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Il rapporto con la signorina Baldi resisteva col passare di giorni e settimane e mesi. Poi col passare del primo e poi secondo e quindi eccoli al terzo anno che iniziò quasi in coincidenza del terzo anno del liceo scientifico per lui – del classico per lei.

Eleonora si era fatta ormai una pur giovanissima donna di sedici anni, forse ancor più di Vittorio entrata in tempesta ormonale, in scoperta sessuale, in voglia di viaggiare nella conquista reciproca dei corpi. Quando oramai quella delle menti era in pieno sviluppo da due anni. Pur non esaurendosi mai tale conquista interiore, era felicemente chiaro per entrambi nel continuo scambiarsi letture e sogni, pensieri e paure, visioni del tempo che procedevano in parallelo, vicini eppur diversi. Quindi solidamente l’una per l’altro e il reciproco.

La disponibilità di anticoncezionali era allora desolatamente ristretta a due uniche strade: la libertà vigilata nella coppia con il preservativo o prosaicamente definito goldone (termine in voga pressocchè a tutte le italiche latitudini) oppure il metodo Ogino-Knaus.

Il secondo veniva sperimentato, basandosi sui cicli di fertilità e quelli d’infertilità nella donna: prima dal medico giapponese Kyusaku Ogino nel ’24, poi reso metodo contraccettivo vero e proprio dal medico tedesco Hermann Knaus quattro anni dopo. Ma da un lato l’ancora scarsa diffusione nel Sud Italia a fine anni Venti, dall’altra soprattutto la ben scarsa o spesso nulla efficacia lo rendevano un attrezzo di poco valore.

Il primo metodo era invece <<vecchio come il cucco>>, risalendo addirittura ad orgasmi sicuri ottenuti già nel 1564; sebbene dal profilo del salvarsi da malattie a trasmissione sessuale. Si passò poi alla disponibilità sul mercato nel 1855 dell’attrezzo di gomma e dal 1920 perfino in lattice.

Seppur strano, fra i due era più il ragazzo a far resistenza che non la ragazza. La testa di lui era molto persa per lei; ma anche per altre passioni, sia mentali che fisiche, studi e letture e amici e sport.

Diciamo che regnava sovrana in lui la paura di quella che tecnicamente, soprattutto nei lavori manuali, prende il termine di “imperizia”. E non certo di far “cattiva figura”, parola, questa si, proprio tipica dello scenario sessuale d’ogni età. Quanto di rovinare tutto trasformando la ragazza in prossima partoriente. A quell’epoca sarebbe stato un dramma sotto ogni profilo: familiare per lei, idem per lui, poi scuola, scandalo sociale, religioso. Cinicamente parlando era forse solo il lato economico che si sarebbe potuto risolvere senza problema alcuno; mentre quello medico non era di poco conto, considerando la giovanissima età e un fisico delicato come nel caso di Eleonora.

Finì che ognuna delle poche volte in cui s’ingegnarono di tentare la sorte del piacere completo ma senza conseguenze Vittorio ebbe la testa assorbita da visioni di medicastri e “mammane”, scomuniche familiari dei Baldi e dei D’Alessandro, sfottute a scuola, sguardi di riprovazione dei professori tutti, magari l’espulsione dal “Cannizzaro” con al minimo la perdita di un anno di liceo mentre la pancia di Eleonora la trasformava in un dirigibile Zeppelin modello siculo-bolognese. Finivano sempre col rinunciare dato che alcune di tali visioni s’impossessavano anche di lei e della sua fervida mente.

Al di sopra di qualsivoglia altra considerazione sarebbe stata la fine del loro amore che invece poteva e doveva attendere “la prova definitiva”, concetto che lui prediligeva, mentre lei l’odiava considerandolo piccolo borghese, idiozia perbenista, roba da sacrestia.

E giù discussioni, a volte anche zuffe e silenzi di una settimana o due. Ma poi non resistevano e riprendevano, più irrobustiti di prima nelle differenze che li caratterizzavano. Più ne scoprivano di distanze fra loro e più rinsaldavano il loro stare vicini.

Vittorio capiva bene che se fosse stata questione di mera attrazione fisica già da tempo sarebbe finita con un pernacchio o un <<và al diavolo>> da parte di una delle controparti. Ma se resistevano, anzi, crescevano insieme avvicinandosi alla vita e alle sue responsabilità voleva dire trovarsi in un loro mondo, ormai ben protetto dagli assalti del caso o del capriccio, della gente comune o dei desideri irrefrenabili.

