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La famiglia D’Alessandro-Castronovo all’alba del 1913 si era già dotata di ben sette figli – oltre a un ottavo, uscito cadavere dal ventre addolorato di mamma Maria. Con un capo famiglia medico condotto e una madre dotata di spirito pratico, entrambi di forte carattere, non ci furono tragedie alla perdita dell’ottavo partorito. Per giunta in un’epoca ancora flagellata da nascite premature, relative morti bianche e simili tristi misteri del concepimento.

Vittorio apparve quindi come ottavo e, si decise, ultimo della genitura, nel cuore della villa intrisa di follia settecentesca. Era il ventotto ottobre dell’estremo anno di pace europea; penultimo per l’Italia, alleata fino alla primavera del 1915 degli Imperi centrali (Prussia e Austria-Ungheria).

Nel 1922 la data d’apparizione di Vittorio sulla madre terra sarebbe stata per i successivi ventuno anni ossessivamente ricordata come il giorno della “fascistissima marcia su Roma”. Anche se duce e compagnia al seguito se la godettero in un comodo wagon-lit.

Tutta la famiglia era ormai abituata al susseguirsi di picciriddi (2. A partire dalla primogenita Anna, materializzatasi nel 1900. Curiosamente lo stesso anno di nascita dei genitori della futura moglie di Vittorio. Ecco le stramberie anagrafiche in cui possono incorrere gli incauti che sposano fanciulle di vent’anni più giovani. Ma questa è un’altra storia.

Il bimbo appariva alquanto sano e vociante, almeno per i criteri del tempo. Passate le prime settimane, venne visitato nientemeno che dal primario di pediatria della Clinica universitaria di Palermo, il luminare professor Crisafi che doveva un enorme favore al collega D’Alessandro, assai meno luminare e praticante in quel di Bagheria come titolare della condotta. Il responso fu che il pargolo sarebbe campato per sotterrare tutto il paese e non pochi palermitani ancora non nati. Si poté, dunque, proseguire la vita a Palagonia con la consueta alacrità; anche se ben temperata da distacco sornione e non poco spirito fatalista. Elementi di chiara ascendenza araba – filosofia casalinga intinta d’Insciallah da tarda belle époque.

Il piccolo si avviava all’anno e mezzo di esistenza quando d’improvviso – ma solo per l’opinione pubblica – il regno d’Italia decise d’intervenire nella guerra mondiale scoppiata ai primi d’agosto del precedente 1914. In sovrappiù il Paese su cui regnava da quindici anni il minuscolo Vittorio Emanuele III di Savoia si schierò non già con i citati Imperi centrali, bensì con Francia, Gran Bretagna e loro alleati. La comprensibile rabbia degli ex amici, soprattutto gli austriaci, si sarebbe ben presto scatenata in apocalissi tipo Caporetto. Ma un tale turbinio che avrebbe prodotto quindici milioni di cadaveri era, e rimase, sempre di una lontananza remota rispetto alla quotidianità che si svolgeva all’ombra dei sessantadue personaggi effigiati quasi due secoli prima nelle familiari statue di quel parco della follia isolana.

La sola notizia veramente degna di questo nome, e che precipitò con la forza deflagrante di un obice austroungarico, fu il richiamo del cugino Adolfo, figlio unico di un fratello del dottor Natale D’Alessandro. Tanto simile a una star del cinema, quanto mentalmente limitato, aveva strappato alla bella età di ventidue anni uno striminzito diploma di ragioniere, con il minimo dei voti e in un istituto privato parificato – in pratica uno dei primi rifugi per fannulloni o incapaci di buona famiglia. A quei tempi, con un simile titolo e qualche appoggio, ci si poteva, senza soverchie difficoltà, infilare negli uffici di una buona ditta o di un ente pubblico territoriale – comune, provincia, regione. Ma nel 1917/18, con il caos e la vergogna prodotti dalla sciagura di Caporetto, vennero richiamati molti giovani delle ultime classi di leva: l’ultima era il 1896, proprio quella di Adolfo. Il giovane non era proprio un cuor di leone: ma non voleva nemmeno passare per vile o, peggio, per traditore della patria.

