa se mi permetto, nella mia posizione, sono del mio stesso parere. E quanti, invece, non ti direbbero di andare a giocare con i soldatini e toglierti dai piedi della loro figlia. Magari prendendoti a calci nel culo. Sai ragazzo? Quindi togliti subito quel tono di bocca con me oppure fuori di qui. Scegli>>.

Questa volta la cattiveria sullo sguardo di Vittorio si era riprodotta anche sul viso di Baldi. Nelle cinque o sei volte che gli aveva parlato, o semplicmente incrociato un momento fra le mura di quell’appartamento, il piccolo D’Alessandro non l’aveva mai visto così alterato. Soprattutto vedeva come non alzasse troppo la voce ma si contenesse in un’arrabbiatura che montava ogni minuto che passavano chiusi la dentro fra le migliaia di libri rigorosamente ordinati e magari, chissà, anche catalogati. Sicuramente letti e meditati.

Vittorio non disse più niente e cercò di calmarsi. Il viso si stava rilassando almeno un po’, il respiro, prima affannoso, riprese il corso normale.

Baldi si calmò a sua volta, accennò un sorriso, sussurrò che lo sapeva un gran bravo ragazzo, che il suo carattere deciso gli faceva onore. Poi lo invitò a gustare un sorso di vino rosso, che il ragazzo accettò. Più per non infastidirlo nuovamente con un rifiuto che non per il piacere reale di bere vino, in quel momento, per giunta a digiuno e dopo la corsa scatenata.

<<Allora … ascoltami bene. So che hai già parlato, anche con veemenza al tuo professore. E anche in quel caso ti capisco, meglio di quanto tu non pensi. L’ordine, come lo chiami tu … e in fondo è anche giusto perché di ordine si tratta … è partito non da Parigi, non da Lione, non da Sinagra, né da me. Ma dal consiglio formato da persone che … ovviamente è meglio non sai chi siano. E poi trasmesso al gruppo di Sinagra che si è limitato ad approvarlo, come l’ho approvato io stesso>>

<<Ma se dice “limitato” vuol dire che anche se foste stati contrari l’omicidio ci sarebbe stato comunque>>

Baldi lo fissò per qualche secondo, a metà fra durezza adulta e un vago sorriso di ammirazione.

<<Certo che ad appena … cos’hai quattordici, quindici?>>. La risposta non venne e il bolognese proseguì.

<<… si , insomma, così giovane e stai già cominciando a capire come funzionano “queste cose” … diciamo così. Si, hai ragione. Non avrebbe contato proprio un fico secco, per dirla chiara, il rifiuto eventuale mio o di Sinagra e dei suoi compagni di accettare e fare nostra la decisione del consiglio. Ma non perché qui siamo anche noi fascisti o militari di ferro. Semplicemente ad un certo punto deleghiamo ai nostri responsabili, gente che si ricorda magari dell’arrivo di Garibaldi in Sicilia – uno di loro di sicuro – e hanno vissuto e combattuto per la libertà da 40, 50 anni e forse più. Tutto qui. L’età, l’esperienza, il coraggio, la dedizione ai nostri valori e principi: questo conta nei nostri gruppi. Che siano Bologna o Palermo, Parigi o Timbuctu o dove accidenti vuoi. Ripeto: tutto qui. Invece, poi, abbiamo tutti, dico TUTTI accettato e condiviso l’ordine. Perché? Perché l’abbiamo capito e apprezzato. Si, apprezzato. Per avere compreso lo sforzo terribile che dev’essere costato a un gruppo di combattenti per la libertà, dunque contro il FASCISMO, nel decidere di togliere la vita a un ragazzo. Che per non pochi di costoro poteva ben essere loro nipote. Capito, ragazzo? Un loro NIPOTE. Quindi, soffri pure, incazzati … scusa la parolaccia ma rende meglio … arrabbiati per la morte di quel tuo compagno di classe, fai il tuo lutto, come dice un medico viennese che di queste cose ne capisce. Per poi, però, andare avanti mostrando a te stesso di aver capito che non c’era null’altro da fare. Nessun’altra decisione poteva essere presa da persone sane di mente e coraggiose nel voler continuare la lotta. Dunque non volendo permettere a un ragazzo, QUEL ragazzo di rovinare venticinque vite. Ma solo al momento degli arresti, sai? Già, perché poi qualcuno sarebbe crollato. Sai come?>>

<<Torture>>

Baldi per un istante s’illuminò nel viso altrimenti stanco e tirato.