È vero che la giovane Baldi man mano si mostrò più sveglia, aperta al mondo, antiborghese del suo compagno. Se il padre faceva il finanziere con ottimo profitto e militava nell’area liberale, poi dagli anni Trenta in “Giustizia e Libertà”, quindi nel “Partito d’Azione” nei Quaranta, non poteva certo dirsi un marxista o un anarchico, con barbone, anticonformismo e fiocco nero, sandali e restio a guidare un’autovettura, parco in consumi e costumi quotidiani.

Quanto alla madre vegetava con piacere in salotti borghesi ma era già più aperta al mondo e alle novità: in specie se provenienti dagli USA. Dov’era stata già non meno di cinque o sei volte, da sola e col marito, alla scoperta di entrambe le coste, del cinema sonoro e del jazz da prime big bands, di un certo Duke Ellington e di un altro chiamato George Gershwin. Avevano avuto la ventura di conoscere la coppia più rappresentativa del folle mondo di quei Roaring Twenties’, ballando e ridendo e chiacchierando accanto a Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre, tenendo sulle gambe la loro piccola Scottie.

Finirono col diventare realmente amici, pur se i Baldi si tennero sostanzialmente alla larga dal ritmo davvero frenetico della mania per il ballo di lei e per i liquori di entrambi ma soprattutto di lui, i viaggi forsennati e le spese folli. Riuscivano a vedersi ogni anno, a turno una volta sulla Costa Azzurra dove gli americani avevano acquistato una lussuosa summer mansion (tenuta estiva); e una volta nello stupendo appartamento newyorkese in 38 West 59th Street o nella rigogliosa casa a Westport in Connecticut. In seguito negli splendori di Long Island.

Parlando e leggendo così bene l’inglese americano ed entrando in confidenza si arrivò al punto che il geniale scrittore, che alternava momenti di tristezza letteraria e poca fiducia in sé con bevute al limite del coma etilico, prese l’abitudine di far leggere ai Baldi qua e là pagine sia dei racconti riuniti nel 1926 sotto il titolo di All the Sad Young Men, sia dal quarto romanzo Tender is the Night, ricordo dell’incipiente follia di Zelda e dei momenti stupendi e dolorosi trascorsi nella villa di Cap d’Antibes.

Uno dei primi pomeriggi passati in casa Baldi Vittorio vide un’Eleonora languidamente sdraiata su una poltrona completamente immersa in This Side from Paradise, il primo romanzo di Fitzgerald, uscito nel ’24 e non ancora tradotto in italiano. Ma lei non aveva il minimo problema a divorarlo sottolineandone passaggi significativi. Aveva pur sempre posato sul tavolino alla sua destra un grosso dizionario italiano-inglese-italiano, che però consultava ogni tanto.

Fu la seconda volta in cui il ragazzo di paese misurò un’amara distanza da quella famiglia: dopo l’impatto con la splendida casa di via Ricasoli ecco un’assoluta familiarità di tutta la famiglia con l’inglese. La terza lingua, invece, differiva per i ragazzi come per i genitori: le donne Baldi parlavano e studiavano l’elegante francese, mentre gli uomini si deliziavano con il più maschio tedesco.

Dal canto suo Vittorio non aveva poi tanto da recriminare: se suo padre se ne fregava altamente delle lingue si finiva poi con lo scoprire che il francese lo parlottava benino e lo capiva e leggeva perfettamente. Non parlava altro ma la lettura in inglese e ancor più in tedesco non avevano praticamente misteri -soprattutto per la letteratura medica d’aggiornamento. Per essere un dottore di una condotta di paese e nemmeno specializzato aveva una capacità d’aggiornarsi degna di un cattedratico di Palermo. Addirittura, durante un consulto su un paziente in fin di vita, si dimostrò perfettamente a giorno rispetto a due colleghi specialisti e ben più di un libero docente dell’università di Catania.

Maria Castronovo si trovava grosso modo nella stessa situazione privilegiata di Eleonora Baldi – fatti salvi i viaggi e la disponibilità di genitori che erano amici di un grandissimo scrittore straniero.

Quanto a Vittorio, poteva prendersela solo ed esclusivamente con la propria pigrizia, non straripante, che lo portava a darsi assai più da fare in confronto ai fratelli Angelo, Vincenzo e Anna. Ma Pia e Pepito, anche Agata e Irene, erano tutti più avanti di lui: parlavano benino e leggevano molto bene almeno due lingue, tra francese, inglese, tedesco e spagnolo.

