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Vittorio praticava regolarmente il calcio ma senza una passione travolgente; fra maggio e settembre avanzato lo metteva felicemente da parte per andare a nuotare in piscina comunale o a Mondello, ai “Bagni Virzì” appena fuori città e in altri luoghi tradizionalmente balneari.

Ma quando un paio di amici dei gemelli Musumeci gli proposero di fare una ricognizione al circolo Lauria di canottaggio e vela rispose con un sonoro

<<E perché no?>>

e si accodò alla nutrita spedizione di coetanei ripartita su una decina di biciclette e perfino un sidecar antidiluviano.

L’industriale e milionario Ignazio Florio, sempre presente nella vita palermitana fra fine Ottocento e primi Novecento, anche nel Lauria ha un suo ruolo. E di primo piano, donando il bastimento sede 95.

Nel 1899 viene fondato il “Club Nautico di Palermo” che due anni più tardi assume la denominazione di “Real Club Nautico Roggero di Loria” – anziché come comunemente chiamato dai palermitani “Ruggero di Lauria”. Nel ’06 si passa a indicarlo ufficialmente come “Reale Società Canottieri Roggero di Lauria”. Resta dunque l’inusuale Roggero.

Dopo un primo installarsi al porto si passa poi in un locale alla Cala, nei pressi delle mura del Foro Italico.

La struttura evoca una mentalità da marina militare con gerarchia assai rigida ripartita fra allievi, vogatori e timonieri; questi ultimi sono gli istruttori, spesso spietati ma capaci di creare squadre di un’efficienza a dir poco leggendaria in tutta la marineria legata ai club analoghi (si pensi al prestigioso “Circolo dell’Aniene” fiore all’occhiello della Roma aristocratica e alto borghese).

Vittorio si fece trasportare con grande facilità in quel mondo di fatica e muscoli, sudate epiche e allenamenti spaccagiunture, urla d’incitamento del terribile timoniere – se ne alternarono due negli anni di frequentazione del piccolo D’Alessandro.

Al netto di ogni retorica, negli anni successivi, anche in tarda età, avrebbe riconosciuto all’atmosfera del Lauria la capacità di farlo crescere come poche altre esperienze riuscirono a fare.

Dopo un esame fisico e un quasi interrogatorio, che infastidì non poco alcuni dei selezionati, solo tre su dieci vennero presi; ma solo “in prova” dalla severa direzione del prestigioso circolo.

Dopo due mesi di duri allenamenti di un paio d’ore quotidiane almeno, si tenne una gara fra l’equipaggio dei “novellini” e quello degli “anziani” con strati di calli alle mani e muscoli torniti di braccia e gambe. Il primo si difese molto bene tanto da far passare tutti e sei i membri d’equipaggio allo statuto di soci effettivi.

La bevuta che ne seguì e che si trascinò fino alle quattro del mattino (essendo una notte fra sabato e domenica) divenne pietra di scandalo per diversi giorni. Rientrando infatti Ruggero e Pepito alle quattro e mezzo di mattina, ubriachi all’ultimo stadio e svegliando mezzo palazzo – probabilmente anche diverse famiglie delle case adiacenti – i due ragazzi vennero puniti con una settimana di esclusivo tragitto liceo-casa-liceo (dunque col divieto assoluto di vedere amici e fidanzate di sorta). Se mai si era arrivati a una tale severità, è altrettanto vero che né Pepito, tantomeno l’assai più tranquillo Vittorio si erano dati a tali bivacchi notturni da debosciati. Il più grande aveva vomitato sistematicamente (così sembrava) lungo tutti i 45 scalini che portavano dall’ingresso all’appartamento D’Alessandro. E dopo aver abbracciato in mutande una statua in piazza Florio – tanto da essere fermato da un vigile urbano scandalizzato che poi lo lasciò andare a casa viste le condizioni incredibili in cui si trovava lo sconvolto Pepito.

Quanto a Vittorio aveva seguito pedissequamente le orme del fratellone più casinaro – anche se restarono pur sempre Vincenzo e Angelo gli scatenati avvinazzati che non temevano confronti.

Fra le imprese più eclatanti della serata/nottata si segnalarono una pisciata abbondante nella preziosa teiera che (si diceva) avesse dissetato le loro altezze imperiali di Germania il Kaiser Guglielmo di Hohenzollern e signora; aver vinto assai degnamente una gara a lanciarsi la crema al pistacchio estratta da preziosi dolci sfornati caldi caldi. Una manciata di tale prelibatezza da cucina dolciaria colpì in pieno il presidente onorario del circolo, il commendatore Spitaleri  facendone volare il parrucchino per mezzo salone. Al termine della perfetta parabola atterrò delicatamente su un omelette ornata di salmone e maionese rovinandosi irreparabilmente. Il suddetto Spitaleri era fratello del ministro la cui figlia piangeva ancora inconsolabile il fidanzato defunto Michele Pastore. In quei casi Palermo sapeva essere piccola come un paesino delle Madonie. In seguito Vittorio riuscì, assieme ai terribili fratelli Musumeci – che non erano affatto soci ma avevano comunque fraudolentemente guadagnato l’entrata – a fare copiosa produzione di feci depositandole con cura sui sedili di non meno di una dozzina di lussuose vetture parcheggiate nell’elegante giardino prospiciente il circolo. Il più scafato dei Musumeci, l’irrefrenabile Pietro, rientrando nei saloni a ridosso della bravata ebbe la faccia di bronzo di lamentarsi di aver dovuto defecare a fasi alterne per riuscire ad abbellire a suo gusto ben tre fuoriserie – un’Isotta Fraschini, una Studebaker e una preziosissima Bugatti del 1910.