Fu convinto dalla facondia di un lontano zio di secondo o terzo grado a presentarsi al distretto militare. Avrebbe passato la visita senza far storie e si sarebbero tentate due strade per salvarlo dal fronte: una qualche malattia inventata di sana pianta (giacchè il bel fustacchione era dotato, come si dice, “di sana e robusta costituzione”). In alternativa si sarebbero smossi tutti i contatti politici a Roma. Il doppio guaio per la famiglia di Villa Palagonia (Adolfo + padre + madre + gatto erano infatti parte della quindicina di abitanti della settecentesca magione, inquilini a scrocco del troppo buono dottor Natale) si produsse con inquietante velocità e soprattutto insolita efficienza. Sembrava un risultato degno dell’impeccabile amministrazione della Imperial/Regia Austria Ungheria, non certo del Regno d’Italia, abituato a scartoffie di lentezza e astrusità bizantine. Da un lato, infatti, il giovane fu dichiarato idoneo con un profilo sanitario addirittura degno di un AUC (allievo ufficiale di complemento); il che fece incazzare non poco il colonnello medico direttore dell’ospedale militare di Palermo, a conoscenza del misero tentativo di far passare il ventiduenne per mezzo moribondo. D’altro canto, al danno si aggiunse la beffa dell’inesistenza di un qualsiasi “contatto politico”, fra i tanti vantati dal remoto parente. Costui, infatti, si mostrò quale vero e proprio fissa (3, millantatore e incapace perfino d’un semplice consiglio sensato.

La madre del giovane se ne fece una malattia. Cominciò col buttare fuori di casa lo zio fissa, insultandolo; e una volta addirittura schiaffeggiò l’incolpevole moglie – venuta apposta da Alcamo a consolare la mamma dell’imminente inviato al fronte (veneto o trentino). Alla fine la coppia non ebbe più il coraggio di farsi vedere; e dato che la donna impose a tutta la Villa che quei due non dovessero mettervi più piede, dopo qualche timido tentativo di una zia o una cugina andò a finire che ogni legame con i lontani zii di Alcamo venne definitivamente reciso. Vittorio seppe della loro esistenza quasi per caso dalle sue sorelle, alla fine degli anni ’50, quando i genitori di Adolfo erano ormai defunti da dieci anni.

Il padre di Adolfo, al contrario, lo incitò a partire senza fiatare, convinto che finalmente il servizio militare, per giunta in guerra e al fronte (senza alcun imboscamento possibile) gli avrebbe raddrizzato la schiena, facendolo tornare uomo a tutti gli effetti – e non solo dal profilo del trombatore impenitente. Nel corso degli anni erano infatti stati almeno una dozzina i padri di ragazze – maggiorenni ma anche più giovani – a materializzarsi alla Villa sbraitando contro l’intraprendenza di Adolfo. O peggio, con propositi di denuncia penale; uno addirittura sbucò dal portone in compagnia di un fucile a canne mozze, dovendosi faticare non poco per riportarlo a più miti consigli.

Quando però il giorno prima di partire si seppe che il seduttore seriale aveva fatto domanda per il corso breve di allievo ufficiale, il padre, forse per la prima volta, lo abbracciò commosso per l’improvvisa coraggiosa decisione di quel figlio che fino ad allora gli aveva dato <<soddisfazioni tendenti allo zero>> – come ripeteva spesso il padre, appassionato cultore di matematica.

La madre, alla notizia del corso AUC urlò in faccia al figlio che era un vero <<scemo ‘i guerra, accussì ti vo’ fari ammazzari (4>>.

Il solito Zu Fefé la corresse parlandone con la propria signora:

<<Scemo sicuramente, ma non c’entra la guerra, basta la nascita>>

<<Fefeeee, se ti sentisse quella povera donna….>>, lo rimproverò poco convinta la moglie.

<<Povera per il figlio scemo o perché in guerra?>>, concluse ’u Zu Fefé con uno dei suoi ineffabili storcimenti di bocca, che venivano scambiati per sorrisi, quando esprimevano disprezzo.