Da quella scoperta riguardante la famiglia della sua compagna si sentì in effetti sanamente spronato a impegnarsi di più e con sistematicità nello studio dell’inglese. Con sua madre, poi, decise di profittare dell’ottimo francese. Arrivò quindi alla fine del liceo potendo dimostrare a sé stesso, agli altri, ai professori per primi una conoscenza davvero estesa tanto di francese che d’inglese.

Potersela almeno sbrogliare decentemente con il latino e la matematica era affare più complicato. Con i numeri fu questione di passare dal <<buio primordiale>> alle <<prime luci della civiltà>> – come lo sfotteva malignamente Irene. Che però, abbiamo visto, gli diede un aiuto decisivo.

Per il latino Agata si scomodò a volte ad aiutarlo: ma sempre solo dietro insistenze feroci del fratellino piccolo. Lei era già all’università, mieteva trenta e lode uno dietro l’altro e se la “tirava” non poco. Essendo poi del tutto priva, non diciamo di un codazzo, ma nemmeno di uno o due “pretendenti” o “cavalieri”, magari “cicisbei” – come li si definiva a quei tempi – ecco che compensava mietendo glorie accademiche.

Tutte le occasioni in cui si degnava di rivedere una versione, o studiare un tempo ostico, o un verbo schifosamente irregolare concedeva il proprio sapere come oro cavato fuori da un filone preziosissimo. Quando però Vittorio al terzo anno venne rimandato proprio in latino Agata fu messa sotto direttamente dalla comune madre. Arrivò a impedire a entrambi di uscire. Anzi, con lui non ci fu bisogno di particolari controlli. Diversamente da lei che smaniava di poter uscire con le amiche di facoltà.

Naturalmente, com’era nel suo carattere affettuoso e disponibile, la stessa Eleonora si era per prima messa a disposizione. Maria Castronovo li fece provare una volta o due: e visto l’ottimo esito – non si perdevano in chiacchiere o smancerie – si disse entusiasta. Perfino disponibile a farla dormire il sabato sera lì a casa, visto che abitava dalla parte opposta della città. Fu Vittorio a preferire, anzi, a rifiutarsi di continuare nell’esperimento per lui insano. Disse che non riusciva a concentrarsi e si vergognava spesso della differenza di prestazioni scolastiche. Se era in sostanza un bravo studente, con il paio di falle appena viste, la sua fidanzatina impersonificava la vera e propria fuoriclasse, sempre promossa con tutti otto e nove. E pure qualche dieci. Al quarto anno conseguì la medaglia di migliore studentessa liceale di città e provincia, mentre fece addirittura la terza migliore maturità d’Italia ottenendo la medaglia di bronzo nazionale.

Ma con gli anni anche il Vittorio a volte incapace di costanza e un po’ svagato migliorò decisamente.

Sul piano generale si poteva notare, soprattutto superato il primo anno di “fidanzamento” (virgolette sono d’obbligo, anzitutto per rispetto ai due interessati), l’influsso via via più profondo che Eleonora esercitava su di lui. Senza che lei poi facesse nulla di particolare: al di là di suggerirgli qualche strategia di studio e dell’insistere sulla fondamentale capacità di seguire le lezioni. Particolare che negli ultimi due anni fece risparmiare molto tempo al ragazzo impegnato sul fronte del canottaggio, a livello regionale e perfino nazionale.

Si completavano i due ragazzi? Sicuramente. Non certo come il giorno e la notte, visto che avevano non pochi elementi in comune. Diciamo semmai come un corridore di fondo e uno di scatto: essendo lei il primo, lui il secondo.

Senza escludere che ogni tanto si scambiassero le qualità. Come fu sul piano della storia e soprattutto della filosofia. Con quest’ultima, infatti, le parti finirono ben presto con il rovesciarsi. L’arrivo del professor Garin e la scoperta del pensiero e della sua storia furono per Vittorio una delle tre o quattro rivoluzioni copernicane della sua vita. E di uno spessore che mai avrebbe potuto immaginare.

Almeno una decina furono le volte nel triennio in cui il ragazzo spiegò alla ragazza passaggi speculativi o qualche autore particolarmente ostico.

Si sentirono finalmente alla pari ciascuno con le proprie eccellenze. Del resto, fra i due fu sempre Eleonora quella davvero competitiva: Vittorio cercava di migliorarsi con sempre minori affanni man mano che gli anni passavano consolidando il loro amore. Un mondo, il loro, che era ormai ferro antico difficile anche solo da scalfire.