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Gli ci vollero alcuni giorni per “fare il lutto”, come gli aveva suggerito Baldi, non tanto di un amico che non aveva fatto in tempo a conoscere, rivelatosi poi traditore. Quanto di chi gli si era avvicinato e gli aveva mostrato le sembianze dell’amico.

Certamente Vittorio non tollerava di pelle le spie e coloro che rompevano accordi istintivi di amicizia; per giunta non per finalità ideologiche ma per squallidi calcoli di piccioli. I soliti luridi denari con cui si vendette perfino Gesù Cristo, come gli avevano insegnato a catechismo ancora bambino. Adesso, dalle storie imparate a memoria, tratte dalla Bibbia/Nuovo Testamento e dai Vangeli, era purtroppo passato a viverle sulla propria pelle.

Fu il ricordo di quel pomeriggio quasi sera di fine marzo, il rotolare di quel corpo, il frammentarsi delle ossa soprattutto nella parte più orrenda, quando il camioncino era ritornato sui suoi passi per saltare sopra quel forse già cadavere. Quanto aveva sperato per giorni e settimane, a volte ancora nei mesi successivi, nei suoi tutti personali incubi anche in là negli anni, che Michele fosse già morto nell’urto violento.

Furono soprattutto pochi ma fidati amici che aiutarono il ragazzo dai capelli rossi che aveva subito le prime sofferenze della vita a superarle. Senza buttarle in un secchio ma facendole proprio sue: carburante di vita per andare avanti ancor più forte di prima.

Ma senza mai dimenticare l’età che avevano, lui e gli amici. Di nome Gino Sacco, fratelli Musumeci, a volte Aldo Tassone, la cui zuffa dell’ottobre precedente li aveva molto avvicinati. E un novello Mirko Baldi, finalmente innamorato perso di una ragazza di ben diciotto anni, Lia Magrelli, milanese figlia di un generale di brigata di stanza a Palermo, caserma Cascino. Naturalmente il padre nulla ne seppe fin quando si potè tenere segreta la cosa. Parlandone fra loro gli amici non sapevano immaginare incazzatura paterna maggiore per la giovane età della figlia, per i quattro anni in meno del di lei findanzato, o per il benessere svagato di casa Baldi. Il generale, infatti, era ben noto in mezza città per le manie di vita spartana: fortunatamente non del tutto imposte a moglie e figlie (ne aveva ben quattro, una più carina dell’altra), quanto soprattutto a sé stesso. Si diceva che dormisse su una brandina, ai piedi di un normalissimo letto matrimoniale occupato dalla moglie; che si portasse il rancio da caserma a casa; che andasse a piedi ogni giorno (sette chilometri andare e sette a tornare per la caserma), rifiutando l’auto di servizio che gli spettava; non aveva alcun attendente né segretaria in ufficio, sbrigando lui stesso tutte le incombenze amministrative.

Da un lato lo si prendeva per mezzo matto; ma dall’altro truppa, sottufficiali e ufficiali tutti lo ammiravano per coerenza e onestà. Se c’era da promuovere qualcuno non guardava in faccia nessuno. Infatti, benchè ferito otto volte, ricevute ben dodici decorazioni in tre diverse guerre (Somalia, Libia, Grande Guerra), con tre accademie frequentate, a sessant’anni era rimasto generale di brigata (grado ormai conseguito da ben otto anni).

Ma se cotanto uomo tutto d’un pezzo avesse incrociato sul suo cammino un ragazzotto di quattordici anni, cui ancora non cresceva nemmeno la peluria sotto le narici, e gli avessero detto che se l’intendeva con la figlia minore adoratissima, beh, allora quel piccoletto sarebbe volato in aria per una decina di metri, rovinando poi sul selciato con metà ossa rotte.

Fortunatamente, madama la generalessa impiegò pochissimo per imparare ad adorare un Mirko che man mano andava facendosi più maturo, gentile e socievole rispetto ai sette-otto mesi prima, quando Vittorio l’aveva incontrato sul proprio cammino. E così, la simpatia per Baldi jr. finì ben presto per contagiare anche le tre sorelle di Lia, più grandi – avendo fra i venti e addirittura i trentadue anni. Assieme ai citati amici di Vittorio, che divennero presto tali anche per il fratello di Eleonora, i due piccioncini vennero costantemente aiutati nel tener celata la realtà al povero generale.

 

E vennero allora le lunghe giornate di primavera ed estate per gironzolare come matti instancabili per Palermo e dintorni. A volte si ritrovarono anche in dieci o dodici, aggiungendosi magari Pepito con la sua amatissima. Tutti a pedalare con gioiosa fatica.