Partito il ventisei ottobre del ’17 Adolfo superò con inspiegabile brillantezza il corso ufficiali e fu spedito al fronte il tre febbraio successivo. Riuscì a non farsi ferire, a condurre tre volte la sua compagnia all’attacco, salvare la vita a un generale di divisione e guadagnarsi tre medaglie, nonchè le promozioni a tenente, quindi a capitano.

Il ritorno avvenne tardi, nel giugno 1919, dopo essere stato trattenuto per impegni di fiducia al ministero. Scese dal treno un giovane di appena due anni in più rispetto alla partenza; ma decisamente uomo, robusto, lo sguardo sfuggente e duro, i baffi folti. Addirittura qualche capello grigio. Rimase in divisa di capitano dell’esercito regio per ben sei mesi; tanto che in paese erano tutti convinti che avesse intrapreso la carriera militare – allora socialmente alquanto stimata.

Ma quando, sin dal primo giorno, riprese la vita quotidiana in famiglia ci si accorse che dietro le fattezze maschie ed eroiche si celava uno dei classici “nevrotici di trincea”. Le migliaia di poveracci come Adolfo, in quel dopoguerra, furono per la prima volta oggetto di articoli sui giornali e discorsi fra parenti e amici, di sperimentazioni mediche e psichiatriche in particolare, e perfino d’interrogazioni parlamentari. Angelo, uno dei fratelli maggiori di Vittorio, allora sedicenne e alquanto sveglio, si mise a prendere appunti che poi lesse a un pranzo di famiglia – in ovvia assenza della famiglia di Adolfo.

<<Sentite qua: allora ….>>

<<E finiscila con queste pigghiate pi fissa du povero Adolfo, mischineddu (5>>, cercò di bloccarlo Maria D’Alessandro Castronovo, moglie del dottor Natale e quindi madre di Angelo.

<<Guarda che cose autentiche sono; mica me le inventai. E poi non c’è malizia>>, aggiunse senza riuscire a bloccare un sorrisetto da malandrino.

<<Eh, m’ummagino proprio>>, ridacchiò Zu Fefé.

<<Nella sola giornata di ieri ‘u cucino Adolfo le mani ventitré volte se le lavò, il bagno se fece cinque volte ….>>

<<Pi chistu manco mi potti lavari a sira, grannissimo curnutu (5 bis>>, mormorò il nonno Amilcare D’Alessandro, ottantottenne padre di Natale.

<<Infatti, ragione c’hai nonno …. nella sua stanza ho trovato diciotto bottigliette di disinfettante; e poi, in diversi contenitori, un totale di due litri e settantacinque di alcol denaturato, due pacchi di bambagia e diciotto confezioni di amuchina>>

<<Ammuina? E chi siamo a Napoli, ma chi minchia stai dicennu, Angiluzzu beddu? (6>>, protestò il nonno da anni duro d’orecchi.

<<Nonnuzzo beddu, a-m-u-c-h-i-n-a, serve a disinfettare l’acqua>>

Un silenzio imbarazzato si diffuse sulla tavola e i suoi avventori, come uno dei gas che avevano dipinto di verde e blu e marrone e grigio decine di migliaia di cadaveri in mezza Europa, fra ‘14 e ’18. Il povero Adolfo era tornato, eroe, promosso, cresciuto, il petto rigoglioso e pieno di medaglie, il viso, se possibile, ancora più bello. Sin dal primo giorno in cui uscì a passeggiare per il corso – dopo che ebbe dormito ben trentadue ore di seguito – le ragazze e le donne se lo divorarono con gli occhi. Perfino qualche vecchietta gli dedicò uno sguardo di languida malinconia. Ognuna a modo proprio ma con analoga golosità: come se un tacchino di dimensioni giganti, appena cucinato e ornato di verdure rare e condimenti esotici, si aggirasse nel cuore di una Bagheria improvvisamente priva di pane e abitata esclusivamente da donne prede da giorni e giorni di un pitittu (7 indescrivibile e ormai animalesco.