La bufera impiegò un bel po’ a passare. E fu solo perché nessuno fece il cascittuni 97, coprendo i nomi dei partecipanti all’oscena sequela di bagordi, che non vennero presi provvedimenti. In realtà fu per sano realismo che si preferì stendere un velo assai pietoso sulla faccenda. Giacchè ci si rese subito conto che a dover espellere chiunque aveva pur minimamente partecipato al bordello scatenatosi quella notte si sarebbe scesi al disotto della soglia minima d’iscritti; quindi sarebbe scattato l’obbligo per statuto di procedere allo scioglimento della Fondazione e del Circolo. Sarebbero rimasti praticamente solo il presidente, il direttore e un paio di soci ormai vegliardi – dunque di mera rappresentanza.

In ogni caso, per due settimane gli allenamenti vennero sospesi, le squadre costrette egualmente a fare corse sostitutive per mezza città perseguitati dalla maligna vendetta degli spietati timonieri-allenatori. Considerando che almeno due di loro si erano ubriacati non meno indegnamente dei principali capi cagnara, fu una beffa a dir poco atroce.

Smorzatosi lo scandalo e ripresa grossomodo l’abituale vita associativa, dunque anzitutto la fatica fisica, a ciascuno dei neo soci venne consegnata con relativo cerimoniale la divisa per la voga. Che constava dei seguenti capi: 

  • maglia con i colori sociali (una croce di Malta bianca su sfondo celeste)
  • calzoni blu a gambale;
  • berretto di tela bianca

 Altrettanto significativi erano i capi di vestiario per le attività sociali, con un cappello alla capitana blu con tanto di visiera lucida di cuoio e una giacca marinara a due svolte con bottoni dorati, oltre a calzoni (blu invernali e bianchi per l’estate).

Quel giorno, presente l’intera famiglia Baldi, la soddisfazione di Vittorio fu attenuata solo dall’assenza di tutti i propri familiari – Pepito e compagna esclusi. In realtà se ne era parlato ma nessuno aveva dato particolare importanza all’onore oggettivo di essere ammesso nel circolo. Chi si disinteressava come papà Natale e le sorelle di Vittorio, chi era perplesso sulla tenuta del piccolo di casa in uno sport così pesante (anche per l’età), qualcuno forse invidioso – si sospettò di Angelo ma nessuno potè realmente provarlo. Quanto a mamma Maria, si dimostrò preoccupata dal rischio di togliere tempo allo studio – sommandosi il canottaggio agli incontri assai frequenti con Eleonora; peraltro giudicati con assoluta benevolenza.

Dopo la cerimonia si tenne una lauta cena a casa Baldi, per la quale si pensò anche d’invitare Pepito e Giulia, con la grandissima amica Lia fdanzata di Mirko. Perfino i soliti infiltrati Musumeci furono della compagnia: e con indefinibile stupore dei ragazzi si comportarono da perfetti gentiluomini. Come fu attestato da un raro complimento uscito dalla bocca di velluto di Maria Luisa Baldi Castoldi.

Le peripezie sportive si protrassero per ben cinque anni, fra l’ultimo anno di liceo e l’ultimo di università. Questo per quanto concerneva Vittorio; visto che il volubile Pepito rimase al “Lauria” solo un anno, optando poi per l’atletica leggera.

L’equipaggio si trovò a Stresa sull’incantevole Lago Maggiore per i campionati nazionali; il paese era stato addobbato come per una festa da tramandare ai posteri.

Pepito fu accompagnato da Giulia e Vittorio da Eleonora. Per lei fu davvero fatta un’eccezione grazie soprattutto a Mirko che ricevette istruzioni di tenere discretamente d’occhio la sorella. Per esempio, l’ovvietà che dovesse dormire in stanza doppia con Lia – che il furbo Mirko era riuscito a trascinarsi dietro. Solo che nessuno seppe mai che le due camere si trasformarono subito in altrettante matrimoniali: una per Vittorio e “signora”, l’altra per Mirko e relativa coniuge. Del resto ebbero la fortuna di piombare a novembre in una Stresa svuotata da qualsiasi turista. Riuscirono così a farsi installare nell’unico albergo aperto: ovvero il cinque stelle lusso che fece loro un’offerta riducendo addirittura di due terzi il prezzo abitualmente irraggiungibile per i poveri palermitani – Baldi esclusi, s’intende.

Nessuno seppe mai cosa accadde nelle due notti trascorse dai fidanzatini, rispettivamente del popolare corso dei Mille e dell’elegante via Ricasoli. Ma Pepito credette di capire tutto l’indomani mattina dal modo leggero, eppur intenso come mai prima, con cui Vittorio stringeva la manina di Eleonora. Senza parlare poi della luce indefinibile negli occhi castani di lei e in quelli azzurri di lui.

Il legame creatosi venne reso ancor più assoluto al rientro da quel viaggio. Perfino l’aver mancato per sola mezza barca l’equipaggio dei campioni mondiali canadesi per Vittorio ebbe solo una relativa importanza.

 

95 Traggo questa e altre preziose notizie dalla sezione Storia del sito Web del Circolo. Tutto il mio vivo apprezzamento per gli autori e i curatori del suddetto sito, davvero ben fatto.

97 lo spione