Il fratello immediatamente più grande e con cui era in maggior confidenza si degnò dopo quasi un anno di far conoscere al resto del loro mondo Giulia Perricone. Anche lei era più grande di Pepito, di tre anni, al posto dei quattro di Lia rispetto a Mirko. Sulla moda delle “vecchiette” con il bambinello al guinzaglio ci si provava a scherzare: ma chiunque fosse, perfino i muscolosi Musu Brothers (come si fecero chiamare i Musumeci una volta scoperti il jazz e il cinema americani), tanto la dolce Lia quanto la più tosta Giulia riducevano qualsiasi presa per fondelli al silenzio più assoluto.

Mondello venne presa di mira, una volta scoperta la sua accoglienza per chi amava i bagni, la forma della costa, l’ancor nuovo stabilimento così comodo, con un ristorante dai buoni prezzi. Ovviamente se lo concedevano ogni tanto, malgrado le ripetute offerte d’invitar tutti profferite dai gemelli Baldi e dalla Perricone. Fra loro potevano ben fare la gara a chi stava meglio. Il papà di Giulia era infatti un “piccolo” armatore ma solo rispetto ad altri di caratura nazionale. Di per sé possedeva comunque tre navi mercantili, dieci pescherecci e una trentina di barche da diporto. Si diceva che con quel che ne ricavava mensilmente ci avrebbero potuto mangiare tranquillamente non meno di una ventina di famiglie di Ballarò o dei Danisinni.

Quella comitiva divenne davvero il palcoscenico di vita, almeno della parte più piacevole per la decina in media che ne furono i componenti – almeno i più fedeli.

Chi non costituì mai coppie fisse furono i Musu Brothers, inguaribii donnaioli che si dividevano fra ragazzotte di passaggio e vari bordelli attrezzati dei migliori comfort che la civiltà europea anni Venti ormai al tramonto potesse offrire. Con la gran capacità che li contraddistingueva, (oltre quella di menar le mani e la primaria, di condurre ottimi affari sporchi mantenendo l’aria di studenti liceali) Pietro e Carmine riuscivano senza alcuna volgarità a giustificare teoricamente la loro assoluta predilezione per le grazie muliebri senza impegno. Anche se fra maschi usavano il termine ben più appropriato di pilu, con varie derivazioni semantiche una più “volgarissima” dell’altra. Lia, Eleonora e Giulia finirono ben presto con l’accettare “l’anima prava” dei due, come la definiva Giulia appassionata del supremo italico trio letterario (Dante, Boccaccio, Petrarca).

E a proposito di quest’ultimo, Giulia che all’inizio non aveva proprio capito con chi aveva a che fare, né di quali preziose sfaccettature fossero dotati Carmine e ancor più Pietro, osò sfottere quest’ultimo proprio su un confronto fra i tre dugenteschi/trecenteschi. Era convinta che il povero Pitrinu avesse difficoltà perfino a collocarli storicamente e geograficamente. Alchè il più morbido dei fratelli si accese una sigaretta con assoluta nonchalance e si gettò con eleganza da olimpionico di tuffi in una vera e propria lezione quasi accademica di oltre un quarto d’ora. Alla fine Giulia s’inchinò e, malgrado lo sguardo da squalo geloso del suo amato Pepito, abbracciò ammirata l’erudito Pietro Musumeci.

Passarono tutti insieme le primavere e le estati del 1928, ’29, ’30 e in parte del ’31, quando qualcuno cominciò a ritirarsi: chi negli studi universitari, chi si trasferì a Roma o a Milano. Del resto era nel senso delle cose e delle età della vita che accadesse a un certo momento il disgregarsi della compagnia.

Vittorio, che aveva già vissuto la fine del gruppo di ragazzini bagheresi, questa volta reagì con minor amarezza. Ma se non ci fosse stata accanto a lui l’amata Eleonora sapeva che ne avrebbe sofferto di più.

Si sentiva cresciuto, cominciava ad affezionarsi a Palermo, capiva di avere facilità a farsi degli amici ma sempre alla luce della filosofia “pochi ma buoni”. Macinava mesi e anni di studi, a volte con alterne vicende – latino e matematica permettendo – ma con crescente passione. Mentre l’amore per la piccola Baldi cresceva con lui e con entrambi, dando loro sensazioni tanto di felice quotidianità che picchi di assoluta gioia. La rarità dei secondi offriva la giusta sensazione di ciò che la vita doveva essere.