Ma quando conosceva qualcuno non c’era modo di fargli stringere la mano. Soltanto circostanze eccezionali – una persona affezionata, un’autorità, una cerimonia – lo spingevano a tirare fuori con assoluta naturalezza guanti bianchi di plastica usa e getta (una novità fatta venire dagli Stati Uniti negli anni ’20) per stringere una o più mani in modo veloce, quasi fulmineo. Poi chiedeva dove si trovasse un bagno e ci si chiudeva per diversi minuti a ripulirsi con l’alcol, ispirato da maniacale sistematicità. Usciva con il viso trasfigurato di gioia, come se avesse appena assistito a un’apparizione della Madonna.

Vittorio aveva appena sei anni quando ritornò lo zio Adolfo. Negli anni seguenti l’osservava spesso proprio nelle sue manie e stravaganze. Dapprima lo trovava divertente, ci si poteva scherzare. Qualche volta gli si avvicinava con le manine sporche di terra, dopo aver giocato tutto il pomeriggio in giardino: e lo zio faceva finta di scappare terrorizzato alla vista di quei palmi nerastri, delle dita incrostate di terriccio, del volto sudato e macchiato di strisce marroni. Con i bambini in fondo ci sapeva fare riuscendo, con chissà quali sforzi, a mettere per un po’ fra parentesi la sua ossessione monomaniacale.

Ma in seguito, diventando adolescente, il nipote più giovane cominciò a percepire qualcosa d’inquietante nello zio eroe di guerra. Il silenzio che si doveva fare a ogni sua uscita aggressiva o paurosa, far finta di nulla se a nessuno stringeva la mano, non fare commenti sulla casa che traboccava di alcol denaturato e fazzoletti e disinfettanti e saponette e medicinali. Un giorno Vittorio quattordicenne s’accorse che quel parente gli ricordava il matto del paese: un personaggio di cui poco si sapeva ma molto si vedeva a livello di pura follia. Quando pioveva ‘u zu Pitrino (così era chiamato) si produceva in una danza scatenata in piazza Cavour, nel cuore di Bagheria. Mentre se si oltrepassavano i quaranta gradi estivi (fenomeno tutt’altro che raro in quelle lande semiarabe) stramazzava al suolo e si muoveva con singulti e gesti da manichino. Vittorio se ne sarebbe ricordato quarant’anni più tardi leggendo gli studi etnologici di Ernesto De Martino sui “tarantolati”, gli invasati pugliesi. La corsa esaltata du zu Pitrino per controllare il termometro di corso Butera nelle giornate di caldo africano gli faceva pensare subito allo zio. Una parola gli girava nella testolina sudata: pazzia. Cos’era? Ne sentiva parlare sottovoce a casa proprio in riferimento al <<povero Adolfo>>. C’era qualcosa che gli dava fastidio nell’ossessività igenica di quella vittima delle trincee: a volte Vittorio arrivava a lavarsi un giorno si e uno no, per una muta protesta contro la ziesca follia igenista. Furbescamente lo faceva solo in inverno, perché ovviamente si notava meno che in estate. Ma la mamma se ne accorse lo stesso e un pomeriggio freddissimo del dicembre 1927 lo “convocò” nella camera padronale, dove dormivano Natale e Maria D’Alessandro. Con delicatezza quasi insolita gli chiese se si rendeva conto che il non lavarsi ogni giorno comportava diversi problemi.

<<D’igiene personale e di rapporti con chi ti sta vicino>>, specificò con sguardo affettuoso ma privo del sorriso che in genere aveva quando si rivolgeva ai figli più piccoli.

<<Madre, credo abbiate ragione. Ma è colpa …>>. Vittorio esitava, più per paura delle conseguenze che per la vergogna di prendersela con il povero nipote di Natale.

<<Colpa di chi?>>

<<Beh … dello zio … Adolfo>>

<<Ma cosa c’entra lui?>>. Questa volta la madre indirizzò al piccolo di casa un colpo d’occhi semichiusi d’inequivocabile disappunto.

