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Il ventiduenne Eugenio Garin, da Rieti, laureato alla prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa dove avrebbe poi insegnato arrivò al liceo Cannizzaro di Palermo come giovanissimo docente con incarico annuale – poi prolungatosi fino al ‘35. Era l’anno scolastico 1931/32 in cui Vittorio terminava il triennio superiore che lo avrebbe portato alla terribile maturità con l’esame di tutto quanto studiato in quello stesso triennio.

Per il momento si trattava di fare conoscenza reciproca con i ragazzi il cui numero era, fra l’altro, paurosamente diminuito.

Erano infatti spariti nei recessi delle bocciature o dei giudiziosi ritiri ben sei studenti sui sedici di partenza quattro anni prima. rimasero quindi in appena dieci ma la qualità dello studio s’innalzò. Infatti il ragazzo di corso dei Mille potè contare meno sulla pseudo rendita di cui aveva profittato nel biennio iniziale: l’attenzione dei docenti era ripartita su quasi la metà delle teste, dunque più severa. Anzitutto con Sinagra, che al terzo anno lo rinviò a settembre. In una sola materia la rimandatura significava un’estate a studiare per benino e rimettersi in carreggiata. Senza cioè temere la bocciatura – salvo far scena muta alla fine dell’estate davanti alla commissione (Sinagra e un commissario dello stesso istituto).

Fu solo da vestiti e occhiali da studioso, barba di un mese, cappello e impermeabile, sigarette e voce profonda che si poteva attribuire a Garin la definizione di “uomo”. Per il resto si scorgevano benissimo i ventidue anni d’anagrafe coperti da tutto quell’armamentario da maggiore età. Quando prese confidenza con i dieci ragazzi ogni tanto lui stesso scherzava su questo suo depistare il prossimo dal profilo anagrafico.

Stava già lavorando a diversi articoli e a quello che nel ’37 sarebbe uscito come il suo primo brillante volume su Giovanni Pico della Mirandola. Seguito cinque anni più tardi da Gli illuministi inglesi. Al perfezionamento pisano (l’odierno dottorato) sarebbero poi seguite le fatiche della libera docenza, pubblicazioni, convegni e relative relazioni. Insomma, si capiva che mirava, dopo pochi anni, a passare alle regie università: del resto, da un lato era comprensibile e del tutto normale; dall’altro non lo faceva pesare in alcun modo. Mostrava, ben al contrario, passione nel comunicare con gli studenti scambiando idee. Era pur sempre il docente, certo: ma ciò per Garin non significò mai che la sorte e le capacità lo avessero per questo adagiato su di un comodo piedistallo. Come studiavano e sgobbavano i ragazzi, così faceva lui. Né più né meno.

Come spiegò sin dal primo giorno di scuola, il primo ottobre 1931, X E. F. (come disponeva la circolare del 25 dicembre 1926, entrata in vigore il 29 ottobre del ’27, con l’obbligo di far seguire l’anno calcolato dal 28 ottobre del ’22, alias “Marcia su Roma”).

Proprio a Palermo il giovanissimo docente iniziò il complesso degli studi su Umanesimo e Rinascimento che avrebbero costituito la cifra primaria del suo magistero di docente e saggista per quasi tre quarti di secolo.

Vittorio si rammaricò sin dalla prima lezione di non averlo avuto due anni prima come insegnante di storia e filosofia, al terzo anno al posto del noioso e paludato Giovanni Benincasa, fumoso nell’esprimersi e strettissimo nei voti, fino ai limiti dell’incapacità di distinguere fra ignoranze stagnanti e dotazioni d’ingegno.

Garin da subito prese in simpatia un terzetto fra i dieci studenti affidatigli; ma ciò non gli impedì mai di trattare tutti alla stessa stregua. Chi pensava di poterglisi avvicinare capiva subito che al contrario di un privilegio tale prossimità equivaleva da subito a una richiesta silenziosa, quasi sottintesa, d’impegno ancora maggiore. Nel gruppetto, infatti, si discuteva anche di donne e calcio, storia e musica classica, eventi culturali e sociali; ma anzitutto, di filosofia, spaziando fra antica, medioevale, moderna e contemporanea. Uno dei ragazzi conosceva il tedesco? Ed ecco che il professore lo incaricava di reperire per uno dei successivi incontri l’ultimo articolo di Edmund Husserl o di Martin Heidegger. Per poi ovviamente discuterne, ma solo dopo relativa sintesi a opera dello stesso studente; che così si trovava da un lato a dover tradurre il testo al meglio delle proprie capacità, dall’altro a riassumerlo altrettanto al meglio.

Si ritrovavano, già a partire da novembre alla Biblioteca Filosofica, fondata nel 1911 dall’ex ministro Giovanni Gentile – che sin dalla Belle Époque si divideva con Benedetto Croce lo scettro di re della filosofia italica. L’istituzione era allora diretta dal successore, Amato Pojero.

Nella prima lezione Garin fece una breve introduzione su come intendeva la filosofia; una pagina che si sarebbe poi ritrovata dodici anni dopo in un saggio sui liberali risorgimentali in Toscana.