<<Bravo, per le torture. Non scendo in particolari perché non voglio appesantire questo discorso e perché immagino che Sinagra ti abbia reso attento alle porcherie che compie questo governo di boia nei sotterranei delle questure, nelle stazioni dei carabinieri, nei corridoi delle caserme della milizia. E guarda che non si fermano davanti a nulla: età, sesso, condizioni di salute malandate, stranieri di Paesi ostili, donne incinta…. Da lì sarebbero sicuramente usciti fuori macchiati di sangue altri nomi, forse decine. E l’intera organizzazione nostra sarebbe stata scoperta, mandata in carcere, davanti al Tribunale Speciale, al confino, ai rigori di Ucciardone, Regina Cieli, San Vittore. Perciò, e solo perciò, quel Michele Pastore è stato fermato mettendolo sotto con un camioncino per poi passarci sopra. Orrendo ma dovevamo essere sicuri. Dovevamo ridurlo al silenzio. Sai come si dice in latino, no? Mors tua vita mea>>

Si accese una sigaretta e aspirò lentamente il fumo. Ne offrì una al ragazzo che stranamente accettò.

<<E nemmeno noi, come te, dimenticheremo mai quel ragazzo, pericoloso per troppi nella sua confusa voglia di salire la scala sociale, anche tradendo persone su persone. Ma anzitutto non dimentichiamo mai la lotta contro il fascismo, che speriamo tutti di veder finire nella polvere per tornare a vivere liberi>>

Vittorio era frastornato, si rendeva conto che Baldi aveva ragione, era al contempo disgustato da tutto quel che era successo, riunioni comprese. Malgrado vi avesse visto circolare parole e concetti e idee e racconti di puro coraggio e libertà.

Sentì venir su lacrime, di rabbia e rassegnazione e stanchezza. Non le fermò, non volle ostacolarle con razionalità fuori luogo.

E allora Baldi gli si avvicinò, gli tolse delicatamente la sigaretta dalle dita e dopo averla depositata sul portacenere lo abbracciò. Il ragazzo sentì tutta la morbidezza della vestaglia elegante che l’uomo indossava. Lui, ancora giovane, distinto, a volte riservato, coraggioso come pochi finora conosciuti da Vittorio. E padre del suo amore.

Allora si lasciò andare in un pianto che riuscì, finalmente, a sciogliere i grumi di rabbia e rancore e senso di colpa asfissiante che dagli ultimi istanti di vita di Michele Pastore l’aveva perseguitato giorno e notte.

E fu un altro di quei momenti di crescita tanto necessari quanto duri da guadagnare, con la sofferenza e i dubbi di un ragazzo che stava imparando a crescere, in tempi davvero duri, quasi che la spietatezza del Potere non consentisse più la serenità di un’adolescenza qualunque senza lordarla di violenza, sangue, vite spezzate, madri semimorte di dolore, agonie in carcere.

E Baldi lo strinse forte a sé, veramente facendolo sentire come il terzo figlio che aveva tanto desiderato e che la moglie si era sempre rifiutata di far venire in quel mondo difficile.

Dopo un frammento di tempo indefinibile per entrambi si alzarono, si strinsero forte la mano e andarono a mangiare in quella casa che oltre a grondare eleganza e distinzione sapeva oramai regalare qualcosa di unico nella vita del ragazzo di Bagheria.

A tavola lo accolse il saluto cameratesco di Mirko e la dolcezza illimitata del sorriso di Eleonora.