<<Perché si lava in continuazione, l’acol, le pulizie, i profumi>

<<Perché, ti diciamo forse, tuo padre e io, di seguire il suo esempio?>>

<<Io non voglio essere ….>>

<<Essere?>>

<<Pigghiato pi fodde>>

<<Cosa c’entra la follia? Guarda che qui nessuno è folle. Capito, ragazzino? NESSUNO dei D’Alessandro-Castronovo lo è>>.

La signora Maria non gli somministrò un ceffone, anche se ne fu tentata. Ma la mano del figlio, che dall’inizio del colloquio teneva fra le sue, si trovò all’improvviso come stretta in una tenaglia facendogli quasi male. Fu solo per maschile orgoglio che il proprietario della suddetta mano non mosse un solo muscolo del viso, ancor più rosso del solito.

<<Mi sembra ‘u zu Pitrino>>

<<Chi ti sembra ‘u zu Pitrino?>>. La mamma inclinò leggermente il viso verso destra: un piccolo tic che aveva quando era davvero arrabbiata. Eppure il ragazzino trovò il coraggio di spiegarsi fino in fondo.

<<Lo zio mi ricorda du fodde nelle sue … come si dice, fissazioni, manie>>

<<Allora chiariamo bene: primo, evita di usare il dialetto quando non è strettamente necessario; sennò finisci con l’usarlo anche a scuola. Secondo, si tratta di due persone completamente diverse. Quel pazzerello in piazza fa quel che vuole e non disturba nessuno: in ogni caso non sappiamo nulla di lui e sicuramente è malato di testa. Mentre il nostro Adolfo lo sai bene anche tu cosa ha passato in guerra. Lascialo stare con le sue piccole manie e pensa a crescere PULITO e senza cattivi pensieri. Terzo, non è bello che tu dia giudizi sulle persone. Non sei né un medico, né un giudice. Capito, Vittorio?>>

Il figlio la fissò per qualche istante e assentì con la testa, senza dire più nulla.

Passarono alcune settimane in cui riflettè sulle parole della mamma, finendo col darle ragione. Più sulla necessità di lavarsi che sull’inesistente follia dello zio. Nei suoi confronti tenne una certa distanza ancora per qualche tempo. Quando si trasferirono a Palermo i contatti ovviamente si ridussero agli incontri per Natale e Pasqua, oltre ai due mesi estivi.

Alla fine Vittorio si vergognò realmente del suo atteggiamento di un paio d’anni prima e arrivò a farsi raccontare dallo stesso zio nei dettagli la vita quotidiana del 1915/18 in trincea. Fu anzi l’unico al quale Adolfo si sentì di confidare quel che aveva vissuto e sofferto. Il nipote non lo avrebbe mai dimenticato per il resto della vita: e quei racconti, il dolore, la violenza assurda della guerra sarebbero state alla base delle idee politiche e sociali che Vittorio ventenne avrebbe maturato.

Nei decenni successivi Adolfo riuscì a farsi una famiglia, moglie e quattro figli, tutti maschi. Nella parentela ci si era convinti che in un paio di mesi la ragazza che era riuscito a impalmare sarebbe schizzata fuori di casa per mai più farvi ritorno. Invece, il reduce dall’inferno della trincea si limitò a coltivare la solita ossessione igienica, ma solo per sé stesso, senza mai coinvolgere moglie e figli. Nessuno si peritò di chiedersi se si trattasse di una forma di egoismo: anche quando lo fosse stata, si dimostrò del tutto benefica. Difatti, i due coniugi, fra i quarantacinque e i cinquant’anni, divennero ben nove volte nonni e morirono a distanza di pochi giorni alla bella età di novantatré anni lui e novanta lei.

Tutti si dissero che il buon Adolfo, rara fortuna, aveva vissuto accanto a una donna innamorata e comprensiva. E negli anni e decenni a venire la coppia venne presa a esempio di come, a volte, le avversità della vita e della Storia possano essere rese inoffensive grazie a due persone che si amano e si capiscano.

 

2 bambini

3 sciocco

4 scemo di guerra, così ti vuoi fare uccidere

5 prese in giro del povero Adolfo, poverino

5 bis Per questo non mi sono manco potuto lavare stasera, gran cornuto

6 che diavolo stai dicendo Angeluzzo bello?

7 appetito