<<Per me, modestamente, sia chiaro …>> e fece un timido sorriso accolto con una risatina benevola da alcuni studenti. Tutti, comunque, pendevano letteralmente dalle labbra di quell’ancora quasi ragazzo: vuoi per curiosità, vuoi per la speranza di trovare qualcuno che azzerasse finalmente la distanza fra generazioni. Una distanza che in quel tempo trasformava qualsiasi confronto adulti/ragazzi in un incontro marziani/terrestri. Ma con Marte che comandava a bacchetta pretendendo d’aver sempre ragione. Come del resto si diceva di Mussolini.

<< … dicevo>>, proseguì soddisfatto il “professorino”, <<che filosofia per me è l’educazione dello spirito umano colto nella sua praticità, il fare quotidiano, no? … e che vive con gli altri, nel suo rapporto con gli altri come Altro da Noi. Un Altro che in realtà è parte integrante del Noi. Quindi possiamo parlare di concetti che dovreste già in qualche modo avere in mente: meditazione morale e politica sullo sfondo della pedagogia, intesa ellenicamente e classicamente quale paideia 94>>

<<Quindi formazione dell’uomo greco in senso ellenistico>>, aggiunse Morandi, un ragazzotto assai sveglio precipitato da Modena al quarto anno, quindi compagno di Vittorio da ormai dodici mesi.

<<Giusto, tu sei?>>

<<Morandi, professore>>, rispose lo studente con un orgoglio segnato dall’inconfondibile accento emiliano.

<<Ecco, direi solo di evitare l’uso del termine “ellenistico” che indica una fase ben precisa della storia della civiltà della Grecia classica. Usiamo al suo posto il termine “ellenico” indicante proprio l’essere nati in quel Paese. Ellas, giusto?>>

Un mormorio di approvazione sottolineò la notazione filologica del docente.

<<Occorre una riflessione moral-politica, dicevo. Non però per per mero amore delle conseguenze relative all’empirismo gnoseologico, cioè?>> e si fermò attendendo che qualcuno spiegasse di cosa stava parlando.

Si cominciava a delineare il metodo prettamente maieutico impiegato dal giovanissimo Garin. Un modo di stare in aula vicino agli allievi che cominciava piacevolmente a insinuarsi fra le loro menti, poco avvezze alla comunicazione autentica e assai più al far piovere pseudo verità dall’alto della cattedra. I docenti ex cathedra Petri, come li chiamava lo stesso Morandi. A tale battuta ridacchiavano solo un paio dei ragazzi, tra i quali Vittorio.

<<Lo studio della realtà, delle cose come prove delle nostre asserzioni, il tema … della verificabilità, giusto? … che ci apporta conoscenza>>, osservò un terzo allievo.

<<Pensi a chi, in particolare?>>

<<Beh, a Bacone e credo anche a Hume. Scuola prevalentemente inglese, comunque>>

<<Esatto>>

Garin terminò con l’esposizione della propria visione del far filosofia:

<<concludo dicendo che non per amor gnoseologico, per dir così, quanto piuttosto per il bisogno di un approccio umano, umanistico, dell’Uomo con la U maiuscola. E rieccoci ancora all’Umanesimo… dunque, un modo umano di accostarsi e sviscerare le problematiche che ci competono …>>

<<Scusi … quindi, prima che come filosofi, anzitutto come esseri umani, “cogitanti” come direbbe Cartesius>>, osservò Aldo Perricone, fratello della ragazza di Giuseppe “Pepito” D’Alessandro.

<<Ottimo, ottimo>>, annuì il professore. <<Allora occorre una riflessione filosofica che ci riporti nel vivo, nel fuoco perenne della nostra coscienza. E che ci renda consapevoli, attenti della ricchezza della vita spirituale, al di là di qualsiasi velleità sistematica>>

<<Voi siete contro i sistemi? E allora con Hegel come la mettiamo?>>, chiese un altro studente, raramente interessatosi in passato alla filosofia. Anche lui sembrava sedotto da Eugenio Garin.

<<Non direi così … diciamo che l’esigenza di fare ordine non deve però diventare fine in sé e per sé. Invoco il contrario di una filosofia vista come sistematica costruzione di un edificio di concetti tutti belli lì, pronti … utensili destinati a esprimere nel loro ordine, nel loro disporsi l’ordinamento del reale. Idee chiare e distinte, piuttosto e anzitutto. E non mi si venga a dire che Cartesio ha fondato un sistema. Sennò vi boccio>>

Risata collettiva e apprezzamento galleggiarono per lunghi secondi nell’aria di quell’aula che accoglieva come forse mai prima – con relativa eccezione da fare per Aldo Sinagra – un pensiero nuovo e vero, al posto di rituali da gregge belante e ordinato. Garin sembrava promettere che il Fascismo, almeno inteso come mentalità ristretta, autoritaria, pattume retorico, sarebbe rimasto fuori da quell’aula. Seppur solo per le ore di filosofia, oltre quelle d’italiano e latino.

Vittorio proprio in quei momenti pensò che avere Sinagra e Garin come insegnanti già valesse il biglietto guadagnato quattro anni prima mettendo piede sulle scalinate un po’ severe ma concrete del “Regio Liceo Scientifico Cannizzaro” di Palermo.

 

94 Traggo l’idea di filosofia dal prezioso volume di Michele Ciliberto, Eugenio Garin. Un intellettuale del Novecento, Editori Laterza, Roma-Bari, 2011, pp. 81-82